Ebrei russi Birobidzhan

“Dove gli ebrei non ci sono”, di Masha Gessen, è una storia triste e assurda accaduta agli inizi negli anni Trenta.

“La peggiore buona idea mai concepita”, il folle tentativo, su idee già abbozzate nel finire del decennio precedente in Unione Sovietica, di costruire uno stato ebraico, all’interno del mondo comunista.

Una risposta del regime che forse vuole esaudire alcune delle richieste avanzate dal sionismo crescente e il tentativo allo stesso tempo di porre una cerniera capace di tenere insieme quello che durante la Rivoluzione non lo era stato e non lo sarà nemmeno dopo.
Dove gli ebrei non ci sono, ed. Giuntina E’ “la storia triste e assurda del Birobidzan, la regione autonoma ebraica nella Russia di Stalin, come si legge nella copertina dell’avvincente storia raccontata da Masha Gessen in “DOVE GLI EBREI NON CI SONO” (199 pagg edito da GIUNTINA, 18 euro).
L’autrice ricostruisce la genesi, le vicende e la vita dei personaggi che hanno reso possibile questa lucida follia ed analizza i limiti che sin da subito ne minano le fondamenta fino a far naufragare quel tentativo di costituire uno stato ebraico ancora prima che Israele prendesse vita. L’autrice, che dedica il libro “ai miei genitori che hanno avuto il coraggio di emigrare”, ricorda la sua infanzia di ragazza nata nel 1967, di fede ebraica ed attualmente giornalista, traduttrice, attivista a sostegno delle persone Lgbt ancora perseguitate in molti paesi dell’Est Europa.
La buona intenzione era preservare la cultura e la lingua yiddish in un posto protetto, autodeterminato. L’incubo era insito nella scelta del luogo, lontano da tutto e da tutti, e dal fatto che la storia recente ha testimoniato che a tavolino è difficile dare vita a regimi democratici in luoghi del mondo con culture diverse. Così in quegli anni si dimostrerà impossibile realizzare il sogno di un ‘focolare ebraico’ dove nessuno prima di allora ci aveva pensato e soprattutto vissuto.
La guerra e la fine del mondo yiddish contribuiranno certo al fallimento del progetto. Il luogo dove far nascere la patria degli ebrei sovietici era al confine con i fiumi Bira e Bidzan appunto, al confine con la Cina e vicino al grande fiume Amur che segna il confine tra i due attuali imperi comunisti.
Già il primo tentativo di emigrazione in massa verso quelle terre dimostratesi inospitali e fangose, fredde e periferiche estreme, si dimostrò un fallimento. Un certo numero di quelli che rimasero, scrive Gessen, “furono indirizzati verso otto appezzamenti di terreno a circa trenta miglia a sud-ovest di Tikhonkaya dove ne 1928 era stata fondata Birofeld, la prima fattoria collettiva ebraica nel lontano dell’est. Ma già quattro anni dopo, nel 1932, l’area fu di nuovo colpita da piogge straordinariamente intense che portarono a tali inondazioni che distrussero tutti i traguardi raggiunti”.
In seguito il resto: nel 1949 il partito comunista convocò una speciale di due giorni per discutere sul complotto nazionalista yiddish. Poi, nonostante un tentativo di immigrazione dopo la seconda guerra mondiale, l’unico posto al mondo dove la lingua pseudo-ufficiale era l’yiddish non sarebbe decollato. In questo idioma erano stampati i giornali e condotte le lezioni, ma sarebbe rimasto alla storia per quello che era: la peggiore buona idea mai concepita e nulla più.
Un fallimento che porta con sé interrogativi e domande a cui fortunatamente una risposta certa esiste: dopo gli anni Trenta e dopo tutto quello che è stato l’Olocausto, una patria per gli ebrei c’è. Gli ebrei l’hanno conquistata. Resta solo il rammarico che la cultura degli shtetlach non sia stata preservata nemmeno da questo folle tentativo e sia pressoché morta con i milioni di ebrei che la parlavano quotidianamente e l’hanno lasciata nella coscienza degli uomini con le ultime parole pronunciate e stampate sulle labbra prima di essere strappati alla vita.
Foto di Global Look Press
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