Davide Assael: indago i fondamenti dell’antigiudaismo

Il fondatore dell’associazione “Lech Lechà” da stasera inaugura il suo nuovo corso

Nel seminario che inauguri stasera, 17 giugno, (“I fondamenti dell’anti-giudaismo”), e che terrai per quattro incontri (disponibili anche in differita, per chi si iscriverà) affronti il pregiudizio contro gli ebrei. Innanzitutto, che differenza c’è tra antigiudaismo e antisemitismo?

qui e sotto: stereotipi angiudaici

Il termine antisemitismo emerge nella sua forma moderna nel 1879, in Germania. Fu coniato e diffuso dal pubblicista e agitatore politico tedesco Wilhelm Marr, che lo utilizzò per definire la propria campagna contro gli ebrei. A sua volta, questa definizione si colloca in un percorso post-romantico tedesco che vive le sue principali tappe nella teosofia di Helena Petrovna Blavatsky, che vede l’Oriente come mitizzata origine incontaminata a cui tornare, nell’arianosofia del poeta e giornalista austriaco Guido Von List, con cui si affaccia il mito della razza ariana. Un mito che tanta influenza eserciterà su Himmler, fra i gerarchi nazisti il più legato allo spirito elitario-cavalleresco dello Sturm und drang, per vivere poi un ulteriore sviluppo con la rivista Ostara, sintesi del sapere esoterico risalente alla società segreta dei Rosacroce. Una rivista a cui Hitler stesso sarà fedelmente abbonato. L’idea di Marr è inserire l’antico odio antiebraico in una cornice pseudoscientifica, fondata sulle teorie razziali dell’ ‘800. In estrema sintesi, l’antisemitismo, al di là dell’impropriatezza del termine che designerebbe tutti i popoli semiti, ben al di là dell’ebraismo, ha una connotazione biologico-razziale assente nel tradizionale antigiudaismo religioso, per cui è la cultura ebraica, non l’ebreo in quanto tale, a dover essere superata. Insomma, l’ebreo in sé non crea problemi, basta che non si definisca più tale. Pur non essendo sovrapponibili, i due termini sono strettamente legati perché non si può immaginare un antisemitismo totalmente svincolato dall’antigiudaismo. Come riconosciuto dallo stesso Goebbles, la propaganda antisemita nazista non avrebbe mai potuto attecchire senza due millenni di antigiudaismo cristiano che ha descritto l’ebraismo come una tappa da superare. Si tratta dell’immagine agostiniana degli ebrei come «ciechi con la lanterna», coloro che illuminano la strada senza essere in grado di percorrerla fino in fondo. Nel linguaggio comune, si potrebbe dire, che i due termini sono quasi intercambiabili, la distinzione – che va comunque sottolineata – riguarda soprattutto ambienti accademici o specialistici.

Una lezione è dedicata all’antigiudaismo di età moderna, un’altra a quello diffuso nell’Islam. Puoi anticiparci affinità e differenze tra le due tipologie?

un’immagine medievale antigiudaica

L’antigiudaismo moderno riflette la stessa impostazione di quello religioso tradizionale, fondato sulla contrap-posizione fra particolarismo settario ebraico e universalismo cristiano. Di qui la serie di stereotipi che vediamo all’opera ancora oggi nell’interpretazione dello scenario mediorientale, dove la narrazione dei conflitti è ben presto passata da analisi politica e militare ad un’interpretazione teologica fondata su pregiudizi secolari: l’immagine dell’ebreo come vendicativo, insensibile alla sofferenza degli altri, persino assettato del sangue dei bambini come nell’episodio di San Simonino, tra i più feroci della plurisecolare storia dell’antigiudaismo occidentale. Lo confermano l’editoriale di Lucio Caracciolo che troviamo nell’ultimo numero della rivista di geopolitica Limes, La solitudine di Israele, si intitola significativamente «Il costo della vendetta»; o, dato ancor più inquietante, il Cardinal Ravasi, che in una trasmissione televisiva richiamò la Legge di Lamek per descrivere la reazione israeliana a Gaza. Un dato ancor più inquietante se si tiene conto del suo livello di conoscenza delle Scritture ebraiche. L’impostazione antigiudaica moderna è ben sintetizzata dalla celebre frase del deputato rivoluzionario Stanislas Clermont Tonnerre il 23 dicembre 1789 all’Assemblea Nazionale Costituente, : “Agli ebrei bisogna negare tutto come nazione, e concedere tutto come individui”. Come si vede è sempre lo stesso leitmotiv: l’ebreo va bene purché rinunci ai propri elementi identitari. È il momento in cui le speranze che gli ebrei avevano risposto nella Rivoluzione francese, anche attraverso una massiccia partecipazione attiva, vengono tradite. Le comunità ebraiche pensavano di trovare nello spirito rivoluzionario la possibilità, finalmente, di essere libere di esprimere la propria identità, ma il modello del citoyen che avevano in mente le élite rivoluzionarie era fortemente assimilazionista, così come lo sarà il modello dello Stato Nazione, che proprio in Francia aveva trovato la sua prima espressione con Luigi XIV. Il contesto islamico è totalmente differente perché non si trova l’elemento di continuità con la Bibbia ebraica (Torah, Neviim, Ketubim) che si trova nel cristianesimo occidentale. Qui l’ebraismo è sì da superare, ma comunque assunto come imprescindibile origine della propria identità. Nelle sure coraniche, che comunque ammettono diverse interpretazioni, come ovvio, la Torah è semplicemente pensata come un’opera di falsificazione da parte di una casta che vuole conservare propri privilegi, in contraddizione con i principi di uguaglianza e fratellanza del monoteismo. Come sempre, la medaglia ha due facce: se manca la continuità, viene meno anche l’idea del superamento che appare come grande ostacolo nelle relazioni con l’Occidente.

Dopo il 7 ottobre 2023 l’ostilità contro Israele e gli ebrei si è diffusa da nord a sud, ossia nei campus universitari degli Usa e dell’Europa così come nei paesi del Nordafrica e del medio ed estremo oriente. Per quel che riguarda i primi, già più volte hai avuto modo di soffermarti sul pensiero woke, che in nome di un riconoscimento dei torti subiti storicamente da tipologie di gruppi umani (le donne, gli omosessuali, i popoli colonizzati) rivendicano una piena uguaglianza dei diritti e la fine delle ingiustizie sociali. Cosa c’è che non ti convince in questo pensiero?

Pro-Pal e sostenitori di Israele in un campus

Nulla, io sostengo convintamente tutte le richieste di emancipazione che provengono dalla galassia (uso apposta questa espressione dai confini incerti perché il movimento è assai eterogeneo e manca, come sempre nei movimenti che nascono dal basso di una definizione sistematica coerente). Essendo io un dualista-monoteista, cioè un monoteista che assume la dualità come forma della nostra esperienza convinto dell’impossibilità di definire il Principio primo, posso essere scettico sull’impostazione monista-filosofica che mira a superare tutte le distinzioni, ma non vorrei qui andare troppo sul tecnico. L’importante è sottolineare il supporto alle battaglie contro ogni forma di discriminazione. Ho appoggiato Black Lives Matter, come del resto la stragrande maggioranza dell’ebraismo americano, ho appoggiato il movimento #MeToo, che mi ha anche interpellato nel profondo sul piano soggettivo, capisco anche lo spirito della cancel culture perché capisco che per la popolazione black american, ad esempio, non sia il massimo veder celebrati con statue e monumenti  figure storiche, per carità importantissime, che avevano lo «schiavo negro» in casa mentre scrivevano la costituzione di Philadelphia. Se mi è permesso dirlo, sono vicino a questi movimenti in quanto ebreo. Sento lì le stesse rivendicazioni che l’ebraismo ha chiesto e chiede per se stesso. Non mi nascondo, ovviamente, il contrasto su Israele e, in generale, sui temi ebraici, ma non mi stupisce perché si tratta dei movimenti che più raccolgono l’eredità dell’universalismo occidentale, che ha proposto un modello di uguaglianza capace di superare le distinzioni. Il mio lavoro è mantenere il supporto a questi movimenti, offrendo loro un’immagine dell’ebraismo e del sionismo in linea con le loro istanze etiche. L’ebraismo non è un’identità settaria, il sionismo non è un movimento coloniale e imperialista.

L’altro corno del pregiudizio che tratterai è quello islamico. Oggi, con la guerra permanente aperta da Netanyahu contro tutti i nemici di Israele, sembra che questo sia destinato a crescere e rafforzarsi. Non c’è speranza di trovare un dialogo autentico tra ebraismo e Islam?

Il Board of Peace è l’organismo “inventato” da Trump che dovrebbe realizzare la ricostruzione di Gaza. Il suo esito è al momento fallimentare

Non sono d’accordo con questa lettura: il legame fra Israele e mondo musulmano non è mai stato così forte per via dell’ormai conclamata alleanza con molti Paesi arabi, che ha dato prova di sé anche nell’attuale conflitto con l’Iran. Se una colpa, davvero storica, rimprovero a Netanyahu è non aver sfruttato una cornice mediorientale per la prima volta dal ’48 favorevole ad Israele. Questo perché, come tutti sanno, la stabilizzazione diplomatica con i Paesi arabi passa attraverso una qualche forma di risoluzione del problema palestinese. Cosa che a Netanyahu è impedita dai suoi alleati di governo. Si spera, almeno io lo spero, che questa orrida compagine di governo, a mio giudizio la peggiore della storia dello Stato, sia al capolinea e che in Israele salga al potere qualcuno che abbia coraggio di affrontare la domanda delle domande: quella dei confini dello Stato. Domanda comprensibilmente rimossa, sostanzialmente, dalla seconda intifada, che è stata davvero una pagina di morte e sangue atroce, mai compresa dell’Occidente che indica sempre in Israele l’origine di tutti i mali. Io sono molto speranzoso, anche se non mi nascondo le difficoltà sul campo, a cominciare dal disarmo delle milizie legate all’Iran. In ogni caso, resto convinto che ogni accordo politico, presente e futuro, debba essere accompagnato da una nuova elaborazione culturale che contribuisca alla formazione di un nuovo immaginario interreligioso ebraico-islamico, cosa, che, purtroppo, l’assetto verticistico delle società arabe non facilita. Questo è un grosso tema: nel mondo arabo abbiamo governi favorevoli ad Israele, ma masse cresciuta a pane e antisionismo, in Iran il contrario.

Come si fa a distinguere tra la legittima critica a Israele dal pregiudizio antigiudaico e/o antisemita?

l’Assemblea generale ONU

Ho appena scritto un ampio articolo in proposito. Come ogni limite che si rispetti, non esiste un parametro oggettivo che definisca questo confine una volta per tutte. Fissare un limite risente sempre delle contingenze storiche e delle sensibilità sociali del momento. Il tema, a mio giudizio, è questo: per lo meno dal 1991 – anno in cui viene ritirata l’infame risoluzione ONU del 1975 che equiparava il sionismo ad una forma di razzismo – l’antisionismo, che misconosce agli ebrei il diritto all’autodeterminazione concesso agli altri popoli, era considerato antisemitismo. È ancora così? Perché è chiaro che le mobilitazioni di questi anni includono forze esplicitamente antisioniste che sfruttano la sofferenza di Gaza (sarebbe anche il caso di ricordare le immani responsabilità dell’Iran e di Hamas in questa sofferenza) per corroborare l’immagine di un Israele razzista, a sua volta fondata sugli stereotipi antiebraici ricordati sopra. Insomma un tentativo di riportarci al 1975. Resto stupito e stupefatto di come l’intellighenzia occidentale si faccia guidare da movimenti oscurantisti, fondamentalisti, premoderni, suprematisti, misogeni, omofobi, criminali, di tagliagole medievali. Mala tempora currunt.

L’antigiudaismo è stato storicamente alimentato molto anche dal chiesa cattolica. Che giudizio dai del primo anno di pontificato di Papa Leone XIV? Nei rapporti con Israele, vedi più continuità o rottura con Papa Bergoglio?

Papa Leone XIV

So and so, come dicono gli inglesi. Dopo un primo tratto in cui mi pareva si volessero raffreddare gli animi surriscaldati dal pontificato di Bergoglio, in cui un certo terzomondismo intersecava l’antigiudaismo cattolico tradizionale, le mie speranze sono andate via via affievolendosi. Mi pare che, attualmente, si stia subordinando la lettura dello scenario mediorientale al conflitto politico con l’Amministrazione Trump, autore di attacchi sconsiderati, volgari e pezzenti nei confronti della figura del Papa, «l’altro americano». Immagini di Trump-Gesù al limite della blasfemia, toni da bar. Potessi permettermi un consiglio alla Curia, cosa ovviamente non nelle mie possibilità, direi di non abbassarsi ad un simile livello, in cui mi sembra giochino sempre più un ruolo sintomi di demenza senile spinta. Inquietano, e non poco, il riconoscimento vaticano all’ambasciatore iraniano e la mancata denuncia di un regime tra i più infami della storia moderna. Un regime che, solo a gennaio, ha massacrato il proprio popolo a ritmi ruandesi. Gli ambasciatori di questa gente andrebbero espulsi come in Libano, non premiati! In aggiunta, per mia esperienza vedo sempre una difficoltà enorme dell’intellettualità cattolica a criticare il comportamento del papa, che, teoricamente, è il vescovo di Roma e niente più. Capisco il dovere dell’unità assecondato dal riconoscimento di un’autorità comune, ma gradirei sentire critiche, o, almeno, spiegazioni. Le ho ovviamente chieste ai miei moltissimi amici cattolici con cui continuo a dialogare da anni, risposte zero.

Infine, vorrei chiudere con un caso a metà tra la cronaca e il mondo intellettuale del nostro paese. Mi riferisco a Erri De Luca, che dopo aver accettato di partecipare (da remoto) al festival letterario di Gerusalemme e aver dichiarato che a Gaza si  commettono crimini contro l’umanità ma non è corretto parlare di genocidio, è stato oggetto di una campagna di odio sui social, ma anche di un isolamento da parte degli intellettuali italiani, che ad esempio ha portato alla sua esclusione dal tenere la lezione inaugurale al Festival di letteratura di Salerno. Come giudichi questa forma di ostracismo così diffuso verso chi prova a sottrarsi al mainstream del pregiudizio?

Questo è stato un episodio per me particolarmente doloroso perché io conosco bene Gennaro Carillo, il direttore scientifico del Festival. Non ho alcun problema a dire che si tratti di un vero e proprio fuoriclasse, tra le persone più interessanti e intelligenti con cui mi sia mai capitato di interfacciarmi. Un giurista della più alta tradizione partenopea, con una capacità di sintesi concettuale da fare invidia ai più navigati filosofi e alla più navigate filosofe. In base al vecchio assunto per cui, amicus Plato, sed magis amica veritas, ho scritto un articolo critico sulla scelta di togliere a De Luca la prolusione perché nelle sue parole non ho trovato l’accusa di rimuovere la sofferenza palestinese che gli veniva imputata. Io sottoscrivo riga per riga il contenuto dell’intervista di De Luca a Israel HaYom, di cui Il Foglio ha tradotto alcuni stralci. Che dire, considero anche questo episodio come il segno dell’inconsapevolezza di quanto agiscano i pregiudizi antiebraici nella coscienza intellettuale dell’Occidente. Nessuno ne è esente, ebrei ed ebree compresi/e. Come mi dice sempre il grande studioso di Torah, nonché neuropsichiatra infantile emerito alla Sapienza, Gavriel Levi: l’identità ebraica è un’identità colonizzata. Non c’è bisogno di scomodare categorie psicoanalitiche come l’odio di sé per capire come certi pregiudizi riguardino anche noi.

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