Cronache quotidiane di dodici giorni di guerra

Maurizio G. De Bonis e sua moglie Orith Youdovich si sono ritrovati a Tel Aviv durante il conflitto tra Israele e Iran: questo è il loro resoconto

Quando un manipolo di persone si ritrova giorno dopo giorno, notte dopo notte, nello stesso angusto rifugio con muri spessi di cemento armato, una porta di acciaio pesantissima e una finestrella blindata con una scaletta per un’eventuale fuga, diventa un organismo unico basato su automatismi non concordati ma assolutamente spontanei e funzionali.

È ciò che ho sperimentato, insieme

l’interno di un rifugio. ©Orith Youdovich (Giugno 2025)

a mia moglie Orith, nelle dodici giornate della guerra tra Israele e Iran, il tutto nel nostro condominio situato nel ‘vecchio nord’ di Tel Aviv.

Ho perso il conto delle volte in cui abbiamo dovuto raggiungere il rifugio, spesso nel cuore della notte, anche ripetutamente. Un preallarme spaventoso, basato su un avviso sonoro quasi assordante veicolato tramite i cellulari, arrivava all’improvviso a squarciare il silenzio delle ore notturne.

Lo zaino per la sopravvivenza sempre vicino alla porta d’ingresso: acqua, documenti, medicine, un po’ di cibo, soldi. Poi via giù, velocemente ma senza panico.

Una volta raggiunto il rifugio insieme agli altri abitanti del palazzo ecco palesarsi gli automatismi spontanei: chi sistemava le sedie, chi controllava la piccola finestra con la chiusura in ferro, chi accendeva il ventilatore, chi si connetteva con lo smartphone sul Canale 12, chi, all’inizio della sirena che novanta secondi prima annunciava l’arrivo dei missili iraniani, chiudeva con decisione la porta d’ingresso come se si trattasse di un caveau.

©Orith Youdovich (Giugno 2025)

Nei minuti successivi non accadeva altro: solo l’attesa dell’attacco. Tutti seduti sentivamo il rumore dei missili balistici che passavano sopra le nostre teste: uno stranissimo rombo simile a un’impressionante turbolenza, un fastidioso e anomalo ronzio, poi enormi esplosioni. Pochi sguardi tra noi, nessun commento.

In queste occasioni, pur essendo tutti consapevoli dell’estrema gravità della situazione, non si è manifestato alcun gesto di sgomento o terrore. Donne, uomini, giovani, bambini (perfino cani e gatti) hanno sempre reagito con totale compostezza. Abbiamo visto solo equilibrio, serietà, collaborazione. Nessun  atto scomposto o parola fuori posto.

Solo il Comando del Fronte Interno era in grado di darci il via libera dopo l’attacco. Così, guardavamo i nostri smartphone in attesa che arrivasse il messaggio liberatorio.

Certo, il momento dell’apertura della porta di acciaio forniva un senso di grande sollievo. Si poteva tornate nelle nostre case. Ma aveva senso rimettersi a dormire, quando la possibilità di un nuovo allarme era sempre dietro l’angolo, se non addirittura imminente?

©Orith Youdovich (Giugno 2025)

In quei dodici giorni, così, si è dormito pochissimo, qualche ora qua e là. Niente di più. E dunque, forse solo la stanchezza fisica è stata l’unica conseguenza tangibile di questo tipo di vita.

 

Ma come ha reagito la frenetica e sfavillante Tel Aviv in questo periodo straniante?

Ebbene, dopo ogni allarme e anche dopo la caduta al suolo di missili, la città e la sua popolazione rispondevano con un impulso vitale di straordinaria portata.

Le strade deserte si ripopolavano lentamente e progressivamente quasi come nulla fosse successo: ragazzi a passeggio con il cane, mamme con i passeggini, persone al supermercato, addirittura qualcuno intento a fare jogging.

Tel Aviv mostrava perentoriamente il suo animo in continuo movimento, il suo insopprimibile spirito dinamico, l’istinto indistruttibile alla vita. Ciò, naturalmente, non voleva certo dire menefreghismo per i morti e i feriti, disinteresse verso chi aveva avuto la casa distrutta. Era solo la lampante dimostrazione che lo spirito di un popolo, come quello israeliano, è molto più forte dell’alienazione portata dalla guerra.

©Orith Youdovich (Giugno 2025)

A tal proposito, recarsi nei caffè che, molto timidamente (quasi clandestinamente a dire il vero), riaprivano dopo i bombardanti iraniani appariva come un metodo efficace per tastare il polso della popolazione. Nessuna rabbia, nessuna reale tensione, solo discussioni sul futuro di questa guerra, sulla sua efficacia, sulle prospettive politiche interne e geopolitiche.

Non dimenticherò mai, in ogni caso, il terribile testa coda emotivo delle ore che hanno caratterizzato l’annuncio del cessate il fuoco. Negli ultimi trenta minuti prima delle 7.00 (ora di Israele) del 24 giugno, siamo dovuti scendere nel rifugio ben quattro volte consecutive. Uno stillicidio fatto di emozioni, di incredulità, di dubbi, anche di stanchezza.

Poi la tregua, finalmente. Siamo usciti all’aria aperta alle 7.15 del mattino. Tel Aviv era invasa dal sole. La brillantezza della luce diurna riempiva le nostre pupille, le strade si sono riempite all’inverosimile, i caffè hanno riaperto senza restrizioni, i tavolini si sono subito riempiti di clienti.

Io e Orith abbiamo camminato un po’. Poi, ci siamo fermati  all’accogliente chiosco bar all’angolo tra Rehov Dizengoff e Sderot Nordau e abbiamo ordinato due caffè. Ci siamo seduti in silenzio guardando verso il mare. Un dog sitter è passato portandosi dietro sei cani tranquilli e disciplinati. La guerra era finita.

4 risposte

  1. Ciao Orith, ciao Maurizio, non vi sento da tanto tempo ma ho letto con grande empatia ed emozione le tue parole sulla resilienza del nostro popolo che sempre, e nonostante tutto, sceglie e ama la vita. Grazie !

  2. Ciao Rony, è vero, è molto tempo che non ci sentiamo. Il tuo commento ha fatto molto piacere sia a me che a Orith. Hai ragione: nonostante tutto, Israele resiste sempre. E continuerà a farlo.

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