Amos Gitai: il cinema è uno splendido edificio

Il cinema di Gitai esprime l’amore per Israele e la società israeliana, in quelle zone in cui accade l’inaspettato, in cui la traiettoria razionale delle imagini si trasforma in pura emozione

Negli ultimi anni ho avuto il piacere di coprodurre tre film centrali nella prolifica produzione di Amos Gitai: Ana Arabia, Tsili e Rabin: the last day.

Amos Gitai ha partecipato molte volte al Festival del Cinema di Venezia

Amos ama profondamente Israele e proprio per questo motivo il suo sguardo è estremamente lucido e sempre rivolto al superamento di una soffocante polarizzazione, che confina il dibattito in pro e contro. Il cinema di Gitai entra nel tessuto vivo della società israeliana e nelle sue pieghe, in quelle zone in cui accade l’inaspettato.

Ogni suo film nasce da una progettazione architettonica, non a caso la sua è una formazione da architetto, in cui ogni movimento di camera è già lo sviluppo di un pensiero, nella maggior parte dei casi un pensiero critico, che avanza inquadratura dopo inquadratura al passo dei suoi straordinari attori. Un esempio lampante di questa metodologia cristallina è la decisione di girare Ana Arabia in un unico piano sequenza.

Proprio come nella progettazione di un edificio in quel caso venne realizzata una maquette del quartiere tra Jaffa e Bat Yam, disegnando il percorso che la protagonista, la giornalista Yael, avrebbe fatto nell’incontrare i numerosi parenti di Hanna Klibanov, sopravvissuta a Aushwitz e sposata a Yussuf, uomo arabo con cui ha avuto cinque figli. Yael è mossa da uno spirito di inchiesta, ai limiti dello scandalistico, partendo dalla morte di Hanna vuole incontrare i suoi parenti arabi con l’intento di sollecitare un qualche contrasto, di marcare la conflittualità di due mondi. Il cinema però la sorpassa.

Come accade in The Straight Story di David Lynch, dove si è costretti a viaggiare al ritmo del piccolo tagliaerba su cui viaggia il protagonista per raggiungere il fratello malato, così in Ana Arabia la progettazione di quell’unico piano sequenza e l’ininterrotto movimento di steadicam costringe al protagonista a inoltrarsi nel dedalo architettonico del quartiere e in quello umano dei racconti degli intervistati. La separazione è impossibile, il film non viene costruito con la dialettica del campo e controcampo, è come se Yael non avesse via d’uscita se non quella di abbandonarsi al flusso amorevole di parole, che non descrivono semplicemente una convivenza riuscita ma ne mostrano la sua esistenza fattuale.

Una esperienza umana, quella della protagonista, che diventa il cinema stesso, con la sua capacità di avvolgere i corpi in una danza ininterrotta. In questo sta la grandezza di Amos Gitai, quella di orchestrare, come nel piano sequenza iniziale di Free Zone o in quello del cortometraggio The Book of Amos sezione del film collettivo Words with Gods, una danza di corpi e parole. L’influenza più profonda in questa lucida prassi cinematografica, che anima tutti i suoi film, è sicuramente il pensiero filosofico e pragmatico sviluppatosi al Bauhaus, la scuola tedesca di arte e design di cui il padre Munio è stato allievo. Un’eredità dichiarata e ricercata, che diventa ancora più forte data la ferita che costrinse Munio ad abbandonare la scuola a seguito delle persecuzioni razziali.

È come se il cinema respirasse insieme a quelle linee nette a quell’essenzialità funzionalista che Walter Gropius innestò nel turbolento contesto del primo novecento. Allo stesso modo Gitai porta nel contesto lacerato della società israeliana un anelito di sorprendente serenità: la consapevolezza che l’esperienza umana è inesauribile, e traccia percorsi alternativi alla narrazione corrente. Gitai è un regista di fiumi carsici, di percorsi che scavano nella coscienza e lasciano frutti da cogliere alle generazioni future. La sua prassi non sarebbe così forte se non si poggiasse su una architettura. Ogni film è una sorta di edificio, ma un edificio in cui lo spettatore quanto i protagonisti del film devono trovarsi a proprio agio. Un edificio funzionale, non coercitivo che lascia il tempo di riflettere su uno spazio altro, quello della nostra anima. La traiettoria razionale diventa allora pura emozione, e in questo alberga lo splendido paradosso del suo cinema: sia Ana Arabia che Tsili approdano nelle loro battute finali in un pianto liberatorio, quello delle splendide protagoniste Yuval Scharf e Sarah Adler.

La traiettoria che parte da una geometrica messa in scena non può che scaturire nel più umano dei gesti, il pianto. L’architettura si scioglie nell’umano, come dovrebbe sempre essere, in un mondo armonioso. Un’intera filmografia, quella di Gitai, che tende all’armonia e in questo mostra tanto il rumore di fondo che inevitabilmente la ostacola, quanto il gesto limpido che potrebbe metterla in atto. È quello che accade in Rabin: the last day struggente ritratto di un’occasione persa, di un’azione politica tragicamente interrotta, ma allo stesso tempo radicata nelle coscienze.

La vita, con i suoi rovesci tragici, si ferma sempre a un passo dall’armonia, eppure rimangono i disegni, la progettazione, una matrice replicabile, per costruire finalmente un edificio armonioso che ci contenga tutti. Amos Gitai ha suggerito nei suoi film come costruire, gli spettatori più accorti non si lasceranno sfuggire l’opportunità di poggiare un nuovo mattone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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