Il 7 ottobre cambia la storia di noi occidentali

Raffaele Romanelli, storico, nel suo ultimo libro si sofferma sul 7 ottobre e quel che ne è seguito, soprattutto sulle reazioni registrate in Occidente, con una lettura controcorrente rispetto alle tante parole ascoltate in questi due anni

Professor Romanelli, nel suo ultimo libro (“Post-Occidente. Come il 7 ottobre riscrive la nostra storia”, Laterza 2025), lei indica nel 7 ottobre una data spartiacque per Israele. Può spiegarcene le ragioni?

Raffaele Romanelli dal 2002 al 2012 ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza. Dal 2012 al 2015 ha insegnato Storia delle istituzioni presso la Luiss. Dal 2011 al 2020 ha diretto il Dizionario Biografico degli Italiani, dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana

Il pogrom del 7 ottobre ha sancito da parte di Hamas e della Jihad la chiamata alle armi di tutto il mondo islamico e la determinazione a cancellare lo stato di Israele – dal fiume al mare, come non solo si grida nelle manifestazioni filopalestinesi, ma si dipinge in tutte le raffigurazioni di quel territorio, e anche sulla porta della Missione dell’OLP accreditata a Roma, vicino alle terme di Caracalla – e da parte delle piazze occidentali la simpatia per gli artefici del pogrom e la drastica condanna della reazione militare israeliana come culmine di violenza colonialista, imputabile di «pulizia etnica» addirittura «genocidaria».

Qual è la fase storica che termina il 7 ottobre e che riguarda anche la storia di noi occidentali?

Mi è sembrato che, ben oltre la congiuntura, tali dinamiche mettano in discussione i paradigmi, i quadri di riferimento, le convenzioni stabiliti con la fine della Seconda Guerra mondiale. Sono quadri di riferimento già andati sgretolandosi da almeno la fine del Novecento, al tempo della caduta del muro di Berlino, ma a mio parere il 7 ottobre ha come rimosso un velo che li nascondeva. Tra questi, il rifiuto della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Oggi non solo a Gaza, ma ovunque, da Kiev a Caracas, è entrata nel quadro ogni sorta di guerra, tradizionale o «ibrida» che sia, comprese le azioni terroristiche più efferate, da molti legittimate: un noto accademico ha scritto che «Hamas, che non è uno stato, può solo prendere ostaggi e lanciare razzi. Il terrorismo di Hamas è il risvolto dialettico del terrorismo dello sta­to israeliano». Ne sono rimaste travolte non solo il concetto stesso di guerra – esemplare che la Russia proibisca di nominare come tale una delle più classiche invasioni militari – ma anche la antica dottrina della «guerra giusta», dottrina ribadita ancora qualche anno fa anche dal cardinale Ratzinger a proposito della lotta antinazista, e affermata ora da Israele, laddove però, accanto alla legittimazione del terrorismo, si ritiene da tutti che l’azione militare di Israele abbia ecceduto la necessaria proporzionalità.

l’ultimo libro di Romanelli (per informazioni)

In questi due anni (quattro, se si pensa all’Ucraina) si è molto discusso, in effetti, sulle violazioni del diritto internazionale.

È importante notare che «salvare le future generazioni dal flagello della guerra», principio ispiratore della carta delle Nazioni Unite, si basa sulla subordinazione delle relazioni internazionali al diritto. Da qui è derivata la giustizia internazionale, con i suoi tribunali e le sue imputazioni. E il 7 ottobre ha anche visto disarticolarsi quell’ordine; sia l’assemblea dell’ONU – a maggioranza extraeuropea – sia i tribunali internazionali, si sono apertamente schierati a favore dei palestinesi e contro Israele, così perdendo ogni «obiettività» e ogni giuridicità. In questo senso si chiude, per così dire ufficialmente, l’ordine postbellico, lasciando il terreno a un disordine globale.

Questa nuova fase cui siamo entrati, cosa ci dice a proposito dello stato di salute delle democrazie?

L’avversione mostrata dall’opinione mondiale verso la guerra condotta nella striscia e l’occupazione dei territori in Cisgiordania, spesso arbitraria, ha portato alcuni a negare il carattere democratico dello stato di Israele, indipendentemente dal fatto che viga un governo parlamentare sostenuto da elezioni libere, dallo stato di diritto, da una stampa libera e ampia libertà di organizzazione politica e di manifestare il dissenso, anche in regime di guerra. D’altra parte c’è chi, nel sostenerne le ragioni, ricorda che vent’anni fa Hamas è salito al potere vincendo le elezioni. Mi pare evidente che chi contesta il carattere democratico di Israele e attribuisce una qualche legittimità democratica a Hamas chiama in causa la natura e le ragioni della democrazia, che oggi alcuni individuano nel carattere elettivo delle magistrature – come è tipico dei moderni populismi, anche nei regimi autoritari – e altri nello stato di diritto, come vuole la democrazia liberale. Il caso israeliano, in questo senso, non è che la cartina tornasole della perdita di riferimenti concettuali in un mondo in cui Putin contesta la legittimità del presidente Zelensky perché il suo mandato è scaduto e Trump grazia i condannati per l’assalto al Congresso.

Lei evidenzia l’esplosione, dopo il 7 ottobre, in Europa e negli Usa, di “energie compresse” con cui sostanzialmente si giustifica l’attacco di Hamas. L’aumento di manifestazioni, dichiarazioni, gesti ostili a Israele e agli ebrei in quanto tali, cosa ci dice del modo con cui abbiamo riservato la memoria della Shoah?

l’Assemblea generale ONU

Se mi si chiede il nesso tra giustificazione del pogrom e memoria della Shoah, credo sia rivelatore l’uso del concetto di «genocidio» per censurare le gravi ferite inferte a Gaza. Quali che siano la gravità di quelle ferite, quali le responsabilità di Israele e la necessità di condannarle, poiché da nessun punto di vista le sue azioni militari possono essere assunte nel concetto di genocidio comunque formulato – non per le finalità, né per gli effetti – quel termine (non è chiaro da chi per primo e quando è stato adottato, ma di uso generale, anche da parte di organi delle Nazioni Unite) ha evidente il significato di relativizzare la Shoah e di rovesciare il nesso tra vittime e carnefici, operazione tipica dell’antisemitismo.

Interessante è anche il modo con cui gli intellettuali occidentali hanno letto il conflitto a Gaza e in Medio Oriente. Come spiega questa “introversione” con cui molti oggi leggono la storia dell’Occidente?

manifestazione Propal all’università di Torino

Questo è il cuore del mio libro, che prende le mosse dall’entusiasmo che in Occidente molti intellettuali e molte piazze, pur rammaricandosi della sua ferocia, hanno subito espresso per l’attacco del 7 ottobre, inteso come l’esplosione liberatoria di energie a lungo compresse, oltre che in quella piccola striscia di terra, si direbbe lungo tutto il fronte che contrappone l’Occidente non solo all’Islam, ma al Sud del globo, all’universo non bianco. Non tutti hanno notato che fin dalla dichiarazione di Bangkok sui diritti umani del 1993, il sostegno alla lotta palestinese a Israele è stato indicato tra gli elementi qualificanti dei «valori asiatici», ufficialmente condivisi da un arco di paesi che va dalla Siria al Giappone. In vari modi, coloro che hanno giustificato – se non esaltato – il pogrom del 7 ottobre considerano la causa palestinese come espressione della lotta dei popoli sottoposti alla sopraffazione colonialista, e identificano l’Occidente con il colonialismo. A questa visione sono subordinati i valori fondanti della civiltà Occidentale, in primo luogo i diritti umani che vi sono proclamati, in un modo o nell’altro demistificati nella loro essenza. Ho fatto a questo proposito alcuni esempi, a partire dalla repulsa dei principi repubblicani americani perché i padri fondatori erano maschi bianchi proprietari di schiavi, oppure, con maggiore evidenza, l’affermazione dell’eguaglianza di genere, della liberazione delle donne o dell’omosessualità, princìpi non negati in assoluto, ma comunque subordinati alla logica della dominazione coloniale, occidentale e bianca, e dunque trascurati, o ignorati del tutto nei movimenti di massa, così come vengono ignorate tante battaglie di libertà. Come spiegare questa «introversione»? Non ho una sola, complessiva spiegazione. Mi sono limitato a menzionare alcuni dei disparati elementi, dall’influenza delle ideologie antioccidentali in quanto anticapitalistiche di tradizione marx-leninista all’adesione alle lotte anticoloniali nell’età della decolonizzazione, al fascino esercitato dalla spiritualità collettiva di movimenti islamici.

L’Europa, dal 1945, poggia su un perno: che nessuna guerra avrebbe più dovuto combattersi sul suo terreno. In realtà, la guerra in ex Jugoslavia ha lacerato questo principio, e quella in Ucraina ci coinvolge  in una forma di guerra ibrida. Il 7 ottobre ora contribuisce a riconsiderare il nostro rapporto con la guerra: è finito il periodo di pace che gli europei hanno conosciuto negli ultimi decenni? E che ruolo possiamo svolgere, ora che siamo definitivamente “provincia”, per ripristinare le paci?

l’antisionismo e antioccidentalismo si sono spesso fusi in questi 2 anni

Che sia finito il periodo di pace lo mostrano già gli esempi ora fatti, che da tempo premono sui confini orientali e meridionali del continente. Come dicevo, sul rifiuto «salvare le future generazioni dal flagello della guerra» si basa la stessa formazione delle Nazioni Unite, e in varie forme il principio è recepito in Europa, ad esempio in Italia dal noto articolo 11 della Costituzione repubblicana, che afferma il ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Se, contrariamente al suo spirito e alla sua stessa lettera, quell’articolo è oggi invocato per rifiutare di approntare strumenti di difesa e di sostenere militarmente le lotte di libertà di altri popoli, ciò è dovuto a vari fattori. Contribuisce senz’altro il fatto che la difesa europea è stata fino ad oggi sostenuta in sede NATO dagli Stati Uniti, ciò che ha permesso di destinare quote rilevanti della ricchezza nazionale a spese sociali, ma anche sul piano culturale l’influenza di tradizioni culturali «pacifiste» presenti in prospettive diverse in campo comunista da un lato e cattolico dall’altro, nonché i concreti interessi economici di gruppi interessati ai legami con la Russia. Questi temi, ai quali ora appena accenno, sono ben presenti nel dibattito pubblico italiano e rendono a mio parere del tutto illusorio che l’Italia e l’Europa siano in grado di farvi fronte nei tempi brevi che il precipitare delle situazioni richiederebbe.

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