I giovani ebrei italiani, oggi

Giulio Piperno e Carlotta Jarach hanno firmato una ricerca sui giovani ebrei italiani, prima e dopo il 7 ottobre 2023

Giulio, da poco è uscito “Due ebrei, tre opinioni”, una ricerca sui giovani ebrei italiani, realizzata insieme a Carlotta Jarach (Giuntina). Da dove nasce questo lavoro?

Giulio Piperno

Il lavoro è iniziato nel 2021, quando, Carlotta ed io eravamo appena stati eletti membri nel consiglio dell’UGEI (Unione Giovani Ebrei Italiani). Saul Meghnagi ci chiese allora di aggiornare una ricerca sui giovani ebrei italiani che lui stesso aveva curato 15 anni fa. In quel periodo io e Carlotta eravamo entrambi dottorandi, per cui ci apparve naturale farci promotori della richiesta e realizzare questo progetto. È nata così l’idea del libro, divisa in due fasi. La prima è stata raccogliere le interviste su un campione di 214 ebrei italiani tra i 18 e i 35 anni, la seconda ha consistito nell’elaborazione dei dati. Mentre eravamo al lavoro, è accaduto l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ci ha imposto di modificare la ricerca, inserendo un focus specifico sulla percezione dell’antisemitismo.

Quanti sono gli ebrei giovani ebrei italiani stimati oggi?

L’UCEI conta oggi tra i 3000 e i 4000 giovani ebrei italiani. La nostra ricerca ha interessato, dunque, circa il 5% dell’intera popolazione di riferimento – un dato statisticamente molto rilevante. La metà degli intervistati risiede a Roma, un quarto a Milano e l’ultimo quarto nelle piccole comunità, rispecchiando la distribuzione reale della popolazione di riferimento.

 Un tema che emerge in modo ricorrente nel mondo ebraico italiano è la difficoltà nel coinvolgere le generazioni più giovani nella vita comunitaria. Si tratta di un luogo comune o corrisponde a un dato che voi avete riscontrato?

Prima di tutto, dobbiamo distinguere tra la frequentazione alla vita comunitaria e la partecipazione alla vita politica italiana. Se teniamo ferma questa distinzione, allora la tendenza che emerge è che i giovani ebrei più religiosi hanno tassi di frequentazione alla vita comunitaria più alti, a differenza di quelli meno osservanti. Tuttavia, questi ultimi, se ci riferiamo alla partecipazione alle attività culturali o all’interessamento per la politica nazionale, appaiono maggiormente coinvolti. In generale, dalla nostra ricerca risulta che le comunità oggi appaiono centri aggregativi forti per quel che riguarda l’offerta di servizi religiosi. Di conseguenza, esse perdono interesse per chi non cerca servizi religiosi, ma vive il proprio ebraismo più legato a tradizioni e alla cultura.

Quali sono i motivi per cui oggi molti giovani ebrei italiani si allontanano dal contesto sociale in cui sono nati?

Alcuni anni fa il presidente di Israele Rivlin, in un celebre discorso, ammonì il Paese circa il rischio di profonde fratture sociali, in quanto la società appariva divisa in quattro gruppi, che lui chiamò “tribù”: gli ultraortodossi, i religiosi, laici e arabi. Nella realtà italiana si presentano invece due soli tipologie: i religiosi e i laici. Il primo gruppo, che raggruppa gli ebrei osservanti, è anche quello che, come ho detto, partecipa maggiormente alla vita comunitaria. I meno osservanti tendono invece a frequentare meno la vita comunitaria. Per quest’ultima categoria di giovani è importante che ci siano strutture in grado di assicurare loro comunque ascolto e accoglienza. L’UGEI, ad esempio, svolge questa funzione, essendo un’istituzione che attrae entrambi i gruppi.

Un’altra tendenza è l’aumento delle persone che riscoprono o si riconoscono in un modello religioso. Quanto è forte questa tendenza nei giovani ebrei italiani?

Potremmo dire che i giovani ebrei italiani che valorizzano di più gli aspetti religiosi difficilmente si allontanano dalla comunità, e sono poi quelli che risaltano di più. Tuttavia, occorre al riguardo fare una precisazione.

Quale?

Nella realtà italiana la divisione in due gruppi di “laici” e “religiosi” è solo “teorica”. In realtà si può parlare piuttosto di una gradazione sfumata, che va da un estremo di chi non segue nessun tipo di precetto religioso e chi invece tende alla massima osservanza.  Nella nostra ricerca, utilizzando come criterio il grado di osservanza della Kasherut (regole alimentari) e dello Shabbat, abbiamo potuto osservare come il campione si distribuisse in maniera omogenea a diversi divelli, senza polarizzazioni agli estremi. Il dato interessante è stato poi osservare come la posizione nell’asse che va dal minore al maggiore grado di osservanza, si associasse spesso all’opinione su moltissimi temi, come ad esempio il menzionato rapporto con la comunità, ma anche le opinioni verso la corrente Riformata, il rapporto con la società circostante, o la percezione dell’antisemitismo.

La vostra ricerca affronta il rapporto con la comunità Reform e con quella LGBTQ, ma anche il tema dei matrimoni misti. Quali tendenze emergono al riguardo?

Come viene spiegato in uno dei capitoli del libro, scritto da Filippo Tedeschi, il movimento reform nasce nel Nord Europa nel corso dell’Ottocento e non attecchisce mai davvero In Italia, almeno fino agli anni 90. Io credo che ciò dipenda da quel compromesso che, nei fatti, l’ebraismo italiano ha sempre ricercato tra il suo riconoscersi e definirsi come ebraismo ortodosso e la pratica quotidiana, in cui, nella propria vita privata, ciascun ebreo si dà regole e ammette deroghe rispetto al modello teorico. Questo compromesso ha probabilmente preservato l’ebraismo italiano dal rischio di una piena assimilazione da un lato, e l’attrattiva per il mondo reform dall’altro. Venendo all’oggi, secondo i giovani ebrei italiani, la corrente Riformata, pur non essendo un’alternativa valida all’ebraismo ortodosso, dovrebbe comunque avere la possibilità di essere rappresentata istituzionalmente. Chi si definisce più osservante mostra minore interesse e più cautela verso tale realtà. Per quanto riguarda invece le comunità LGBTQ e le coppie miste, abbiamo registrato una maggiore apertura. Su quest’ultimo tema sono emerse differenze fra chi appartiene a una grande comunità o a una piccola. Nel primo caso, si registra una maggiore cautela nell’esprimersi a favore delle coppie miste, mentre, nel secondo, questa situazione, per motivi demografici, è più comune e familiare.

Che effetto ha prodotto il 7 ottobre del 2023 sulla percezione dei giovani ebrei italiani all’interno del nostro Paese? Il crescente sentimento di ostilità come viene percepito?

Qui la tendenza delle risposte registra una certa omogeneità, senza particolari differenze tra ebrei osservanti ed ebrei non osservanti. Se prima del 7 ottobre c’era già una buona percentuale che riteneva l’antisemitismo in aumento, dopo quella data si è registrato un incremento di tale giudizio, ben oltre l’80%. Quel che colpisce è che molti degli intervistati hanno dichiarato di aver cambiato le proprie abitudini quotidiane: ad esempio nascondono il Maghen David o, soprattutto se sono studenti liceali o universitari. Dunque, i giovani si espongono meno, non dichiarando esplicitamente la loro appartenenza ebraica. Le università e i licei sono oggi luoghi ritenuti poco sicuri. Ritengo che dover nascondere parte di sé sia qualcosa di molto critico, specialmente se ciò avviene in una fase in cui la propria identità si sta ancora formando. Quel che emerge inoltre è che se in superficie i giovani ebrei italiani esprimono rabbia per l’aumento dell’antisemitismo, in realtà vivono questa situazione con uno stato d’animo di forte preoccupazione, paura e solitudine.

Come i giovani ebrei italiani vedono Israele oggi? Aspirano a trasferirsi oppure ritengono che il loro futuro sarà In Italia?

Un dato significativo sembra emergere: tra coloro che considerano Israele come una possibile meta di trasferimento, la percentuale cresce proporzionalmente alla percezione di un aumento dell’antisemitismo. Tuttavia, non è questa la motivazione prevalente. Molti giovani esprimono infatti il desiderio di trasferirsi anche in assenza della percezione di una minaccia crescente, a dimostrazione del fatto che la scelta è spesso guidata da motivazioni più profonde e personali. Tra queste, spiccano l’adesione identitaria e religiosa e il desiderio di vivere in un contesto che favorisca e normalizzi la pratica della vita ebraica. Non sorprende, quindi, che tale propensione risulti positivamente correlata anche al livello di osservanza religiosa.

Dalla vostra ricerca possiamo ricavare una maggiore fiducia sul futuro dei giovani ebrei italiani nel nostro Paese o dobbiamo temere che tra calo demografico, Alyà e allontanamento sia a rischio il nostro futuro?

Personalmente credo che il calo demografico da qui ai prossimi cinquant’anni potrà incidere sensibilmente sull’ebraismo italiano. È possibile, infatti, che, a parte Roma e Milano, Firenze e Torino, la presenza ebraica nelle altre comunità diventi ancora più rarefatta. In prospettiva, potremmo avere una situazione in cui gli ebrei che vivono al di fuori di queste quattro maggiori comunità non saranno in grado di organizzare al meglio la propria vita religiosa. C’è poi un altro dato da segnalare: nelle nostre comunità sembra prevalere uno stato di costante allerta, una sorta di atteggiamento difensivo che, seppur comprensibile, può tradursi in una ridotta apertura verso l’esterno e in una minore accoglienza verso chi cerca di avvicinarsi.

Cosa intendi?

Oggi capita, per fare un esempio, che un giovane ebreo italiano che non frequenta la comunità abbia difficoltà ad entrare in un tempio, banalmente perché la sorveglianza non lo conosce di persona. La stessa cosa avviene per gli ebrei non italiani. Questo è un tema che potrebbe essere maggiormente indagato, perché oggi in Italia ci sono molti israeliani o ebrei stranieri che vivono tra di noi, eppure non frequentano le nostre comunità. Solo trovando soluzioni per renderle più interessanti e accoglienti, possiamo sperare in un effetto in controtendenza, che miri ad arricchire la vita comunitaria.

Tra meno di un mese gli ebrei italiani saranno chiamati a rinnovare il consiglio dell’UCEI. A tuo avviso, quali politiche per i più giovani il nuovo consiglio dovrebbe promuovere?

Una chiave di lettura interessante potrebbe essere quella di non limitarsi a pensare politiche per i giovani, ma di immaginare politiche pensate e realizzate dai giovani stessi. Oggi, gli under 35 – e si potrebbe dire anche gli under 40 – sono poco rappresentati nei luoghi decisionali della comunità, a partire dalle liste UCEI. In passato, l’ingresso nella vita comunitaria seguiva un percorso relativamente lineare: si attraversavano le scuole e i movimenti giovanili fino ai 25 anni circa, per poi reimmettersi nella vita comunitaria come genitori e nuovi nuclei familiari, usufruendo dei servizi dedicati alle famiglie. Oggi però, la formazione di nuove famiglie avviene spesso più tardi, e si apre così un vuoto tra i 25 e i 35 anni, un periodo in cui la comunità può apparire meno rilevante o poco coinvolgente. È proprio a questa fascia che bisogna guardare con attenzione, pensando a nuove forme di partecipazione, rappresentanza e proposta che sappiano rispondere alle esigenze di chi è in questa fase di transizione.

 

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