Sul dopo Gaza si decide il futuro di Israele

Che effetti ha avuto il conflitto più lungo nella storia di Israele? E che prospettiva ha lo Stato ebraico di vivere in una vera pace? Ne parliamo con Claudio Vercelli

Claudio, a circa tre settimane dalla firma, il piano di pace imposto da Trump a Gaza vive ancora un precario equilibrio. Come sta evolvendo il conflitto?

Claudio Vercelli

La prima cosa da evidenziare è che oggi quel conflitto non vede più contrapposti Israele da una parte e i paesi arabi in quanto tali dall’altra. Al suo interno è possibile individuare un conflitto di identità tra Israele e le diverse dimensioni o modi di essere della controparte palestinese, al momento un soggetto politicamente amorfo, che avanza delle richieste ma lo fa in modo confuso e senza una leadership politica, deficit che da sempre la connota. Il secondo aspetto è che il piano si occupa tangenzialmente del destino dei territori, ossia su chi eserciterà la sovranità a Gaza e in Cisgiordania. In altre parole, il piano Trump ha l’ambizione di determinare non solo il destino degli arabo-palestinesi, ma anche di Israele nella sua complessa molteplicità. Ma lo fa con estrema ambiguità. Infine, il terzo elemento che emerge da quel piano è che, in questo momento, sappiamo che i paesi arabi non vogliono più muovere guerra a Israele, come è invece successo più volte nello scorso secolo. Oggi i paesi arabi vogliono un accordo con Israele. Certo, si tratta di una pace fredda, un accordo di vertice, seguendo la scia degli accordi di Abramo, dunque non un abbraccio tra popoli, perché l’odio alimentato in questi anni è oggi troppo radicato; tuttavia, credo che nella situazione attuale anche una condizione di non belligeranza tra gruppi dirigenti sia un risultato. Credo che questo sia il risultato che l’amministrazione Trump vuole ottenere. Il presidente americano, al di là delle sue intemperanze e di tutti gli altri difetti che conosciamo, sta comunque perseguendo l’obiettivo di sedare i conflitti, e anche se questo non può definirsi una pace, comunque è un passo avanti rispetto alla guerra come tale.

E una vera pace, che riguardi anche il popolo israeliano e il popolo palestinese, è da escludere?

Gli accordi di Oslo (1993) sono stati il tentativo più vicino a un accordo di pace tra Israele e palestinesi

Se guardiamo all’Europa, potremmo prendere l’esempio della Francia e della Germania, ma anche dell’Inghilterra e, perché no, anche della fragile Italia. Questi paesi sono stati a lungo in guerra o interessati a conflitti, e oggi convivono invece in pace. Se mi chiedi se anche in Medio Oriente sarà possibile arrivare allo stesso risultato, non posso che evidenziare le differenze tra le due situazioni. I paesi europei, almeno dall’Ottocento, si configurano come stati nazionali, magari anche autoritari in alcuni momenti della loro vita, ma comunque con un’identità culturale e sociale compatta e un’idea di cittadinanza progressivamente condivisa. In Medio Oriente la situazione è completamente diversa. Lì non abbiamo a che fare con soggetti aventi questi caratteri. Non mi riferisco soltanto alla questione israelo-palestinese: pensa al sistema di potere giordano, profondamente diverso dall’idea di Stato e di cittadinanza europei; ma pensa anche al caso dell’Iraq, della Siria, della Libia. Se Israele tutto sommato è uno stato nato sullo schema novecentesco che abbiamo visto applicato in Europa, dall’altra parte ci sono modelli diversi, sostanzialmente organizzati sulla fedeltà a gruppi di appartenenza, i quali tra loro si sovrappongono e a volte si contrappongono all’interno di cornici statali disegnate a tavolino ormai disintegrate o compromesse. Per questo oggi credo che il massimo che si possa ottenere è uno status quo che assicuri la non belligeranza. E poi non occorre sottovalutare l’aspetto economico dell’accordo. I paesi arabi sono a volte guidati da filibustieri, ma sono comunque tutti attratti dalla prospettiva economica che l’accordo imposto dagli Usa può realizzare. Almeno in prospettiva.

In Italia c’è uno storico movimento a sinistra che sostiene la necessità dei Due Stati per due popoli. La pax trumpiana è un passo avanti in questa direzione?

Sinistra per Israele dalla sua fondazione sostiene la necessità di 2 Stati per 2 popoli

La formula “due popoli due Stati” ha per me un significato affettivo e sentimentale cui continuo ad aderire. Tuttavia la politica non segue necessariamente tali percorsi. Io credo che oggi esista una collettività palestinese strutturata fin dagli anni Cinquanta del Novecento e fortemente condizionata dall’esperienza della “profuganza”, ossia dalla Nakba; un tema, quest’ultimo, che non dobbiamo né sottovalutare né cancellare, ma anzi di cui dobbiamo farci carico. Detto questo, e aggiunto che oggi ci sono movimenti e istanze nel mondo palestinese molto ricche sul piano culturale e sociale, devo constatare che sul piano politico non c’è alcun elemento di sintesi, perché né Abu Mazen, né il suo successore, né Barghouti, né certo Hamas svolgono un ruolo unificante. Nel mondo palestinese c’è un popolo, ma manca drammaticamente una leadership politica, un deficit che il popolo palestinese sconta almeno dagli anni Sessanta.

Israele esce da questo conflitto più forte?

No. Israele oggi è assai più debole di due anni fa, ha perso la legittimazione residuale che aveva a livello internazionale, perché non contano solo le vittorie militari ottenute sul campo. Mi rendo conto delle difficoltà di prendere decisioni, e del trauma profondo subito con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ma la scelta di agire in quel modo sulla Striscia di Gaza indica una profonda fragilità. Se mi metto nei panni di chi ha dovuto decidere come rispondere all’attacco del 7 ottobre non posso che riflettere sul fatto che la risposta non doveva essere data solo sul piano militare. C’è anche un piano immaginario e rappresentativo, in cui Israele ha incassato molti insuccessi e l’ostilità oggi permanente degli arabo-palestinesi e di tutto il mondo arabo. Su un terzo e ulteriore livello, quello simbolico, è andata anche peggio: lì Israele è stata sconfitta. Questo ci impone una riflessione che ci impegnerà nei prossimi anni. L’immagine di Israele ora come entità carnefice è tornata alla ribalta dell’opinione pubblica occidentale. Questa immagine non è sostenuta oggi solo da piccoli gruppi radicali e isterici, come certi filo-palestinesi acritici, ma raccoglie un consenso collettivo, costruito su un immaginario diffuso che vede Israele come un soggetto prevaricatore. Sebbene io giudichi severamente la politica militare perseguita a Gaza, registro un meccanismo irrazionale che, sul piano simbolico, oggi alimenta l’antisionismo e l’antisemitismo. Quest’ultimo elemento prescinde dal concreto interesse nei riguardi del destino palestinese, semmai utilizzando come volano la gravissima crisi in atto per dare fiato alle trombe di un odio antico. L’aggressione a Emanuele Fiano ne è uno dei tanti, possibili esempi.

i casi di antisemitismo sono fortemente aumentarti negli ultimi due anni

Il fatto che in Israele ci sia un governo radicale mette a rischio la democrazia dello Stato?

Mi sembra evidente che in Israele la democrazia abbia dovuto registrare diversi passi indietro. Oggi il rischio è che le frammentazioni presenti da tempo nel tessuto sociale si radicalizzino e siano esacerbate. Il 7 ottobre Hamas non ha fatto che alimentare questa divisione e incentivare alcune spinte centrifughe della società israeliana. Quel che mi preoccupa è che oggi queste spinte rifiutano e rigettano un tentativo di mediazione, come ad esempio quelli che, a livello istituzionale, il presidente della Repubblica, Herzog, più volte ha tentato. Oggi in Israele è a rischio il pluralismo, e anche la tenuta democratica delle istituzioni sta facendo passi indietro significativi. Questo perché c’è un tentativo di cambiare la struttura istituzionale del paese, accentuandone la vena nazionalista; del resto questo è un tentativo in corso anche in Europa.

Nella crisi della democrazia israeliana che hai descritto, e in un contesto così critico e in movimento,  quanto manca una figura come Itzhak Rabin a Israele?

Funerali di Yitzhak Rabin

Rispondo con un chiasmo, che ancora una volta collega Israele ai paesi democratici: non è Rabin a mancare, ma la complessa e sofferta cultura politica che lui – per nulla un teorico, semmai un militare e politico avvezzo non tanto ad “amare” la controparte bensì a comprendere le ragioni esistenziali di quella propria – cercava quindi di tradurre in opzioni di governo. Partendo dal principio per cui non si deve sposare coloro che ci avversano. Semmai, nei rapporti di obbligato vicinato, conta la capacità di capire che quanti sono diversi da noi, tuttavia non spariranno per un colpo di bacchetta magica. Cinismo realista? Forse. Idealismo? Per nulla. Rabin cercava da sé un’opzione praticabile per i decenni a venire. Anche per questa, la destra fascistoide e identitaria lo ha eliminato per mano di un sicario. Osannato da chi sta distruggendo, a modo suo, l’Israele possibile. Ossia, lo Stato tra il consesso degli Stati. Nel nome di un messianismo che azzera, sotto il grado zero della plausibilità, le democrazie. Nel mentre ritrasformate in teocrazie.

Come ti sembra che l’opinione pubblica e la politica italiana abbiano letto il conflitto?

In Italia la guerra Gaza è stata letta soprattutto in chiave interna. Abbiamo così assistito a uno scontro fra destra e sinistra, con l’uso di etichette e luoghi comuni. Si guardava a Gaza cioè con una logica campanilistica. In questo scenario il partito democratico più volte è apparso in confusione, mentre alla sua sinistra si è registrato un approccio meramente ideologico e militante. Dall’altra parte, la destra post costituzionale di Fratelli d’Italia e della Lega di Salvini ha seguito una linea filo israeliana acritica e interessata a legittimarsi per far dimenticare il proprio passato. In altre parole, il dibattito politico ha visto svolgere una recita, dimostrando la mancanza di una cultura politica matura, sia a destra che a sinistra.

Uno degli ultimi libri pubblicati da Vercelli

Quale dovrebbe essere invece la politica mediterranea italiana?

Dovremmo chiederci quali sono i nostri interessi. Oggi mi pare che né la maggioranza di governo né l’opposizione sappiano rispondere a questa domanda. Qualcuno ha una strategia di fronte, ad esempio, all’azione di penetrazione nell’Africa sub-sahariana che la Cina sta praticando da anni? Il nostro paese ha un forte ritardo rispetto a tutti i cambiamenti in corso. Al contrario, sono oggi i paesi più autocratici a essere consapevoli che l’ordine imposto con la fine della Seconda guerra mondiale si è consumato, è che proprio dalla frantumazione di quell’ordine nascerà un nuovo assetto. In questo contesto ci troviamo anche noi, ma mi sembra che l’Italia sia incapace di proporre una propria strategia in un mondo che cambia, accontentandosi al più di galleggiare, senza urtare troppo l’Unione europea e fingendo di condividere la logica trumpiana. Anche qui c’è un deficit di cultura politica profondo. Lo stesso vale per l’opposizione, dove si scontano ambiguità e cliché che sono indice di un desolante vuoto di idee e, a volte, anche di intenzioni.

Leggi l’intero numero: Riflessi numero 7 novembre 2025

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