La tregua: una pausa, o una fine
Daniela Fubini traccia per Riflessi impressioni e aspettative dopo la tregua firmata in Egitto

Dall’inizio della guerra, oltre allo shock devastante, oltre al dolore personale e collettivo per le vite perdute il 7 ottobre e dopo, e oltre alla paura che ci ha attanagliati per mesi, fino a che i combattimenti non hanno perso almeno una parte del loro volume di rumore, e le sirene di allarme non hanno iniziato a suonare con meno frequenza, uno strato delle nostre coscienze di israeliani ha sempre continuato a sentire lo stress acuto della mancanza di notizie sugli ostaggi. Per quasi due anni, tolti i due momenti in cui ci sono state delle restituzioni, a novembre 2023 e poi apnea e terrore fino a gennaio-febbraio 2025, a noi comuni cittadini l’unica cosa nota era che gli ostaggi erano nelle mani dei terroristi di Hamas. Dove fossero davvero, se in superficie o sotto terra, e in quali condizioni fossero tenuti, e quanti di loro fossero ancora vivi, erano tutte nozioni incomplete o mancanti.

In questi due anni sono nati gruppi di supporto per le famiglie, siti in cui venivano raccolte le ricette per i biscotti preferiti di ciascun ostaggio, sono state pubblicate Haggadot di Pesach con interventi di rabbanim e famigliari degli ostaggi, si sono organizzate innumerevoli serate di preparazione delle challot per lo shabbat, e gruppi di attivisti in ogni città, paese, kibbutz, moshav hanno organizzato passaggi in auto e autobus per raggiungere insieme la Kikkar HaChatufim (piazza degli ostaggi) di Tel Aviv ogni giovedì e ogni sabato sera. Mentre la guerra continuava e centinaia di migliaia di riservisti, insieme ai giovani di leva, erano al fronte, tutto il paese si è gradualmente riempito di fiocchi gialli, in ogni forma e materiale, dai braccialetti alle spille, dai magneti da attaccare alle automobili ai gioielli, fino all’arredo urbano. Non c’è stato un momento solo, in questi oltre 750 giorni, in cui qualcuno di noi potesse dimenticarsi che nostri cittadini, vivi o morti, erano nelle mani di terroristi assassini; anche se nel frattempo la vita è continuata, e ci sono stati matrimoni, nascite, compleanni, feste ebraiche, lauree, promozioni al lavoro e via dicendo.
Ma una cosa è stata chiara da subito: non era concepibile che finisse la guerra senza che gli ostaggi fossero restituiti. Ogni volta che succedeva qualcosa di “grosso” – dall’eliminazione di Sinwar nell’ottobre 2024 alla guerra totalmente improvvisa con l’Iran nel giugno 2025, il dubbio era sempre se fosse un bene per gli ostaggi, perché la sconfitta di Hamas si avvicinava, o invece un male perché sicuramente i carcerieri si sarebbero vendicati su di loro.

La seconda cosa che la pace americana ha portato è l’aggravarsi di una sensazione che era già forte in partenza: quella di non essere pienamente in controllo della situazione. Chi dice che Israele è diventato una colonia degli Stati Uniti fa una dichiarazione politica, con cui si può essere d’accordo o meno. Qui voglio sottolineare la conseguenza, se vogliamo, emotiva, di decisioni prese molto sopra la testa dei cittadini israeliani. Per due anni non siamo stati in grado di salvare i nostri cittadini presi in ostaggio, in origine 251, alcuni dei quali sappiamo che sono stati assassinati in prigionia, e quindi pesano ancora di più sulla nostra coscienza, perché non siamo stati capaci di arrivare in tempo e riportarli a casa vivi. E adesso, a questo si aggiunge il fatto che anche la conclusione di questo incubo lungo due anni non è in alcun modo frutto di decisioni di noi israeliani come popolo, attraverso le azioni dei nostri leader.

Quando tutto sarà davvero finito, si spera presto, con la restituzione dell’ultimo ostaggio, ci vorranno anni, per ritornare ad avere fiducia in una classe politica che ha come prima responsabilità il tenerci al sicuro, non solo al sicuro in senso strettamente fisico, ma si dovrà partire almeno da lì. Per recuperare questo senso di sicurezza, si dovrà passare per un processo di eliminazione del pericolo stesso di un nuovo conflitto con uno o più dei nostri paesi confinanti. Parlare di processo di pace, lasciando da parte la pax americana che, essendo imposta, non può durare, è ancora un salto nel vuoto: a 30 anni esatti dall’omicidio di Yitzhak Rabin, siamo in uno dei momenti più bassi nel dibattito su come e con chi si può fare la pace. Allora possiamo chiamarlo processo di fine della guerra, basta che inizi da chi poi vuole vivere la sua vita qui, e non oltre oceano a diecimila chilometri di distanza.
Leggi tutto il numero di novembre: Riflessi numero 7 novembre 2025