Ricordo di Giorgio Pacifici (1939-2025)
Nel trigesimo della scomparsa, Renato Mannheimer ricorda Giorgio Pacifici, uno dei padri della sociologia italiana
Professor Mannheimer, quando ha conosciuto Giorgio Pacifici?

Ho conosciuto Giorgio Pacifici circa dieci anni fa, attraverso un comune amico. A Giorgio venne in mente che avremmo potuto scrivere un libro insieme, e l’idea mi parve ottima. Così ci mettemmo al lavoro realizzando un saggio poi intitolato “Italie” (Jaka Book editore, n.d.r.) per sottolineare che nello stesso ambito geografico convivono diverse società. Il libro poi ha suscitato un interessante dibattito. Il contributo di Giorgio in questo nostro primo lavoro è stato a mio parere determinante, sia per la sua ampia conoscenza sociologica nazionale e internazionale, sia per gli stimoli di pensiero che ha dato a me, da sempre più concentrato su numeri e statistiche. Direi che la collaborazione ha dato un buon esito, tanto che l’editore ci ha chiesto un altro testo, in cui lo sguardo è stato allargato, tanto da intitolarlo “Europe”. Negli ultimi mesi avevamo in lavorazione un terzo saggio, stavolta sulle paure degli italiani, che però non abbiamo fatto in tempo a terminare.
Che contributo ha dato Giorgio Pacifici alla sociologia italiana?
È stato importante non solo nella sociologia italiana, ma anche in quella internazionale. La sua formazione andava oltre i confini del nostro paese, è stata stimolata e avvalorata dai suoi numerosissimi viaggi all’estero. Giorgio Pacifici ha dato ai nostri sociologi un orizzonte più vasto e profondo, da tutti riconosciuto.

Un suo progetto era quello di istituire un centro di ricerca contro l’antisemitismo.
Sì. Giorgio era molto impegnato anche nella riflessione e nello studio sul mondo ebraico, un tema questo che viveva con grande interesse e, se posso usare questo termine, passione. Da qui numerose iniziative sia volte a studiare, per esempio, l’espandersi dell’antisemitismo che le sue cause, sia a promuovere un vero e proprio centro studio sull’antisemitismo. Naturalmente, dato il suo carattere e le sue relazioni, il centro avrebbe dovuto operare in ambito internazionale, con particolare riguardo alla Francia.
Che tipo di ebreo era?

Devo innanzitutto precisare che l’occasione del nostro incontro non fu determinato dal fatto che eravamo entrambi ebrei. Certo, lo sapevamo, ma non era questo l’elemento più importante della nostra collaborazione, che era invece fondata su una accesa curiosità scientifica, sulle caratteristiche e lo sviluppo della società italiana in comparazione con quella di diversi altri paesi, europei e non. Naturalmente, lavorando insieme abbiamo parlato spesso della nostra identità ebraica, e delle sue preoccupazioni sul fenomeno dell’antisemitismo. Credo che l’identità ebraica di Giorgio fosse molto importante per lui, come per altro lo è per me. Non era un uomo religioso, come non lo sono io, ma, ciò nonostante, l’aspetto culturale e anche di appartenenza dell’ebraismo lo coinvolgeva molto e su questo ci siamo più volte confrontati.
Oggi, come vedrebbe e leggerebbe le reazioni della società e della politica italiana a quel che accade in Medio Oriente?
Giorgio era molto spaventato e colpito da quanto sta accadendo. Me ne parlava spesso. La guerra a Gaza ha provocato un atteggiamento di forte critica internazionale verso Israele che si è riflesso anche in Italia.
Posso chiederle un suo parere al riguardo?

Una risposta
L’opinione pubblica viene fomentata in molti modi. Ignorare questo è suicida.