Se stiamo insieme ci sarà un perché…
Ogni gruppo sociale sopravvive e si rafforza se riesce a trovare un legame che lo unisce. E per le comunità ebraiche italiane, cosa può servire a rafforzarne la coesione, alla vigilia del rinnovo dell’Ucei?
Yuval Noah Harari, professore di storia all’Università di Gerusalemme, è una delle menti più brillanti ed originali della società israeliana. Alcuni suoi libri, grazie ad una interpretazione non convenzionale dei cambiamenti sociali e antropologici e ad una prosa accattivante e facilmente comprensibile, sono diventati dei bestseller internazionali: penso a “Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità”, “Homo Deus. Breve storia del futuro” e “21 lezioni per il XXI secolo”.
I libri di Harari cercano di fornire risposte alla definizione di cosa sia l’uomo, attraverso lo studio della sua evoluzione storica e sociale, l’analisi dei suoi comportamenti, la selezione naturale che lo ha portato a dominare il creato, i valori che lo spingono a espandere il suo potere, ma anche i disvalori che minano e minacciano l’esistenza della vita sul pianeta.
Se l’uomo è riuscito a salire il più alto gradino dell’evoluzione, lo deve non ad una maggiore capacità della sua massa celebrare o all’acquisizione di una migliore manualità e tecnica. Harari ci ricorda che, ad esempio, l’uomo di Neanderthal o l’Homo Erectus avevano una scatola cranica ben più grande della nostra ed erano in grado di creare manufatti che il cittadino urbanizzato di oggi compra già fatti e che non saprebbe riprodurre.

Ma l’evoluzione e la crescita dell’umanità non sono mai state lineari, sono avvenute ed avvengono per strappi, con battute d’arresto e con ripartenze. Insieme agli innegabili successi, vi sono anche innegabili insuccessi e terribili errori, dovuti o alla mancanza di collaborazione o ad una collaborazione volta a contrastare l’evoluzione, a difendere i privilegi, a non modificare condizioni di ingiustizia e di sfruttamento.
La chiave della collaborazione sta o in un interscambio che si instaura tra i soggetti che ottengono un’utilità dallo stare con persone che non si conoscono o dalla comune consapevolezza che si sta insieme sulla base di valori, sentimenti e obiettivi condivisi.

A scanso di equivoci non sto cercando di capire quale sia il collante del popolo ebraico: quello esiste da quattromila anni ed è la Torah (la si voglia o meno rispettare è un dato di fatto incontrovertibile che essa, con i suoi insegnamenti, con il suo altissimo standard etico e morale, ci distingue da tutti gli altri popoli). Quello che vorrei fosse definito è quale sia – sempre che esista – il contratto sociale o se vogliamo chiamarlo il programma politico/sociale/culturale che lega fra loro, e al loro interno, le comunità ebraiche italiane.

Ogni volta che si è alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del parlamentino dell’Unione delle Comunità, si alzano così le voci che chiedono di modificare l’attuale modello rappresentativo, sulla base dell’evoluzione sociale, demografica e culturale dell’ebraismo italiano. Voci che provengono anche da chi questo modello lo votò una decina di anni fa.
Al di là dei diversi modelli rappresentativi (con i loro pregi e difetti), sarà urgente definire i reali fabbisogni della popolazione ebraica italiana e, sulla base di questi, progettare politiche ed azioni concrete. A partire, a mio parere, da una urgenza/emergenza: i nostri giovani.
Di questo parlerò nel mio prossimo articolo.
La “finestra sul cortile” è la rubrica di Giacomo Kahn per Riflessi: leggi anche l’articolo sul sionismo
2 risposte
Un sincero Baruch ha bà a Giacomo Khan e ad al piacere rileggerlo di nuovo!
Sempre interessante leggerti,complimenti