La guerra di Hamas contro Israele: chi può dirsi sionista?

Quando Israele è costretta a difendersi, sostenitori e critici tornano a scontrarsi: ma siamo sicuri di sapere cosa significa essere sionisti? Giacomo Kahn ci offre una lettura  che smonta alcuni stereotipi

Il recente, ultimo, drammatico, conflitto scatenato da Hamas contro Israele mi ha spinto, forse a causa delle lunghe ore di veglia, ad una riflessione e all’interrogarmi sul concetto di sionismo, ma soprattutto sulla necessità di definire il profilo del ‘sionista’.

Rotoli della Torah portati via da una sinagoga di Lod, incendiata negli scontri seguiti all’ultimo conflitto

È una riflessione che nasce anche da quella dolorosa e inopportuna lettera di alcuni giovani ebrei italiani (“Not  in my name”), dalle relative scomposte e vergognose reazioni di minacce di chi non ha accettato i contenuti di quella lettera e dalle manifestazioni di antisemitismo che sono esplose in alcuni paesi.

 

Quella presa di distanza dei nostri giovani (ancora più dolorosa se si pensa che molti di questi sono cresciuti in famiglie dove ogni giorno “si mangia pane e Israele”) è il manifesto di una presa di distanza da un destino comune ebraico che invece (da come la vedo io) è, e rimane, la nostra forza e la sola ragione della continuità millenaria del popolo ebraico. Leggere quello slogan “Not in my name”, mi ha fatto tornare alla mente un altro slogan di protesta, “Not in my backyard” (Non nel mio cortile), espresso da gruppi e persone che non vogliono che le infrastrutture utili alla collettività (come ad esempio acquedotti, centrali elettriche, termovalorizzatori, autostrade, ecc.) vengano costruite nelle zone da loro abitate.

Ambedue questi casi, pur profondamente diversi da loro, sono però accomunati dalla mancanza di un principio solidaristico, che per conseguenza porta alla errata convinzione di sentirsi autonomi ed indipendenti di fronte alla grandi sfide che nascono o dai cambiamenti (come nel caso delle infrastrutture) o davanti alle scelte drammatiche,  e dolorose che Israele è costretta a compiere per garantirsi la sicurezza e soprattutto per conservare una ‘moral suasion’, una capacità cioè di incutere soggezione e timore nei confronti dei suoi nemici che, altrimenti, avrebbero già da tempo scatenato una guerra di sterminio.

È proprio in questi momenti drammatici, quando Israele suo malgrado è chiamata a colpire il nemico con durezza (ma anche sforzandosi di salvaguardare la vita umana, sia dei suoi soldati, sia della popolazione civile palestinese) che assistiamo inevitabilmente (come successo più volte in passato) al manifestarsi di due comportamenti.

manifestazioni anti-Netanyahu in Israele lo scorso novembre.

Il primo attiene al mondo esterno: i non ebrei (soprattutto alcune organizzazioni internazionali) chiedono ad Israele un comportamento etico e una moderazione che non penserebbero di chiedere a nessun altro paese in guerra e giudicano Israele con una tale severità che non viene applicata davanti a stragi e crimini ben peggiori, commessi anche da arabi contro altri arabi (vedi la guerra civile in Siria). Si arriva persino all’assurdo che a dare lezioni alla democrazia israeliana di moderazione, pacifismo e tolleranza vi siano dittatori, presidenti a vita di regimi semi o totalmente dittatoriali che uccidono e incarcerano i dissidenti. Quando le coscienze si risvegliano solo perché Israele usa la violenza nelle forme statuali consentite dalle leggi internazionali, mentre dormono in tutti gli altri casi, non è pacifismo, non è buonismo, è semplicemente il negare a Israele il diritto di difendersi. Quindi di esistere.

Il secondo comportamento attiene al mondo ebraico: appaiono i distinguo, le prese di posizione critica, anche le raccolte di firme, e per reazione opposta la conta di chi si definisce ‘sionista’ e la messa all’indice di chi ‘sionista’ non sembra essere.

E qui si apre una riflessione sui significati dell’essere sionista del terzo millennio, sul profilo di chi si vuole definire tale.

Innanzitutto ci sono coloro che si sentono sionisti per il fatto di scegliere di fare le vacanze in Israele, contribuendo con le loro spese a far crescere il Pil nazionale. Sarebbe interessante e certamente curioso chiedere a Theodor Herzl, e agli padri fondatori del sionismo, se nella loro categoria dei halutzisti rientrassero anche i turisti che si recano ogni estate nello stabilimento Frishman di Tel Aviv. Ne dubito.

Né d’altra parte può essere definito sionista chi ha acquistato una casa Israele: non tutti se lo possono permettere e poi possono esserci più semplici e prosaiche ragioni di convenienza economica o patrimoniale. E poi come dovremmo giudicare chi la casa l’ha acquistata ma l’ha messa in affitto?

Sembrerebbe facile definire sionista chi partecipa alle campagne di raccolta fondi. Ma è una formula che negli anni dà sempre meno risultati, anche perché sono occasioni che dimostrano quanto sia vero l’aforisma che recita: “Il sionista è quell’ebreo che chiede, ad un altro ebreo, i soldi per mandare in Israele un terzo ebreo”.

Nemmeno il livello di osservanza e di rispetto dell’Halakà può essere preso a indice di attaccamento al sionismo che alle sue origini trovò forte opposizione proprio nelle comunità ortodosse. Quale tipo di Gerusalemme siamo chiamati a non dimenticare mai? Andrebbe aperta una riflessione sull’assioma (certamente veritiero) che l’antisionismo è un modo diverso di esprimere l’antisemitismo: ma come ci mettiamo con alcuni movimenti ortodossi ebraici apertamente antisionisti, come i Satmar e i Neturei Karta? Dobbiamo arrivare alla tragica conclusione che ci sono ebrei che odiano altri ebrei?

Ci sono poi quelli che ‘ci mettono la faccia’, che scendono nelle piazze con la bandiera di Israele. Possono essere definiti sionisti? Non lo so. Sono certamente dei sostenitori. Ma come dobbiamo poi definire la stragrande maggioranza degli ebrei che, per molte e diverse ragioni, non scendono in piazza? Sono degli antisionisti? Non credo proprio.

Avere parenti in Israele può essere motivo sufficiente per autoproclamarsi sionista? Si possono accampare meriti per l’aliyah per interposta persona? Non è per caso una scorciatoia per alleggerire il peso di una decisione che in quanto singolo individuo non abbiamo la forza di fare? Ma allo stesso tempo a chi ha figli in Israele (tanto più quando servono nell’esercito) gli si può negare un amore verso Israele fatto però di dubbi, di senso critico e preoccupazioni? E come la mettiamo con quei ‘sostenitori’ di Israele, senza se e senza ma, più tifosi che sionisti, che pur non avendo figli in Israele ma in nome della difesa dei figli altrui, si pongono invece in posizioni talmente acritiche, persino a volte guerrafondaie, da apparire surreali?

Che profilo di sionismo ne esce da questa spietata selezione?

Chi ha a cuore realmente il destino ed il futuro di Israele (la cui sopravvivenza è garanzia di sopravvivenza anche per gli ebrei della diaspora) dovrebbe sapere che non esiste un solo modo di essere sionista e che ciascuno dà un suo contributo, appartenendo a una o più categorie di quelle che ho sommariamente tratteggiato. Quindi ciascuno può amare Israele a suo modo. Ma deve essere un amore incondizionato?

Questo è un aspetto che andrebbe molto approfondito, su cui manca il confronto e che diventa motivo di divisioni, spaccature e di accuse ideologiche.

Dal mio punto di vista dobbiamo guardare a Israele come guardiamo alla persona che amiamo. Siamo gelosi? Cerchiamo il dialogo? Siamo possessivi? Ci fidiamo l’uno dell’altra? Condividiamo gioie e dolori? Siamo indifferenti? Oppure siamo sospettosi, preoccupati e sempre in allerta?

In fondo il modo in cui amiamo è il modo in cui esprimiamo la nostra sicurezza o insicurezza, la nostra fiducia o mancanza di fiducia, il nostro ottimismo o il nostro pessimismo. Condizioni dell’animo umano che non sono mai statiche ma che cambiano continuamente. Ecco perché, analogamente, anche l’amore per Israele non può essere sempre uguale a sé stesso. Rimarrà amore davanti ai suoi successi e rimarrà amore anche quando soffrirà davanti alle delusioni e agli errori.

 

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3 risposte

  1. La base fondamentale del sionismo oggi è costituita da un testo, la Jerusalem Declaration, che è stata rivista nel 2004 e che recita (in inglese) quanto segue:

    The unity of the Jewish people, its bond to its historic homeland Eretz Yisrael, and the centrality of the State of Israel and Jerusalem, its capital, in the life of the nation;
    Aliyah to Israel from all countries and the effective integration of all immigrants into Israeli society.
    Strengthening Israel as a Jewish, Zionist and democratic state and shaping it as an exemplary society with a unique moral and spiritual character, marked by mutual respect for the multi-faceted Jewish people, rooted in the vision of the prophets, striving for peace and contributing to the betterment of the world.
    Ensuring the future and the distinctiveness of the Jewish people by furthering Jewish, Hebrew and Zionist education, fostering spiritual and cultural values and teaching Hebrew as the national language;
    Nurturing mutual Jewish responsibility, defending the rights of Jews as individuals and as a nation, representing the national Zionist interests of the Jewish people, and struggling against all manifestations of anti-Semitism;
    Settling the country as an expression of practical Zionism.

    Il mondo ebraico – essendo una realtà non omogenea e molto articolata – interpreta quella dichiarazione in maniere assai diverse e spesso parziali, privilegiando alcuni aspetti e sottacendone altri. La realtà, quindi, è molto complessa, come ben sottolinea l’articolo di Giacomo Kahn.

  2. Salve a tutti
    Il dibattito di cosa sia o possa essere il sionismo, come ogni grande movimento politico, può essere materia per una riflessione storica, i cui esiti sono diversi.
    Qualunque sia il punto di vista ideologico è un fatto che “gli ebrei” d’Europa specie dalla Russia e dalla Polonia tra fine secolo XIX e il secolo XX hanno deciso in gran numero di non essere più alla mercé di discriminazione, odio, insicurezza …
    Una parte è emigrata in Paesi dove hanno potuto mettere radici liberamente, USA, UK, Canada, Australia etc e un’altra parte è emigrata in Eretz Israel costruendo la “casa nazionale “ prevista dalla dichiarazione Balfour è confermata dalla Società delle Nazioni, poi dall’ONU.
    Come sappiamo il “rifiuto arabo “ per i dhimmi che inaspettatamente prendevano le armi ha portato Israele ha diventare una potenza militare. Senza dilungarmi resta il fatto che la cultura ebraica si trova a suo agio con la democrazia liberale, per cui in Israele ci sono partiti politici diversi con idee di fondo diverse su come procedere in particolare sul tema del perdurante “rifiuto “ di Hamas & suoi finanziatori e con purtroppo con troppe simpatie nella Cisgiordania… e non solo…
    A me “Bibi” è sempre piaciuto … Tuttavia in questi giorni sta nascendo un nuovo governo senza “Bibi”… Dobbiamo avere fiducia che la maggioranza degli israeliani sappiano quale è la migliore strada per loro.

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