Gli Stati Uniti festeggiano i 250 anni di indipendenza sotto il disordine di Trump

Daniele Fiorentino legge per Riflessi le dinamiche interne al mondo Usa sotto la presidenza più divisiva dei loro primi 250 anni

Pochi giorni fa gli Stati Uniti hanno festeggiato i 250 anni della loro indipendenza. È stata una celebrazione tutto sommato in tono minore, con l’annullamento, ufficialmente per motivi legati al maltempo, del grande concerto e della parata prevista nel programma. Che anniversario è stato per gli Stati Uniti, ancora impantanati nella guerra con l’Iran?

Daniele Fiorentino insegna storia degli Stati Uniti a Roma tre

Le prime parole che vengono alla mente osservando gli Stati Uniti in questa fase sono divisione e crisi d’identità. C’è in effetti una spaccatura fortissima all’interno del Paese. Le celebrazioni per i 250 anni dell’indipendenza, ad esempio, erano state preparate da molti anni, addirittura sotto la seconda Presidenza Obama, all’insegna di un anniversario che avrebbe dovuto sancire una ritrovata unità a partire dal primo presidente nero. Invece, il successore di Obama è stato Trump, nel suo primo mandato. Oggi gli Stati Uniti devono rispondere a una domanda fondamentale, ossia qual è la vera identità americana.

Cosa intendi?

Per lungo tempo si è creduto che quell’identità potesse essere riconosciuta nei valori fondanti della democrazia, così come espressi nella Costituzione americana. Oggi non è più così. Assistiamo nel dibattito americano a una delegittimazione reciproca fra i grandi partiti che, da duecento anni, si alternano alla Presidenza, quello repubblicano e quello democratico. Oggi queste due forze non riconoscono all’altra pari legittimazione: guarda al pericolo per un nuovo comunismo lanciato da Trump, che fa sì che tutti coloro che non vengano riconosciuti allineati alle posizioni del presidente siano considerati traditori del vero spirito americano. Eppure, la Costituzione americana recita, seppure in forma retorica, un principio fondamentale: quello per cui tutti gli uomini sono staticreati uguali. Sotto l’amministrazione Trump assistiamo a numerosi episodi che sembrano mettere in discussione questo principio.

 

La Presidenza Trump si caratterizza per una forte tensione impressa sia all’ordinamento giuridico interno, sia a quello internazionale. Ci sono precedenti nelle presidenze americane di una figura così controversa?

Sicuramente le scelte estreme della politica estera di Trump escono dai canoni da sempre seguiti della politica estera americana. Tuttavia, non dobbiamo credere che si tratti di una posizione isolata, perché altrimenti non potremmo spiegare il grande successo della sua seconda elezione. In realtà mi sembra che Trump dia voce a una parte più profonda dell’America che fino a questo momento non aveva voluto o non aveva provato a esprimere le sue posizioni. Trump è dunque l’espressione di questa parte del Paese. Naturalmente, anche in passato abbiamo avuto presidenze caratterizzate da tratti piuttosto radicali. Penso a James Knox Polk, che nel 1846 dichiarò guerra al Messico, rompendo gli indugi di chi lo aveva preceduto. Il risultato fu l’appropriazione da parte degli USA di tutto l’attuale Sud-Ovest che poi divenne definitivamente parte del territorio nazionale. Tuttavia, si trattò anche in quel caso di episodi isolati, per quanto importanti. Oggi Trump sembra voler praticare una estremizzazione della politica estera americana.

sembra finita la luna di miele tra Trump e Israele

Molti media hanno messo in evidenza come, in poco più di un anno dal suo nuovo insediamento alla Casa Bianca, Trump ed i suoi familiari abbiano accresciuto notevolmente le proprie ricchezze personali. A tuo avviso sono fondate le accuse di cleptocrazia mosse al clan del presidente?

Questo forse è davvero il pericolo più grave che la democrazia americana corre sotto l’attuale amministrazione. Anche qui dobbiamo intenderci: è tra gli effetti prevedibili di una Presidenza usufruire di una maggiore visibilità, e quindi anche di un maggior successo economico. Anche Obama, per esempio, dopo la sua Presidenza ha visto migliorare la propria posizione economica. Tuttavia, la novità cui assistiamo oggi è l’enorme ricchezza accumulata dal presidente in carica con la volontà di farlo. Forse la famiglia Bush, con i presidenti George senior e George junior, ha avuto la stessa tendenza ad arricchirsi durante la Presidenza, ma certamente non ai livelli che stiamo registrando oggi. Questo è forse il tratto più distintivo della seconda Presidenza Trump: un accumulo di ricchezza che mette a rischio gli equilibri economici e politici del paese, un attacco ai principi etici della politica americana. Trump esprime un modo di esercitare il potere che rappresenta un unicum nella storia americana. Se poi questa tendenza arriverà a modificare i caratteri distintivi della democrazia ancora non possiamo dirlo. Al momento, i check and balances previsti dall’ordinamento sembrano reggere; anche se non possiamo prevedere cosa avverrà nel futuro.

Un altro elemento di tensione è il rapporto con la NATO, che significa con l’Unione Europea. In generale, mi sembra che gli orientamenti al riguardo siano due. Secondo alcuni Trump è soltanto una parentesi: una volta chiusa, sarà possibile ripristinare lo storico legame tra Europa e Stati Uniti instaurato dopo il 1945. Per altri, al contrario, Trump è il  sintomo di un cambiamento storico che porterà inevitabilmente ad un allontanamento fra gli Stati Uniti e l’Europa. A quale dei due orientamenti ti senti più vicino?

il clan Trump

Tutto sommato credo che la seconda lettura sia quella più vicina alla realtà. Certo, Trump è una figura estrema, ma la tensione tra Stati Uniti ed Europa, sul piano della sicurezza e della difesa militare, è presente da tempo. Dopo la fine della guerra fredda, e anche dopo il trauma dell’11 settembre 2001, che ha portato gli Stati Uniti a un maggiore impegno su molti fronti in Medio Oriente, i presidenti americani hanno cominciato a chiedere ai Paesi europei un maggiore impegno economico e militare. Naturalmente, sappiamo che anche gli Stati Uniti sono stati avvantaggiati dall’organizzazione della NATO, perché molte volte i Paesi europei hanno prestato assistenza ad operazioni militari volute dall’America; tuttavia, oggi assistiamo a un cambiamento di scenario, per cui credo che, anche dopo Trump, se è presumibile che le tensioni si attenueranno rispetto ad oggi, tuttavia non cambierà la tendenza da parte degli Stati Uniti a chiedere un maggior coinvolgimento e impegno da parte dei Paesi europei.

L’ultima questione riguarda il Medio Oriente. Le ultime settimane, dopo la firma della tregua, in realtà molto debole, con l’Iran, hanno segnalato una diversità di posizione fra Trump e Netanyahu. Il legame che unisce Israele agli Stati Uniti come sta evolvendo, a tuo giudizio, sotto la Presidenza Trump?

Il rapporto fra Stati Uniti e Israele è molto delicato. Dopo la Seconda guerra mondiale si è progressivamente instaurata una relazione sempre più stretta fra i due Paesi. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che, alla fine, ciascun Paese persegue sempre il proprio interesse nazionale, o quello che ritiene tale. Anche Trump ragiona in questi termini. Quindi, se la storia ci mostra come molto spesso gli interessi di Israele e quelli degli Stati Uniti in Medio Oriente sono stati sovrapponibili, questo non ha mai portato una loro piena identificazione, come la cronaca recente del conflitto contro l’Iran sta dimostrando. L’Amministrazione Trump, in particolare, si caratterizza per puntare soprattutto a raggiungere il massimo profitto per il presidente americano e per il suo governo. Questo ha fatto sì che, se a lungo è sembrata esserci una luna di miele fra Trump e Netanyahu, in poche settimane abbiamo visto come i divergenti interessi delle due leadership abbiano portato alla firma di una tregua tra Stati Uniti ed Iran certamente avversata da Israele. Questo apre il tema della sicurezza israeliana. È evidente, infatti, che dietro gli attacchi del 7 ottobre 2023 c’è l’Iran. Dunque, è comprensibile che Israele giudichi ogni possibile tregua con l’Iran un rischio per la propria sicurezza. Se non è immaginabile che gli Stati Uniti voltino le spalle a Israele – anche perché dobbiamo considerare tanto l’influenza della pressione diretta israeliana a Washington quanto la presenza di un cospicuo elettorato ebraico, una parte del quale peraltro critico delle ultime mosse del premier israeliano – occorrerà verificare fino a che punto il perseguimento brutale da parte di Trump dei propri interessi possa deteriorare l’alleanza con Israele.

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