Una tregua debole che ha il sapore della sconfitta per Netanyahu (e Trump)
Janiki Cingoli commenta per riflessi la tregua firmata tra USA e Iran
Pensi che l’annunciato accordo USA-Iran stavolta reggerà?

Trump, giovedì scorso, dopo aver annunciato in mattinata attacchi massicci sull’Iran e l’occupazione dell’Isola di Kharg, in risposta all’abbattimento di un costoso elicottero USA Apache in perlustrazione su Hormuz, ha improvvisamente annunciato la sospensione degli attacchi ed il raggiungimento di un accordo con l’Iran, anche se gli iraniani sostengono che l’accordo non è ancora completo, ma vicino. In effetti, pare ora che venerdì l’accordo sarà ufficializzato, e verrà firmato in Europa alla presenza del Vice Presidente J.D. Vance e dei mediatori USA Steve Witkoff e Jared Kushner, insieme al presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. È il primo incontro a un livello politico così elevato da molti anni a questa parte. Già in passato annunci simili erano stati fatti dal Presidente USA, ma questa volta pare sia vero. Secondo fonti di due Paesi mediatori, il MOU (Memorandum of Understanding), il Protocollo di Intesa, è stato definito mercoledì sera dopo ore di negoziati tra il diplomatico qatariota Ali Al Thawadi e il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Cosa prevede l’accordo?
Secondo quanto riporta l’autorevole commentatore Barack Ravid sul sito Axios, si tratterebbe di un accordo quadro di una pagina, che prevede una tregua di 60 giorni, che includerebbe anche il Libano, la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, nonché la sospensione del blocco Usa alle navi iraniane, e il graduale allentamento delle sanzioni USA contro l’Iran con lo sblocco a scaglioni dei fondi congelati, a seconda di come procederanno i negoziati. Il Protocollo d’Intesa include l’impegno iraniano a non sviluppare mai un’arma nucleare e a non acquistarla, e un quadro di riferimento per affrontare la questione delle scorte di uranio arricchito iraniano, anche se i relativi dettagli dovrebbero essere definiti nel corso dei 60 giorni di tregua. Un alto funzionario USA ha affermato che una delle opzioni accolte da Trump potrebbe essere che l’uranio arricchito sia diluito all’interno del Paese, sotto la supervisione di ispettori delle Nazioni Unite.

Che giudizio è possibile dare al momento dell’intesa?
Trump è riuscito a portare a termine una trattativa evitando la reazione iraniana al bombardamento israeliano della scorsa settimana. Per lui l’accordo è un sollievo, perché arriva a ridosso delle elezioni di Mid-Term. Se tiene conto che la tregua durerà fino ad agosto, questo significa che la guerra di fatto è cessata, perché poi, troppo a ridosso del voto di novembre, Trump non rischierà più di aprire il conflitto. Anche nel merito, il testo è una sostanziale vittoria strategica dell’Iran.
Perché?
Se è vero che l’Iran accetterà di discutere sul destino del suo uranio arricchito, sebbene non si sa come portarlo fuori dal paese, conservando comunque il diritto ad arricchirlo, seppure a livelli più bassi, di fatto ottiene l’impegno degli Stati Uniti a non interferire nei suoi affari interni, e l’allontanamento delle forze americane dall’area, dunque l’abbandono di ogni tentativo USA di regime change. Né si fa cenno al programma missilistico iraniano, o ai suoi proxies, mentre sul Libano c’è impegno al cessate al fuor israeliano. Infine, l’Iran ottiene lo sblocco di 24 miliardi di dollari, di cui la metà alla firma di venerdì, e soprattutto la fine del blocco alle sue esportazioni petrolifere. In definitiva, l’Iran esce dal conflitto mantenendo la capacità di costruirsi un’arma nucleare e avendo in più sperimentato la sua efficace capacità di interdire il traffico navale per Hormuz.

Come ha accolto Netanyahu l’annuncio?
Netanyahu è stato totalmente tagliato fuori dalle trattative. L’annuncio di Trump ha colto il Primo Ministro israeliano completamente di sorpresa. Negli ultimi giorni, Netanyahu si è trovato all’oscuro di tutto, anche se ha cercato di raccogliere informazioni contattando fonti vicine all’Amministrazione. D’altronde, Israele non fa in alcun modo parte del MOU. Netanyahu ha cercato fino all’ultimo di far deragliare il negoziato, alla fine ha dovuto inghiottito una pillola amara. Del resto, Trump in questi giorni ha lasciato diffondere più di un dissapore tra lui e il premier israeliano.
A tuo giudizio si tratta di semplici dissapori o, guardando alle elezioni di Mid-term di novembre, il presidente americano potrebbe decidere di separare gli interessi americani nell’area da quelli israeliani?

Non penso che si arrivi ad una rottura fra Israele e Stati Uniti, ma è probabile che permanga questo stato di tensione. Già nelle settimane sorse erano emerse forti divergenze a proposito delle azioni israeliane in Libano, e Trump era arrivato ad usare epiteti ingiuriosi. Anche dopo l’ultimo attacco iraniano ad Israele, avvenuto dopo un’operazione dell’IDF nel quartier di Dahieh, a sud di Beirut, il Presidente è intervenuto con decisione per limitare drasticamente la massiccia rappresaglia israeliana, che era stata già avviata. Trump è sostanzialmente interessato a disimpegnarsi dall’area il prima possibile e per far questo ha bisogno che cessi il conflitto, che non gli porta voti in previsione delle elezioni di medio termine a novembre. Trump insomma vuole un accordo, mentre Netanyahu è interessato al prolungamento della guerra. La difficoltà di Netanyahu e di Trump deriva da questo: dopo la guerra avviata contro l’Iran lo scorso 28 febbraio molti degli obiettivi prefissati non sono stati raggiunti; non c’è stato il cambio di regime, né appare imminente; l’apparato missilistico iraniano appare ancora in grado di colpire pesantemente sia Israele che gli stessi USA; la questione dei proxies (gli Stati, gruppi armati o organizzazioni che combattono o agiscono per conto e con il sostegno di una potenza straniera più grande, n.d.r.) dell’Iran non è stata affrontata, anzi ultimamente pare essersi estesa perché gli Houti sembrano decisi a rientrare in guerra. In queste settimane di negoziati l’Iran si è dimostrato molto abile a contrattare, come riconosciuto dallo stesso Trump, a differenza degli Stati Uniti. Tutto ciò è un problema anche per Netanyahu, naturalmente, che rischia di presentarsi al voto dopo l’estate senza risultati credibili. Quanto al Libano, come detto nel Protocollo d’Intesa con l’Iran ci sarebbe una clausola che estende anche a questo Paese il cessate il fuoco, rilanciando l’interferenza iraniana in Libano, rafforzando Hezbollah e vanificando gli sforzi del Presidente libanese Aoun di affrancarsi dal protettorato iraniano, portando avanti negoziati indipendenti con Israele a Washington.
Nel frattempo a Gaza Israele continua l’operazione di progressiva estensione della fascia di sicurezza, che Netanyahu ha dichiarato di voler portare al 70% dell’intero territorio. Si tratta di una soluzione provvisoria o in effetti Israele sta cancellando la decisione di evacuare la striscia presa da Sharon nel 2005?

Non penso che Netanyahu intenda rioccupare permanentemente la Striscia, al di là delle spinte dei suoi alleati più estremi. A Gaza ci troviamo davanti a un doppio problema. Da un lato Hamas rifiuta di cedere le armi perché accusa Israele di non rispettare le regole del cessate il fuoco, e inoltre sta cercando di consolidare la presa sulla parte di Gaza sotto il suo controllo, combattendo i clan locali appoggiati da Israele. Nelle strade, in quella zona, quella che si vede è la polizia di Hamas. Israele d’altronde continua ad espandere la fascia di sicurezza perché denuncia che Hamas non procede al disarmo. Il risultato è che siamo ancora in attesa che venga formato un governo palestinese provvisorio come previsto dagli accordi per il cessate il fuoco. In realtà anche il governo Netanyahu è interessato a tener ferma la situazione, per non cedere voti alla destra. D’altra parte Trump insiste perché una soluzione si trovi, anche se in questo momento è distratto dal negoziato con l’Iran. Quel che possiamo dire è che da quando l’11 ottobre è stato dichiarato il cessate al fuoco, a Gaza sono morti oltre 900 palestinesi e circa tremila sono stati feriti, secondo il ministero della sanità di Hamas e fonti Onu. Dal 7 ottobre 2023, invece, si contano circa 72mila palestinesi uccisi e oltre 172mila feriti.
Quello che osserviamo in Israele in Medio Oriente da molto tempo è il rovesciamento della nota massima di von Clausewitz: sembra cioè che la guerra sia diventato un altro strumento per fare politica. Dovremo attendere lo svolgimento dei round elettorali negli Stati Uniti in Israele per cambiare lo scenario e sperare in un cessate il fuoco effettivo?
In realtà mi sembra che oggi la via militare testimoni proprio l’assenza di una strategia politica, la mancanza di una visione strategica di Israele e di Trump, sia a Gaza che in Libano, che in generale in Medio Oriente. Non direi perciò che la guerra in corso sia un modo di fare politica, ma proprio una risposta alla mancanza di una visione politica. Gli unici ad avere una lucida strategia politica mi paiono proprio gli iraniani.
È possibile che le cose cambino dopo il voto in Israele?

Occorrerà innanzitutto vederne gli esiti. Uno degli ultimi sondaggi mostra come l’attuale maggioranza non riuscirà ad ottenere più di 50 seggi sui 120 totali della Knesset. L’opposizione, complessivamente, esclusi i paesi i partiti arabi, arriverebbe a 60. Al riguardo l’unione fra Naftali Bennett e Yair Lapid non sembra al momento premiare molto l’operazione, mentre il partito di Eisenkot è in risalita, e l’ultimo sondaggio dà uguali voti alla sua lista e a quella Bennett-Lapid, 22 seggi. L’altra questione riguarda poi il risultato dei partiti arabi: i sondaggi gli attribuiscono 10 seggi, 5 per uno, ma se riuscissero a coalizzarsi presentandosi uniti potrebbero arrivare a 14, sottraendo consensi ai partiti ebraici di sinistra. E rendendo indispensabile il loro appoggio per un governo che impedisse a Netanyahu di continuare a governare. D’altronde, da qui alle elezioni possono realizzarsi altre fusioni e variazioni nei partiti che si presentano al voto.
Quale potrebbe essere la mediazione buona per tutte le parti in causa per cessare il conflitto nel Golfo persico?
Occorre un accordo fra Trump e l’Iran, e che Trump dia forti garanzie ai Paesi del Golfo, i quali temono di non poter più usufruire, per il disimpegno USA, del loro scudo.
L’accordo dovrebbe prevedere anche una soluzione per Gaza?

Mi sembra che in questo contesto la soluzione di Gaza non interessi granché a nessuno. A Mohamed Bin Salman non importa in realtà il destino dei palestinesi, né la situazione comatosa in cui si trova oggi Gaza. Detto questo, dobbiamo anche registrare che secondo tutti gli ultimi sondaggi oltre l’ottanta per cento dei palestinesi vorrebbe che Mohamed Abbas, l’attuale presidente dell’ANP, si dimettesse. Infine, occorre tener conto che proprio di recente sembra riemergere la figura di Dahlan, che sarebbe accettato come capo del governo provvisorio palestinese a Gaza sia da Hamas che dai Israele e dagli Stati Uniti.
Prima dell’ennesimo annuncio di Trump, c’era stato il lancio di nuovi missili iraniani verso Israele e la risposta di IDF.
Penso, nonostante tutto, che siano scarse le possibilità di andare verso un’escalation generale. Naturalmente, il Medio Oriente e ci insegna che non ci sono certezze, ma la mia sensazione è che non ci sarà alcuna escalation.
Perché?
A Washington proseguono i colloqui diretti fra Israele e il Libano per la demilitarizzazione del confine meridionale e la definizione dei confini terrestri tra i due Paesi (quelli marittimi già realizzati nel 2024). Naturalmente, tutto ciò produce l’irritazione iraniana, che, qualora l’accordo andasse in porto, vedrebbe drasticamente ridurre la propria influenza in Libano, nonché rendere marginale la presenza di Hezbollah. Proprio Hezbollah, d’altra parte, se da un lato ha gridato al tradimento, denunciando il possibile accordo tra Israele e Libano, dall’altra, attraverso il presidente del Parlamento, ha lasciato filtrare l’idea che sarebbe disposto a porre fine agli attacchi nel nord di Israele a condizione che Israele faccia altrettanto. Ci troviamo di fronte a un momento molto complesso e delicato delle trattative, che se proseguissero potrebbero effettivamente portare a una svolta nell’area. È evidente perciò che l’Iran tenderà a sabotare per questo le trattative.
A che punto sono i negoziati?

Proprio la scorsa settimana, nel penultimo round dei negoziati, è stato emesso un comunicato congiunto che prevede un ritiro di Israele in alcune zone pilota del Sud del Libano, in cui dovrebbe subentrare l’esercito regolare libanese. Tutto questo ha provocato la reazione dell’Iran, facilitata anche dal fatto che Netanyahu ha deciso di continuare le azioni militari sul fronte libanese.
Come giudichi questa decisione, che invece di chiudere la questione libanese rischia di rimettere in gioco l’Iran come protettore del paese dei cedri?
Il mantenere attivo il fronte libanese di fatto smentisce la linea negoziale che si sta perseguendo a Washington e dà fiato Hezbollah e conseguentemente all’Iran. Netanyahu si contraddice perché ha bisogno, per fini elettorali, di poter rivendicare un successo militare che al momento gli sfugge.
La guerra che, su fronti diversi e con fasi alterne, si è aperta dopo il 7 ottobre 2023, accompagnerà probabilmente Israele fino al giorno del voto politico per il rinnovo della Knesset, il prossimo autunno. Possiamo considerare la guerra come la forma con cui Netanyahu sta esercitando sta svolgendo la sua campagna elettorale?
Hai presente quel vecchio film che aveva come titolo “Finché c’è guerra c’è speranza”? Il detto sembra valere anche per Netanyahu, il quale ha interesse a tenere aperti tutti i fronti di guerra per mantenere l’appoggio sia dei partiti più estremisti di governo sia per convincere i partiti ortodossi ad evitare le elezioni anticipate, cosa che però non è sicuro gli riuscirà. Gli ultimi sondaggi, del resto, non lo rassicurano affatto. E dunque nel conflitto Netanyahu spera di poter risollevare le proprie sorti.