Il 25 aprile e gli ebrei
Dopo i fatti di cronaca a Roma e Milano dello scorso 25 aprile, Giorgio Secchi interviene sulla questione del ruolo degli ebrei nella lotta di Liberazione

Anche quest’anno le manifestazioni del 25 aprile, in cui si celebra la Liberazione dal nazifascismo, sono state sconciate da episodi di arroganza, di violenza verbale e fisica, a Milano come a Roma. Ancora una volta la ricorrenza è stata usata e strumentalizzata per qualsiasi causa, giusta o pretestuosa che fosse, dimenticando il senso autentico del 25 aprile: celebrare e rendere onore a quanti dal ’43 in poi, italiani, civili militari e partigiani, americani, neozelandesi, indiani, inglesi con gli ebrei della Brigata, hanno dato la loro vita per farci essere liberi.
Il 25 aprile, di là da ogni istinto pacificatore, resta un giorno divisivo. Perché, come dice Margherita, la figlia di Beppe Fenoglio – il grande scrittore della Resistenza, autore del Partigiano Johnny –, il 25 aprile divide i fascisti da quelli che non lo sono. La bellezza della Resistenza è proprio la celebrazione della diversità. Ma adesso tutto rischia di finire, in assenza di testimoni, perché di combattenti partigiani per raggiunti limiti di età non ce ne sono più, la memoria di quei giorni rischia di svanire. O, peggio di essere manipolata.

Se si esamina la mappa dei contendenti negli anni della Resistenza la documentazione storica è ampia, e inequivoca. Il Mufti di Gerusalemme, Amin Al Husseini, dopo avere annotato nel suo diario che “ai musulmani non rimane che mettersi a disposizione della Germania, partecipando alla distruzione dei sionisti in Europa” organizzò nel 1943 due divisioni a fianco di Hitler, addestrate in Germania e poste sotto il comando di ufficiali tedeschi, per combattere tutti quelli di cui ho appena compilato la lista.
È chiaro? Con il 25 aprile, storicamente non c’entrano nulla, non è la loro festa. Anzi, è il giorno che ha sancito la loro sconfitta. È inaccettabile perciò che i proPal, che sventolano le stesse bandiere degli sconfitti nella primavera del ’45, nel giorno in cui si celebrano e si ricordano i vincitori di allora, pretendano di dettare legge e imporre con la forza chi può e non può sfilare in corteo, sostenuti in questo esercizio di prepotenza da quelli che, non si capisce a che titolo, pretendono in ogni occasione di parlare e dettare legge come se fosse loro il copyright dell’antifascismo.

Non è più accettabile che un giorno di festa diventi un pretesto per prove di forza e scontri di piazza. E non è accettabile nemmeno che ogni volta la disputa si svolga intorno alla legittimità degli ebrei di partecipare sotto le insegne della Brigata Ebraica. Quanti di loro hanno combattuto e sono morti, nelle file delle truppe alleate, nel centro Italia meritano di essere ricordati. Ma non sono stati solo loro gli ebrei che hanno partecipato attivamente alla lotta partigiana.
Nella memoria collettiva, anche nelle comunità ebraiche italiane, se ne è quasi persa la traccia. L’episodio avvenuto a Roma lo scorso 25 aprile, il ferimento di una coppia di iscritti all’Anpi da parte di un giovane della comunità romana, oltre a colpire molto l’opinione pubblica italiana e anche la nostra ne è una conferma.

Eppure la documentazione storica a disposizione è ampia, basterebbe consultarla. A livello nazionale – ha scritto Michele Sarfatti, storico specializzato nella storia degli ebrei in Italia nel Novecento e per molti anni direttore del CDEC, il centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano – la percentuale di ebrei nella Resistenza fu del 2,8 per mille, ovvero tre volte la proporzione della popolazione ebraica in Italia. Gli ebrei resistenti attivi, furono circa un migliaio: in grandissima maggioranza combattenti partigiani, ma anche esponenti clandestini politici o militari, membri di missioni segrete e alleati nella penisola.

Tra le figure di ebrei della Resistenza – sottolinea Liliana Picciotto, storica e saggista specializzata nello studio della storia degli ebrei in Italia nel periodo fascista e della Repubblica di Salò – ci furono personaggi che diedero un contributo decisivo a fondare l’Italia repubblicana: Eugenio Colorni, Eugenio Curiel, Umberto Terracini, i fratelli Emilio ed Enzo Sereni, Vittorio Foa. Insieme a loro, persone di tutte le età e condizioni sociali, da ragazzini poco più che adolescenti a cinquantenni che avevano combattuto durante la Grande Guerra. Senza dimenticare le otto Medaglie d’Oro e le diciotto Medaglie d’Argento al Valor Militare, assegnate a partigiani ebrei.
Gloria Arbib – già segretario generale dell’Ucei e consigliere del Meis, il Museo ebraico di Ferrara – ha documentato in un libro la lotta partigiana in Piemonte, che fu particolarmente accanita: 105 ebrei aderirono alla Resistenza fin dal 1943 e, salvo per quelli uccisi, arrestati e deportati nei campi di concentramento, rimasero più a lungo di tutti a combattere in montagna e nelle valli , circa venti mesi, fino ai giorni della Liberazione. Di questi quarantanove si arruolarono fin dal 8 settembre di quell’anno, dopo l’armistizio, e alcuni, come Luigiotto Da Fano, Dino Pugliese, Gianfranco Sarfatti tornarono in Italia dalla Svizzera per combattere. Alla Resistenza, solo in Piemonte, parteciparono 252 ebrei, tra i quali 27 donne. 14 furono comandanti di stato maggiore, di divisione o di brigata, 11 commissari politici, incarichi cui forse non fu estraneo l’alto tasso di scolarità, che aveva sempre contraddistinto le comunità ebraiche, che finì per farli emergere tra le fila dei combattenti grazie alla loro capacità di spiegare in termini politici la complessità del fascismo e della situazione storica in cui erano coinvolti.

Credo che, se si vuole provare a cambiare lo stato delle cose, tocchi all’Ucei riappropriarsi di questa memoria e farla conoscere. È necessario ideare fin dal prossimo autunno coinvolgendo anche l’Anpi un percorso di divulgazione nelle comunità ebraiche e nell’opinione pubblica, nelle scuole, tra i giovani, per riaffermare che nella lotta al nazifascismo gli ebrei non furono comprimari ma si distinsero fin dalla prima ora, assurgendo in molte situazioni a ruoli di guida e di comando, italiani insieme agli altri.
L’anno prossimo sarebbe importante non accapigliarsi, come è avvenuto nel passato più recente sempre intorno al gonfalone della Brigata Ebraica, sarebbe significativo portare in corteo i nomi, le effigie di alcuni di quei giovani combattenti, rendendo patrimonio comune di quanti amano i valori della Resistenza le loro storie, il contributo che diedero per renderci di nuovo liberi, dopo il ventennio fascista. Se questo non sarà possibile per settarismo o veti pregiudiziali insistere sulla partecipazione unitaria ai cortei del 25 aprile potrebbe comportare il ripetersi di episodi sgradevoli e dolorosi, come quelli di quest’anno, con la battaglia per la difesa della memoria storica della Resistenza definitivamente compromessa.
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