Tuteliamo i nostri anziani, tra fragilità e resilienza

La pandemia, aggredendo la terza età, ha inciso duramente sulla memoria. Oggi ancora di più si pone il tema del ruolo e della preservazione dei grandi anziani.

Da sempre sono legato agli anziani, da quando ero bambino e mi recavo a trovarli e a parlarci qualunque relazione intrattenessi con loro. Solo chi conosce la realtà della vita di un grande anziano, oggi considerato in genere un over 80, sa perfettamente la somma di fattori diversi che compongono la loro galassia di fragilità.

Il senso di solitudine, la necessità di garantire loro presenza e sostegno, di infondere fiducia, e l’importanza di farli sentire partecipi nella famiglia. Gli anziani sono il vero totem della memoria ed è straordinaria la loro capacità di racconto e narrazione delle pagine più significative della nostra storia familiare, che talora va a coincidere con le pagine delle vicende nazionali che scoloriscono al tempo e agli occhi dei più giovani.

Si pensi al Ventennio, alle leggi razziali, all’entrata in guerra, alla caduta del Fascismo, alle deportazioni, alla Shoah, una storia densa di episodi unici, elementi curiosi, talora aneddoti religiosi, vicini alla sensibilità sviluppata da una comunità ebraica che rappresenta con i suoi rappresentanti la presenza più antica di Roma. Un’eredità di tradizioni e insegnamenti, storie da tramandare e raccontare ai nipoti, da ascoltare senza insofferenze, senza sottolineare il già sentito, talora non voluto e causa di qualche debolezza nella memoria dell’oggi; nel loro ricordare, sono invece nitide le immagini e gli accadimenti della memoria di ieri.

Io cerco di custodire e trasmettere questo patrimonio di memoria. Credo che garantire l’ascolto ai nostri grandi anziani rappresenti un’inestimabile ricchezza e un dovere morale per tutti, noi da far comprendere alle nuove generazioni. Così è stato anche quando si girò nel Ghetto di Roma, quasi vent’anni fa il film “La finestra di fronte” di Ferzan Ozpetek, con il quale si cercò di far parlare i luoghi di quella memoria attraverso i racconti dei più anziani per ricostruire la pagina dell’infamia nazista dell’ottobre 1943. Oppure quando sono stati recuperati tutti i testimoni dei campi di sterminio e portati a parlare nella Sinagoga di Roma in più di una serata celebrativa a loro dedicata. Sembra passata un’era geologica.

La pandemia ha paralizzato la nostra vita da mesi e mesi. Oggi a distanza di oltre un anno e mezzo dal suo inizio scopriamo che oltre 700mila persone sono scomparse in Italia e per la maggioranza sono stati anziani, a causa del virus. Il saldo tra nuovi nati e morti è negativo per quasi 400mila unità, come se fosse scomparsa una città intera, ad esempio Bologna, dalla carta geografica italiana. E con loro è scomparsa tanta memoria.

(continua a pag. 2)

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Una risposta

  1. Una società che perde la propria memoria perde la propria identità e rischia di perdere anche il proprio futuro.

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