Rosh hashanà 5786: legati e slegati, come Isacco e Ismaele

Quasi alla vigilia del nuovo anno ebraico, Massimo Giuliani ci accompagna con una riflessione sulla legatura di Isacco e sulla speranza di cui oggi abbiamo bisogno noi e Israele 

rav Greenberg

Nel suo libro sulle feste ebraiche rav Irving Yitz Greenberg shlità, un allievo di rav Soloveitchik, scrive che «on Rosh hashanà, the trial opens and the Judge enters». Normalmente trial si traduce come processo, nel contesto di un tribunale; e in effetti qui si parla del Giudice e di un giudizio divino. È la grande metafora dei “giorni terribili” che vanno dal capodanno al giorno dell’espiazione e del perdono. Il suono dello shofar, così peculiare, è simbolo di quei pronunciamenti ad un tempo severi e misericordiosi, tremendi e consolatori. A differenza del cristianesimo, che ha quasi abolito il côtè giudiziale del divino (come se la giustizia fosse solo vendetta e non verità), la tradizione ebraica invece mantiene viva la trepidazione e persino il timore del giudizio del Giudice supremo e a Rosh hashanà propone liturgicamente questo tema non solo nelle preghiere ma anche nelle parashot, nelle quali si legge della nascita di Isacco (il primo giorno) e della sua “legatura” (il secondo giorno).

la legatura di Isacco immaginata da Caravaggio

Trial è certamente un processo; ma la parola inglese espime anche, forse soprattutto, un significato esistenziale: quello di “messa alla prova”, di verifica e di test, un test alla fede di Abramo naturalmente, ma anche alla capacità di sopportazione del povero Isacco (che secondo molti midrashim aveva in quel frangente 36 anni – numero simbolico e doppio, 18 + 18, come duale è chayim, la vita, la vita di Yitzchaq, la “posta” del test divino). Difficile trovare qualcosa di più esistenziale ed esistenzialmente drammatico di questa storia biblica. La posta della prova di capodanno è la vita stessa del secondo patriarca, da cui dipende la promessa fatta ad Abramo e il futuro stesso di Israele. Ma Isacco non può non avere paura, tremare, provare angoscia e forse terrore. I maestri chiamano tutto ciò pachad Yitzchaq, lo spavento di Isacco.

A questo punto, come non vedere la bruciante attualità di quest’immagine, di questa metafora? Vi sono ancora degli Yitzchaq vivi ma legati, torturati e minacciati di morte a Gaza. Quanti esattamente non sappiamo, ma anche se fosse uno solo, è come se fosse l’intero futuro di Israele ad essere legato, torturato, minacciato. La ‘aqedat Yitzchaq suona come una condizione esistenziale, che ci viene ricordata all’inizio di ogni anno.

a Gaza ci sono ancora circa 45 ostaggi, di cui si pensa meno della metà in vita

La vita ebraica non è una passeggiata sul Gianicolo. Simbolicamente legato, oggi, è tutto il popolo ebraico, nello stato di Israele e in diaspora: legato al dovere morale, prima ancora che politico, di difendersi e difendere il futuro dell’alleanza: ma legato, non di meno, al dovere altrettanto morale di rispettare i propri valori, i principi della Torà e la saggezza dei maestri, e di continuare a interpretarli e applicarli anche in un contesto di guerra. «Quando in guerra ti accamperai contro i tuoi nemici, dovrai guardarti dal fare ogni cosa cattiva [mi-kol davar ra‘]» (Devarim/Dt 23,10). Siamo legati all’interno, perché vincolati a un codice morale diverso da quello dei nostri nemici; e siamo legati all’esterno, perché vincolati dalla realtà e non possiamo permetterci il lusso dell’utopia o del wishful thinking di chi non ha “posta” alcuna e non capisce il trial nel quale gli ebrei, e non solo gli israeliani, sono oggi immersi, di chi giudica con superficialità e, non di rado, in malafede. I dieci giorni terribili sono ormai diventati due anni!

Il commento a Bereshit, da poco uscito per Giuntina, è il primo della serie “Alleanza e conversazione”

E tuttavia, come ci insegna rav Jonathan Sacks nel suo commento alla Torà (Bereshit, or ora uscito in traduzione da Giuntina), il destino di Isacco è la vita, non la morte; è la continuazione dell’alleanza, è il superamento del terrore nella misericordia, della paura (che sarà anche di Giacobbe dinanzi a Eshav/Esaù) nella riconciliazione: alla sepoltura di Abramo, Isacco e Ismaele saranno insieme. Scrive rav Sacks, e dobbiamo ricordarlo in questo Rosh hashanà: «Tra ebraismo e islàm può esistere amicizia e rispetto reciproco. Abramo amava entrambi i propri figli e fu sepolto da entrambi. In questa storia del passato risiede una speranza per il futuro».

Claude Joseph Vernet, Hagar e Ishmael nel deserto (1753)

Sì, Isacco è legato. Ma anche Ismaele è “legato”, è messo alla prova, è esistenzialmente esposto. La Torà non ci risparmia la tristissima storia di Hagar e Ishmael cacciati nel deserto con poco cibo e acqua, che presto finiscono. Non è una concessione alla propaganda di guerra, all’ormai metafisico “bambino di Gaza” oggi strumentalizzato contro Israele; è una pagina di Torà, che fa parte della parashà del primo giorno di Rosh hashanà (Bereshit/Gn 21,1-34). La Torà dice, al versetto 17, che Iddio benedetto «udì la voce del ragazzo», ve-ishma‘ Elo-im et ha-qol ha-na‘ar. Non solo udì la sua voce, ma se ne prese cura e gli assicurò che, a sua volta, sarebbe diventato una grande nazione. Ora, il midrash – rammentatoci poco tempo fa da rav Michael Ascoli – dice che gli angeli si rivoltarono contro il Signore e dissero: costui perseguiterà e ucciderà i figli di Isacco, e tu lo nutri e lo salvi? Ma Iddio benedetto rispose chiedendo: oggi questo bambino è innocente o colpevole? Come tutti i bambini, è innocente, risposero gli angeli. Con ciò riconobbero la sapienza e la misericordia divine. Finisca dunque l’anno con le sue troppe maledizioni ed entri il nuovo anno con la benedizione della doppia slegatura di Isacco e di Ismaele, presto e ai nostri giorni.

***

Con questo articolo termina il sesto anno da quando Riflessi ha cominciato le sue pubblicazioni digitali. L’attenzione con cui i lettori ci seguono è la migliore motivazione a continuare. Grazie a tutti.

Con l’occasione, Riflessi augura a tutti i suoi lettori e alle loro famiglie, nonostante le ristrettezze dei tempi che viviamo, un anno di speranza, gioia e serenità, per ciascuno di noi, per le nostre comunità, per Israele.

(M.B.)

Shanà Tovà u metukà a tutti i nostri lettori!

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