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Ritrovarsi, senza perdersi

Come si può festeggiare Chanukkà in un momento così difficile per Israele e per ogni ebreo? Nella parole di Rav Michael Ascoli una possibile risposta

“E… comunque fra poco è Chanukkà, scriveresti qualcosa?”

Potenza di un calendario stabilito, le circostanze possono cambiare, le date delle feste no. E le regole non cambiano.

Le circostanze possono cambiare, eccome se sono cambiate da quel maledetto 7 ottobre! “Tutto è cambiato”, siamo portati a dire, anche se poi bisognerà vedere quali e quanto duraturi saranno davvero questi cambiamenti a distanza di tempo, per chi non è stato direttamente vittima della tragedia. Per ora si vive in una sorta di tempo sospeso, adesso c’è la guerra e tutto lo sforzo è concentrato nel vincerla. Eppure, i nostri Maestri insegnano che “se una persona vede che stanno venendo su di lui delle sofferenze, esamini le proprie azioni” (TB Berakhòt 5a). Occorre tenere il morale alto per vincere la guerra, e allo stesso tempo ciascuno è chiamato, silenziosamente, riservatamente, a rivedere le proprie azioni. Fondamentale sottolineare: le proprie, non quelle altrui… E’ pensabile fare delle riflessioni collettive? Il seguito del brano talmudico suggerisce di sì, il versetto portato a supporto della norma, infatti, è un versetto che parla al plurale: “Cerchiamo e esaminiamo le nostre vie, e torniamo al Signore”. Con tutta la prudenza necessaria e senza altra pretesa che offrire spunti di riflessione collettiva, ecco alcune delle cose su cui potremmo ragionare (il potremmo si riferisce alla società israeliana e per estensione, almeno in parte, a tutto il popolo ebraico):

1 – il peccato di superbia. Responsabilità specifiche su quanto accaduto il 7 ottobre saranno ben altri ad indagarle. Come collettività possiamo riflettere sul peccato di superbia. Per almeno due aspetti: Israele ha così tanto creduto nella sua superiorità tecnologica, che è sì un dato di fatto ma non una garanzia assoluta, che si è spinto fino a pensare che “perfino un uccello potrebbe azionare il sistema automatico di difesa” (testimonianza della madre di una delle vedette uccise il 7 ottobre). E così come ci è lasciata abbagliare dalla tecnologia, si è lasciata insuperbire dai numeri: “siamo quasi 10 milioni”, “siamo una potenza economica”, “non siamo più un piccolo Paese”. Questi e simili proclami si sono ripetuti in occasione degli ultimi censimenti. Ma la Torà ci insegna “voi siete il più piccolo di tutti i popoli”, condizione che deve essere non necessariamente un dato numerico quanto una percezione esistenziale. Riusciremo a recuperare un po’ di modestia?

Channukkà a Ferramonti, lo scorso anno

2 – legge del contrappasso. Tante sono le cose di cui siamo stati, come collettività, spettatori e rispetto alle quali, forse, non siamo stati abbastanza sensibili. Immediato è stato il recupero di quella fratellanza e di quella coesione che fino al 6 ottobre avevamo in molti dato come finita per sempre. Con quanta facilità ci siamo fatti trasportare nell’accusarci l’un l’altro come “traditore”, “nemico”, se non peggio? Ci è voluto uno schiaffo immane per smetterla. Ma in tutto questo tempo, con quanta indifferenza o semplice “abitudine” abbiamo considerato “normale” che intorno al confine con Gaza o con il Libano di tanto in tanto arrivasse un missile? Abbiamo infine dovuto percepirlo sulla pelle di tutti. Così dicasi per la prigionia di Avera Menghistu: a me e credo non solo a me riesce impossibile immaginare l’angoscia di un caro rapito da oltre 9 anni. Oggi sentiamo tutti l’agonia degli ostaggi. Potremmo andare oltre: la società arabo-israeliana ha implorato (e continua a implorare) che lo stato faccia qualcosa per la criminalità che la attanaglia. Non lo abbiamo sentito fino in fondo come un problema “nostro”, oggi subiamo tutti l’incubo della violenza. Anche in politica estera potremmo avere da imparare: Israele ha evitato di supportare l’Ucraina per non inimicarsi la Russia, salvo poi prendere da questa sonori schiaffoni (diplomatici). Impareremo che la “realpolitik” non paga e che comunque ad agire moralmente siamo chiamati e non ad erigerci a super-esperti di politica internazionale? E così via. Sono riflessioni che dovremo fare per cercare di essere in futuro una società migliore, nella quale spicchino solo quegli stupendi elementi di coesione, generosità, resilienza e capacità di organizzazione spontanea che stiamo dimostrando dal 7 ottobre.

A Gaza oltre 130 ostaggi sono ancora prigionieri di Hamas

…comunque ore è chanukkà…Mi sembra che quest’anno in modo particolare ci sia da recuperare il significato originale e semplice della festa. Quella piccola ampollina d’olio che ha gradualmente ridato luce a tutto, dalla quale si è potuto ripartire. Quella consapevolezza di essere piccoli, quasi un rimasuglio (nella ‘amidà di tutti i giorni chiediamo che il Signore abbia misericordia degli “scampati del Tuo popolo”), che pure ha in sé la capacità di dare luce a tutto quanto ci è intorno (una semplice canzoncina da bambini ci ricorda che “ognuno è un piccolo lume, ma tutti insieme siamo una luce enorme”), una capacità che viene assieme a quella di stupirsi giorno dopo giorno per il fatto che l’olio non è finito, di percepire il miracolo che diventa più grande giorno dopo giorno, senza dare nulla per scontato. Non ci sottraiamo dal lodare il Signore per la vittoria militare, a Chanukkà recitiamo l’Hallèl completo, ma l’accento è posto su quella timida luce che così tanto ci affanniamo ad accendere, rispetto alla quale ci adoperiamo con una generosità che non ha pari in nessuna altra mitzwà, sforzandoci tutti di essere “mehadderìn min hamehadderìn”, di andare cioè molto oltre il minimo indispensabile.

dopo il 7 ottobre tutto il paese si è unito, innanzitutto per chiedere la liberazione degli ostaggi

Ricordo che da bambini, a scuola, ci insegnavano che il simbolo di Chanukkà è l’olio perché l’olio ha la peculiarità di non mescolarsi con l’acqua. In un momento in cui nel mondo si assiste a un rigurgito di antisemitismo cruento, ci vuole anche la capacità di ritrovare la propria identità all’interno della collettività ebraica, della propria comunità. Affinché si possa esser capaci di venire a contatto con l’esterno, ma senza perdersi.

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