L’ebraismo e me
Intervista a Lucetta Scaraffia
Nel suo ultimo libro, “Ebrei senza saperlo” (Raffello Cortina, 2026), lei indaga le origini ebraiche della sua famiglia, il cui ramo paterno discende da una famiglia di ebrei convertiti, i Wildt (tra cui lo scultore Adolfo, 1868-1931). Il libro è anche un percorso di introspezione personale, profonda e sincera. Innanzitutto: cosa l’ha spinta a questa ricerca? Leggendo il libro si capisce che non è stata una semplice curiosità familiare, o intellettuale.

Mi sono stupita per la mia istintiva reazione alla scoperta di questa piccola parte di discendenza ebraica, perché mi ha colpito molto di più e diversamente che se avessi scoperto una discendenza diversa, benché inaspettata, come tedesca o valdese…Ho capito subito, così, che scoprirsi un po’ ebrei era altra cosa. Prima di tutto perché si para dinanzi a noi lo spettro della Shoà, la paura anche retrospettiva di quello che avrebbe potuto succedere qualora se ne fossero accorti all’epoca delle leggi razziali… mi è venuta una paura strana, la consapevolezza che avrei potuto neppure venire al mondo.
La prima domanda che lei si pone è: cosa definisce un ebreo in quanto tale? È un tema, come lei stessa ricorda, che gli stessi ebrei si pongono forse da sempre. È arrivata a formulare una risposta possibile?
Non mi permetterei mai di immaginare una risposta personale, posso solo riflettere su quelle che offre la comunità ortodossa ebraica, in parte attutite dalle comunità riformate: cioè che è ebreo chi discende da madre ebrea, per i riformati anche chi discende da padre ebreo. Ma comunque sempre una discendenza concreta, che avviene attraverso il corpo, non una libera scelta. Ho scoperto anche che, per gli ebrei, rimane ebreo anche chi soddisfa queste condizioni, ma si è convertito. Perché l’ebraismo non è tanto – o non solo – una religione, ma l’appartenenza a un popolo, l’unico popolo che esiste ancora dall’antichità. E forse questo popolo che ha resistito così tanto al logoramento del tempo, tanto più privato di un territorio di appartenenza, ha resistito proprio grazie a questo tipo di identità concreta, che non richiede il consenso individuale.
Molto interessante è anche la sua riflessione sulle origini della regola per cui l’identità ebraica si trasmette per via femminile. La donna sarebbe una “messaggera” della presenza divina nel mondo, in quanto capace di trasmettere la vita. Qui emerge anche la sua identità femminista, che mi ha ricordato il libro della rabbina francese Delphine Horvilleur, “Riflessioni sull’antisemitismo” (Eianudi, 2020), per cui alla base dell’odio contro gli ebrei c’è anche una ostilità profonda contro il femminile. Condivide questo collegamento tra la radice dell’antisemitismo e l’odio verso le donne?
Ho letto anche io il libro di Horvilleur, questo tipo di spiegazione mi lascia perplessa. Mi sembra che il cuore del problema è l’ostilità persistente verso gli ebrei, che poi si cerca di spiegare in modi anche opposti, per esempio femminilizzandoli, o attribuendo loro un potenziale erotico eccessivo.
Nel suo ripercorrere le tracce della sua famiglia si interroga anche sul rapporto tra cristianesimo ed ebraismo. Da cattolica, evidenzia il profondo antigiudaismo presente a lungo nella Chiesa cattolica. Le posso chiedere, in generale, se vede differenze, nei rapporti con Israele, tra Papa Francesco e Papa Leone XIV?

Un altro tema di riflessione riguarda il nuovo antisemitismo scoppiato dopo il 7 ottobre. Mi ha colpito la citazione di Vladimir Jenkelevich di molti anni fa, per cui l’aver trasformato l’ebreo da vittima della Shoah a carnefice di un genocidio è “solo l’inizio”: secondo lei l’occidente non ha imparato nulla?
L’occidente ha creduto di assolversi dalle responsabilità verso la Shoah dando tutta la colpa ai nazisti, che sono stati sconfitti e quasi scomparsi. Ma le responsabilità erano molto più vaste, c’è stato una sorta di consenso diffuso a queste pratiche anche da parte di chi assisteva e non dissentiva, o peggio ne prendeva profitto, magari saccheggiando le case abbandonate, occupando i posti lasciati vuoti se non addirittura intascando i soldi del compenso per chi li denunciava. Così il senso di colpa sotterraneo e diffuso trova sollievo nell’incolpare gli ebrei di violenza, di genocidio, di colonialismo: un modo per giustificare l’antisemitismo che cova nella nostra società, ma che finora non poteva permettersi di uscire allo scoperto. Adesso si sente in diritto di farlo.
Vorrei in conclusione tornare al cuore del libro: la ricerca di un senso all’informazione dell sue origini familiari ebraiche. Lei si chiede se esiste un legame con l’ebraismo dopo la conversione o l’assimilazione. Jenkelevich pensa di sì: se avesse ragione, che traccia le resta di quelle origini?
Penso che la traccia rimane anche nell’espressione negativa, cioè nella menzogna inventata per cancellarla, che rivela insieme consapevolezza e paura. E nel sentirsi, proprio per questo, simile a tutti gli altri e al tempo stesso diverso, una sensazione contradditoria che è la base dell’identità ebraica della diaspora.
Leggi tutto il numero di febbraio: Riflessi febbraio 2026 (2)