La collina di primavera e la città santa (prima parte)

Luca Zevi ci accompagna in un reportage tra Tel Aviv e Gerusalemme, viste da una prospettiva particolare: quella dell’architettura. Si comincia oggi con Tel Aviv

Esodo da Gerusalemme

Il noto narratore israeliano A.B. Yehoshua parla di Gerusalemme come città che nasce dal deserto, contrapponendola a Tel Aviv che nasce dal mare, e presenta le due città come altrettante, radicali alterità. Aggiunge che il movimento sionista, per divenire davvero efficace – e partorire così lo stato di Israele in carne ed ossa – non ha potuto esimersi dallo “scendere” da Gerusalemme verso la pianura e verso il mare.

A condizioni geografiche così diverse, morfologie opposte: Gerusalemme, pur plurale all’interno della cinta muraria a causa dell’affollamento di religioni in cerca di un “posto al sole”, sorge come una rocca, possente e “definitiva”, dal deserto circostante, esprimendo un bisogno di “assoluto artificiale” contrapposto all’indifferenziato “assoluto naturale” del paesaggio. Tel Aviv, precaria e leggera, sembra partorita dalle mutevoli onde del mare e, come tale, capace di espandersi o contrarsi, a seconda delle necessità, in un processo di continua mutazione.

A Gerusalemme nasce il monoteismo, i monoteismi, come necessità di un punto fermo nell’immensa distesa di dune, come domanda di autorità trascendente. Nel “paesaggio senza qualità” di Tel Aviv prende forma una tipologia umana che viene da lontano ma che ripone in sfere assai profonde il sacro fuoco ancestrale, non poggia – per dirla con Freud – sulle spalle degli antenati, non si aggrappa alle radici ma, al contrario, le recide, o per lo meno le sprofonda quanto basta per essere incubatrice di una modalità esistenziale nuova, laica, sperimentale.

Dunque Tel Aviv è il cuore, la cifra dello stato di Israele prima ancora che questo nasca, partorito dalle ceneri di una civiltà ebraica per secoli ostinatamente impegnata nella scommessa della costruzione di un’Europa capace di accogliere e far convivere tutti figli di Abramo – e, se fosse capitato, anche di qualcun altro – nella polifonia e nel rispetto reciproco.

Un’Europa che avrebbe consentito agli ebrei, capro espiatorio per antonomasia delle contraddizioni e delle insoddisfazioni che agitano il vecchio continente nel corso dei secoli, di integrarsi pur mantenendo la propria specificità culturale e religiosa, superando quella condizione di instabilità e di pericolo costante sulla quale imperverserà, in maniera definitiva, il disegno di sterminio nazista.

 

Tel Aviv scaturisce dall’intuizione del fallimento prossimo venturo di quello sforzo titanico e dal conseguente rifiuto radicale di una tradizione ebraica che, a torto o a ragione, la gagliarda gioventù sionista incolpa di essersi offerta inerme ai colpi di un antisemitismo sempre attivo nel corso dei due millenni di diaspora. Con grande capacità di anticipazione – siamo ancora lontani non soltanto dalla Shoah, ma dalla stessa prima guerra mondiale – quella gioventù si lancia nel lavoro di costruzione di un nuovo stato chiamato a emancipare gli ebrei dalla soggezione ad altri popoli e a incarnarne le aspirazioni a una società aperta e cosmopolita.

Se per scrollarsi di dosso il fardello della diaspora, e della modalità esistenziale e sociale consunta che le corrisponde, è  necessario il ritorno alla terra dei padri, è altresì necessario che tale ritorno avvenga non attraverso la salita (alyà) a Gerusalemme, luogo simbolico per eccellenza della tradizione ebraica, ma mediante un moto esattamente contrario, un esodo (Shemòt) da quell’arcigna rupe, da un organismo urbano complesso e spiritualmente universale quanto si vuole ma chiuso, verso il territorio aperto. Non era stato lo stesso Mosè, del resto, nell’inviare esploratori verso l’agognata e ormai prossima Terra Promessa, che tuttavia sarà raggiunta solo al termine di un quarantennale cammino nel deserto, a raccomandare loro di osservare se gli abitanti di quella regione vivessero stabilmente in città fortificate o, al contrario, in movimento sul territorio, protetti da semplici tende? Nel primo caso, a detta del grande profeta, si trattava di uomini deboli, bisognosi di certezze rassicuranti; nel secondo di esseri coraggiosi e liberi.

Dalla diaspora all’indipendenza nazionale

 Tel Aviv è chiamata a esprimere, nell’esplicita e cosciente volontà dei suoi fondatori, il passaggio epocale del popolo ebraico dall’eccezionalità di una disseminazione geografica policentrica, dominata dalla dimensione spirituale, alla “normalità” di una concentrazione territoriale entro la quale sviluppare finalmente, al pari degli altri popoli della terra, una vita nazionale per l’appunto normale.

Un progetto che assume compiutamente forma nel 1909 con la decisione di procedere all’edificazione non già di una “periferia” attorno alla città storica di Giaffa (Yafo), ma di un sistema urbano aperto capace di integrare quella importante preesistenza – il nome ufficiale della città è a tutt’oggi Tel Aviv-Yafo – all’interno di una geografia territoriale inedita.

A quale linguaggio architettonico del passato, a quale tradizione figurativa avrebbe potuto fare riferimento un’ambizione così temeraria? Evidentemente a nessuno. Tel Aviv era chiamata a rappresentare l’inedito processo di urbanizzazione contrassegnato da un arcipelago di comuni (kibbutzim) e cooperative (moshavim) agricole attraverso il quale andava prendendo forma la ricostruzione dell’autonomia nazionale del popolo ebraico. Come quel processo di socializzazione decentrata e liberamente scelta non aveva ascendenti sulle cui spalle poggiare – tanti pensieri “nobili”, certo, ma nessun “socialismo reale” da assumere a modello – altrettanto la nuova “capitale” era chiamata a nascere guardando non all’indietro ma all’intorno – intendendo con questo termine il mondo intero, stante la provenienza dei gruppi pionieristici ebraici (halutzìm) da pressoché ogni angolo della terra – e, soprattutto, guardando in avanti, verso l’invenzione di una società nuova nella quale riscattare millenni di oppressioni e persecuzioni.

Man mano che il progetto si sviluppa, il suo carattere innovativo si rende più esplicito.

I primi nuclei sorti a cavallo fra XIX e XX secolo – Nevé Zedek, Nevé Shalom, Nevé Yam – esprimono lo sforzo di piccoli gruppi che, abbandonate le fredde terre nord-europee d’origine, tentano di prendere confidenza con un mondo sconosciuto, senza avere ancora una strategia definita: si sviluppano a nord della città araba di Yafo e, linguisticamente, esprimono, spesso con grazia, un eclettismo impastato di architettura coloniale inglese, tradizione insediativa locale e richiami a un’improbabile stile ebraico biblico “delle origini”. Dopo essere stati a lungo relegati in una condizione di marginalità e degrado dallo sviluppo della città moderna, questi quartieri meridionali sono oggetto negli ultimi decenni di politiche di recupero che li stanno sempre più trasformando in zone “trendy”.

Un linguaggio innovativo per una nuova nazione

La situazione, come già accennato, cambia radicalmente con il passaggio da un politica di inserimento di nuclei ebraici all’interno delle realtà territoriali esistenti alla decisione di costruire una società ebraica organica, della quale i kibbutzim rappresentano l’impulso messianico e Tel Aviv, la città nuova, il modello esistenziale e culturale. Alla realizzazione di questo progetto vengono chiamate a concorrere quelle che si riconoscono come le migliori energie presenti sulla scena internazionale: fra i tanti modelli urbani che si agitano in Europa, si sceglie la “città-giardino”, ritenuta la più idonea sul piano sociale come su quello ambientale, affidandone la configurazione al grande urbanista britannico Patrick Geddes, che da par suo prefigura un habitat caratterizzato dalla mirabile osmosi fra edilizia a bassa densità, spazi pubblici verdi, viali alberati e strade residenziali raccolte; per quanto riguarda il linguaggio architettonico, si guarda ai personaggi e ai luoghi nei quali il distacco da qualsivoglia tradizione passata costituisce, al pari che per i coloni ebrei, un imperativo categorico, come gli studi europei di alcuni maestri del Movimento Moderno e, soprattutto, il Bauhaus di Walter Gropius, dove vengono mandati a completare la propria formazione i più promettenti fra i giovani progettisti locali

Quanto al progetto sociale, l’attribuzione per sorteggio alle singole famiglie dei lotti delimitati dal piano Geddes è testimonianza eloquente di una approccio indiscutibilmente egualitario.

La città bianca di Tel Aviv scaturisce dunque da un sogno, trasformato in progetto perseguito con amore e accanimento, che dà forma a un concentrato unico di architettura moderna, di matrice europea, declinata secondo le esigenze insediative e climatiche mediorientali.

Nel 2003 l’Unesco, con scelta lungimirante, ha voluto inserire la “città bianca” di Tel Aviv nella lista dei siti patrimonio dell’umanità, attribuendole un valore non inferiore a quello di altri centri urbani di ben più antica formazione. Un centro storico del XX secolo”, che si accompagnava all’epoca (sempre a parere dell’Unesco) alla sola Brasilia. Ma Tel Aviv nasce “dal basso”, mentre la capitale brasiliana prende forma mezzo secolo dopo attraverso un processo che muove eminentemente “dall’alto”.

Un riconoscimento internazionale che – è bello ricordarlo – si deve alla sensibilità alla conservazione dei beni culturali e ambientali maturata a Firenze – dove hanno studiato e lavorato per ben 25 anni – in una coppia di architetti israeliani, Nitza e Peter Smuk. Tornati in patria dopo la lunga e fertile diaspora italiana, essi hanno riconosciuto il valore universale di un nucleo urbano originario cui i loro connazionali, giovani e rivolti al futuro, non attribuivano la dovuta importanza. Con una campagna di sensibilizzazione assai efficace essi hanno promosso il riconoscimento internazionale della “città bianca” di Tel Aviv, ostacolato la pratica di demolizione e sostituzione dei suoi edifici, impostato una politica di conservazione pur attenta alle esigenze di espansione domestica dei loro insofferenti concittadini, cui vengono concesse al più sopraelevazioni “controllate”.

A partire dal 1948, la nascita dello stato di Israele, propiziata dall’arrivo degli ebrei scampati dai campi di sterminio, accelera fortemente il processo di immigrazione nella nuova patria di quelli transfughi dai paesi arabi nei quali, dopo secoli di convivenza difficile ma fertile, si sviluppano nuove ondate di antisemitismo. Gli anni ’50 e ’60 conoscono dunque un rilevante sviluppo edilizio, con la costruzione rapida di nuovi quartieri di edilizia popolare, al cui carattere spartano non è possibile associare una ricerca progettuale analoga a quella propria ai decenni precedenti.

Da città-giardino a città capitale

La trasformazione da città-giardino a capitale – almeno fino al ’67 Tel Aviv assume indiscutibilmente questo ruolo – produce inevitabilmente un tessuto urbano più denso di quello previsto dal piano Geddes, con la compromissione edilizia di vaste aree previste a verde. Non riduce però l’impegno degli architetti che hanno prodotto la città bianca, che affrontano con impegno e competenza la sfida della nuova dimensione urbana. Per gli interventi di carattere più strategico scendono in campo anche alcune personalità eminenti dell’architettura internazionale.

Vengono posti limiti rigorosi allo sviluppo urbano a nord con la creazione del parco del fiume Yarkon. Grande attenzione viene posta alla progettazione della fascia costiera, per la quale un maestro dell’urbanistica italiana, Luigi Piccinato, propone una serie di dighe frangiflutti destinate a difendere la spiaggia dall’erosione marina. Su quella stessa fascia prende forma progressivamente la promenade sul mare, che a tutt’oggi costituisce un fulcro della vita sociale e una cifra caratteristica del paesaggio urbano anche grazie al recente prolungamento a nord, con l’esemplare recupero del vecchio porto. Vedono la luce nuovi invasi urbana rapportati alle mutate dimensioni della città, come kikar Dizengoff, piazza circolare di dimensioni contenute sorta negli anni Trenta lungo l’omonimo asse stradale principale,  che viene adattata alle concomitanti esigenze di maggior fluidità del traffico veicolare e di più intensa vita sociale attraverso una duplicazione che, secondo l’insegnamento di Le Corbusier,  cede la quota stradale alle macchine offrendo in cambio ai pedoni un’innovativa piazza pensile (adattamento poi annullato alcuni anni fa, con il ripristino della configurazione originaria della piazza); o come kikar Malchei Israel (piazza Rabin all’indomani dell’attentato di cui è vittima il primo ministro in carica), un ampio spazio urbano rettangolare dominato dal volume elementare del nuovo Municipio e inciso dalla piramide rovesciata del memoriale alla Shoà; o ancora come kikar Hamedinà, anch’essa piazza circolare, rapportata però alla nuova dimensione della città, per configurare la quale, e i prospicienti fronti edilizi, viene convocato dal Brasile il grande architetto Oscar Niemeyer, che propone ai livelli inferiori una cortina edilizia continua, che va poi rarefacendosi in moduli “a ziggurat rovesciato”.

Nello stesso periodo nascono nel centro di Tel Aviv i principali edifici di carattere istituzionale, progettati generalmente dagli stessi professionisti che hanno dato vita alla “città bianca” con un linguaggio architettonico austero – un razionalismo appena condito da venature espressionistiche – che ben si addice a uno stato che mira a raggiungere una condizione di sostanziale giustizia sociale pur versando in una grave crisi economica. Questi edifici rappresentano altrettante polarità all’interno del tessuto urbano.

Comincia nel frattempo a emergere una nuova generazione di architetti più sensibili alle nuove tendenze internazionali degli anni ’60, che farà sentire fortemente la sua presenza nei decenni successivi.

(fine prima parte)

 

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