Israele a tre mesi dalla tregua: che succede ora?
Roberto Della Rocca ha una lunga esperienza politica vissuta in Israele sempre a sinistra. Oggi è uno dei dirigenti dei Democratici, la nuova forza politica nata dall’unione dei laburisti e del Meretz
Roberto, a circa tre mesi dalla tregua raggiunta a Gaza, qual è il clima che si respira oggi in Israele?

La verità è che in questo momento il paese non sembra molto interessato alla situazione a Gaza e ai suoi sviluppi. Sono infatti altri i temi politici che occupano le prime pagine dei giornali e l’interesse dell’opinione pubblica.
A cosa ti riferisci?
I temi principali su cui si discute sono tre. Il primo è che oggi la grande maggioranza della popolazione israeliana chiede al governo Netanyahu di dare il via libera alla commissione d’inchiesta sui fatti che hanno portato al 7 ottobre. Fino a questo momento Netanyahu ha impedito la costituzione di questa commissione, nonostante che l’associazione dei rapiti e delle vittime israeliane, che oggi si è trasformata in una commissione sul 7 ottobre, continui a pretendere una commissione d’inchiesta. Netanyahu però non vuole e al suo posto propone qualcosa di diverso, ossia una commissione di nomina interamente politica, che può controllare.
Che caratteri avrebbe invece la commissione governativa d’inchiesta?
In Israele c’è una legge che consente di creare queste commissioni su indicazione del presidente della Corte Suprema israeliana. Si tratterebbe dunque di una commissione del tutto imparziale e autonoma dal governo. In passato lo stesso Netanyahu, su altre vicende, ha chiesto l’istituzione di commissioni del genere, ma questa volta si rifiuta. Anzi: pochi giorni fa Netanyahu ha accettato di deporre presso una commissione parlamentare, che si occupa non direttamente di quei fatti. Ebbene, nella sua interpretazione la responsabilità di quel che è accaduto dipende esclusivamente da altri primi ministri, facendo risalire quella tragedia addirittura gli accordi di Oslo firmati da Rabin. Il risultato è stato che oltre l’ottanta percento oltre il 70% degli intervistati ha ritenuto tale deposizione del tutto inattendibile.
Quali sono gli altri due temi al centro del dibattito pubblico?
Uno riguarda gli episodi sempre più gravi di criminalità e di violenza all’interno della popolazione araba. Dall’inizio dell’anno c’è una media di quasi un arabo al giorno che viene ucciso. Si tratta di una emergenza criminalità che può avere ripercussioni e sulla stessa sicurezza di Israele, in quanto questi crimini vengono compiuti attraverso armi contrabbandate illegalmente, che come capirai rischiano, in futuro, di essere utilizzate anche nelle principali città di Israele. In generale, questi episodi dimostrano anche la totale incapacità di Ben Gvir, che ricordo essere il ministro per la sicurezza. D’altra parte, ogni questione che riguardi la polizia israeliana sotto la gestione di Ben Gvir dimostra il suo totale fallimento: pensa che il numero degli incidenti stradali si è impennato nel 2025, lo stesso per il numero di donne uccise. Sotto Ben Gvir la polizia israeliana è diventata uno strumento utile soltanto nominare propri uomini di fiducia, a prescindere da ogni competenza.
Resta l’ultimo tema all’ordine del giorno.
È quello che riguarda la pressione degli ultraortodossi della società israeliana. Il tema ormai non è più solo quello della mancata leva militare, ma anche della loro richiesta, ad esempio, di aree pubbliche in cui si realizzi una separazione fra donne e uomini. Si tratta di tre questioni che complessivamente attestano come costante una sfiducia verso l’attuale governo che è consolidata.
Per tornare alla politica estera, come si giudica impossibile nuovo attacco all’Iran? È un’ipotesi probabile?

In Israele la maggioranza dell’opinione pubblica vede con un favore un cambio di regime che porti fine alla dittatura degli ayatollah. C’è solo una minoranza che è più cauta ed è quella di destra. Infatti, un nuovo regime probabilmente sarebbe favorevole non più alla distruzione di Israele, ma a una soluzione che veda due popoli per due Stati. Ed è evidente che la destra israeliana, essendo contraria a tali ipotesi, osteggia un cambio di regime, perché sarebbe molto difficile a quel punto respingere l’idea di uno stato palestinese se anche un paese forte e importante come l’Iran la sostenesse. Direi che al momento può succedere di tutto. Si potrebbe evitare un conflitto solo laddove gli Stati Uniti riuscissero ad assicurare che l’Iran non possa disporre dell’arma nucleare e ancor di più se si arrivasse ad un cambio di regime. Senza questi due condizioni, l’attacco sembra molto possibile, non so se da parte di Israele o direttamente dagli Stati Uniti.
Per andare ora a Gaza, come giudichi il piano di pace Di Trump, che ora dovrebbe entrare nella sua seconda fase, con la gestione della ricostruzione a Gaza?
Si dice che Trump sia il migliore amico di Netanyahu, ma io rispondo: chi si fiderebbe di un amico affetto da turbe psichiche? Quello che intendo dire è che Trump ha dimostrato di essere un soggetto del tutto imprevedibile, capace improvvisamente di cambiare opinioni e posizioni politiche. La riprova l’abbiamo avuta nei giorni scorsi quando Netanyahu è andato in visita a Washington: nonostante il vertice sia durato circa tre ore, al termine non è stata organizzata né una conferenza stampa né una dichiarazione congiunta. Si tratta del segnale più evidente che Netanyahu non è riuscito a ottenere nessun risultato utile, né per sé mettere Israele, e che Trump andrà avanti con il suo piano su Gaza semplicemente perché ritiene che vada incontro ai propri interessi. Per quel che riguarda in particolare la presenza di Turchia e Qatar nella striscia, presenza che Israele ha fortemente contestato, questa si spiega solo se pensi che in Turchia ci sono le basi americane più vicine alla Russia, e che il Qatar, oltre a ospitare la più grande base americana all’estero, è anche un grande produttore di petrolio. Dunque Trump vorrà andare avanti con la seconda fase, sempre che Netanyahu non sia costretto ad un gesto politicamente disperato.
Cosa intendi?

A proposito di elezioni: cosa dicono i sondaggi?
Circa 70 seggi su 120 del Parlamento israeliano in questo momento sembrano andare all’attuale opposizione, di cui circa 10/12 ai Democratici di Golan. Il problema è che in questi 70 seggi vi sono circa 10 seggi dei partiti arabi, con cui nessun altro partito in Israele, tranne i Democratici, probabilmente oggi è disposto a fare un accordo. Per cui direi che se il voto consegnerà almeno 60 seggi all’opposizione, questa potrà formare un governo. Viceversa, se arrivasse sotto quella soglia e avesse bisogno dei voti arabi, questo potrebbe creare problemi e aprire anche ad un altro scenario.
Quale?
Che Bennet e Eisenkot, che rappresentano la parte destra dell’opposizione, decidano di formare un governo di unità nazionale con il Likud di Netanyahu, purché questo si separi dagli estremisti di Smotrich e Ben Gvir. In tal caso evidentemente le sinistre non potrebbero entrare in tale governo. Ritengo questa soluzione un dramma politico, sebbene migliore nell’attuale governo. La situazione cioè è molto incerta, sia all’interno che all’esterno. Come si dice in ebraico, il futuro appare avvolto dalle nebbie.
Leggi tuto il numero di febbraio: Riflessi febbraio 2026 (2)