Inchiesta sui finanziamenti ad Hamas
Alberto Pagani analizza alcuni aspetti della recente inchiesta avviata dalla Procura di Genova insieme alla Procura nazionale antimafia che ha portato all’arresto di presunti finanziatori di Hamas
L’inchiesta della Procura di Genova in collaborazione con la Procura nazionale antimafia sembra rivelare una rete che dall’Italia alimentava l’organizzazione di Hamas. Cosa sappiamo al momento delle indagini?

Si tratta di una delle iniziative giudiziarie italiane recenti più rilevanti nel contrasto al finanziamento del terrorismo internazionale. I fondi, per un ammontare accertato di oltre sette milioni di euro, venivano raccolti in Italia e in Europa tramite associazioni mascherate dietro finalità umanitarie per la salute e l’istruzione. Hamas dispone di una rete globale di associazioni di beneficenza e organizzazioni di facciata in Europa, Nord America e Medio Oriente per raccogliere fondi, sfruttando il pretesto dell’aiuto umanitario per i civili di Gaza. D’altronde, queste associazioni dichiaravano tranquillamente di raccogliere fondi per Gaza, dove il potere era saldamente nelle mani di Hamas, e non ci vuole un esperto di terrorismo per capire che se raccogli dei soldi per aiutare i palestinesi e poi li consegni ad Hamas, alla fine saranno i terroristi a decidere come spenderli.
In generale, cosa sappiamo delle fonti di finanziamento di Hamas?
I fondi dell’inchiesta di Genova sono come una piccola goccia nel mare. Quello di Hamas è un impero finanziario globale e diversificato, alimentato principalmente dal sostegno statale. L’Iran è il principale sostenitore di Hamas, perché ha fornito centinaia di milioni di dollari all’anno sotto forma di finanziamenti diretti, armi e formazione. Ma ci sono anche altri Paesi, come il Qatar, la Turchia e, in passato, l’Arabia Saudita, che hanno fornito o ospitato reti di finanziamento. Prima dei recenti conflitti, una parte significativa delle entrate proveniva dalla tassazione interna e dalle imposte sulle merci che entravano a Gaza, anche attraverso i tunnel al confine con l’Egitto.
Tra le persone arrestate spicca la figura di Mohamed Hannoun. Che figura ricopre all’interno della comunità palestinese in Italia?

Sì, tra gli arrestati c’è anche la figura nota e controversa di Mohammad Hannoun, presidente dei palestinesi in Italia, che gli Stati Uniti avevano già inserito nella lista nera dei finanziatori del terrorismo, ritenendo che fosse il collettore di fondi per l’ala militare di Hamas. Hannoun esprimeva posizioni radicali, definendosi apertamente un “simpatizzante di Hamas” e lodando i leader criminale del gruppo, come Yahya Sinwar o Ismail Haniyeh, e legittimando l’uccisione dei “collaborazionisti”. La contiguità è tra la sua associazione ed i membri del comparto estero di Hamas, che sono i responsabili di raccogliere e inviare fondi per sostenere i familiari dei terroristi palestinesi coinvolti in attentati sono evidenti, anche se non sarà facile dimostrare dove è finito esattamente ogni singolo euro raccolto ed inviato a Gaza.
Anche l’operazione Flottilla potrebbe essere stata finanziata da soggetti vicini ad Hamas?
La missione della “Global Sumud Flottilla” ha coinvolto moltissimi volontari e attivisti civili, mossi solamente da intenzioni umanitarie ed in totale buone fede, ma le indagini della Procura di Genova e documenti di intelligence precedenti dimostrano che alcune figure chiave dell’inchiesta ed anche Hamas abbiano avuto un ruolo determinante nel finanziamento e nella gestione strategica dell’iniziativa. La Freedom Flotilla Coalition si dichiara ufficialmente un movimento civile indipendente, ma deve far riflettere il fatto che Hamas ha pubblicamente lodato l’iniziativa, definendola uno strumento di pressione contro Israele, non un’iniziativa umanitaria.
Fin dal cosiddetto “lodo Moro” il terrorismo palestinese ha dimostrato di sapersi muovere e infiltrarsi nel nostro paese. Oggi dobbiamo temere la presenza in Italia di un’organizzazione capillare vicina ad Hamas?

Sulla base delle indagini la risposta delle autorità italiane è di massima allerta, poiché è stata effettivamente accertato che la rete strutturata e capillare dedita al sostegno di Hamas in Italia non era limitata a Genova, ma operava attraverso nodi operativi in numerose province, tra cui Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Bergamo e Sassuolo, e quindi l’intelligence italiana e il Ministero dell’Interno mantengono un livello di sorveglianza elevato. Tra l’altro, nella Relazione Annuale 2025 sulla Sicurezza Nazionale, è stato evidenziato il rischio che queste reti possano fungere da vettori non solo finanziari, ma anche di proselitismo e radicalizzazione.
L’inchiesta è appena agli inizi e si annuncia molto complessa, perché non sarà facile dimostrare che i soldi raccolti erano destinati ad alimentare l’attività terrorista di Hamas: quanto è alto il rischio che nel processo le accuse non reggeranno alle contestazioni delle difese degli imputati?
Non lo so, non sono esperto di procedura penale, ma sicuramente gli investigatori devono aver fatto un buon lavoro perché il sistema è molto complesso, ed è difficile ricostruire dove finiscono esattamente i soldi. Hamas per trasferire i fondi utilizza il sistema fiduciario informale hawala, che non è tracciabile, per eludere i controlli e le sanzioni internazionali, oppure altri metodi, più moderni, come gli scambi di criptovalute. Inoltre, gestisce un vasto e segreto portfolio di investimenti internazionali, con attività stimate per centinaia di milioni di dollari in società operanti in Paesi come Turchia, Sudan, Algeria ed Emirati Arabi Uniti. Queste attività operano sotto la facciata di imprese legittime, per cui ’attività degli investigatori è stata certamente molto seria ed approfondita.
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