David Grossman racconta le nostre speranze
È uscito nei Meridiani di Mondadori, in due volumi, l’opera che raccoglie gli scritti di David Grossman. Curatore del progetto editoriale è Wlodek Golkorn.
Come è nata l’idea di dedicare un Meridiano a David Grossman?

La decisione è stata presa dalla precedente responsabile, Renata Colorni, diversi anni fa. Quando mi ha chiesto di curare il progetto, voleva che me ne occupassi in quanto sono un cantastorie, che frequenta le memorie di un mondo scomparso: non solo quello della Shoah, ma anche del mondo Yiddish; oltre al fatto che da anni mi interesso della letteratura israeliana.
Se dovessi definire uno o più tratti caratterizzanti il percorso narrativo di Grossman, quali indicheresti?
È difficile rispondere. Come cosa più importante, dal mio punto di vista, confermato proprio con la cura di questo Meridiano, indicherei lo stretto contatto che David Grossman ha con i soggetti della sua letteratura.
Che vuoi dire?

Grossman è un autore che guarda il mondo con lo sguardo dello scrittore. Apparentemente può sembrare una banalità, ma quello che intendo dire è che tutti i suoi scritti hanno sempre una forte impronta narrativa, anche quelli politici. Racconta le idee narrando le storie. Sia che scriva romanzi, realizzi reportage, o esprima opinioni, prevale una forte empatia con le persone di cui parla. Ti faccio un esempio. Il suo romanzo d’esordio è “Il sorriso dell’agnello”, ambientato in un villaggio palestinese dei territori occupati. Potremmo dire che è Grossman che vuole capire il mondo dei palestinesi creando una storia e un protagonista. Ancora un altro esempio: nel suo reportage letterario “Vento giallo” (1987), quindi non un’opera di finzione, ascolta i racconti dei palestinesi, uomini anziani, giovani e donne. E li fa conoscere al pubblico israeliano, pochi mesi prima che fosse iniziata l’intifada. E tu lettore, leggendo il testo hai una chiara percezione di un malessere che sta per sfociare in una rivolta. E poi, Grossman cerca sempre delle somiglianze fra israeliani e palestinesi, la sua empatia lo porta a cercare ciò che unisce, e non ciò che divide. La pace in Medio Oriente è per lui un evento empatico. È una caratteristica particolare. Amos Oz, ad esempio, diceva di avere due penne sul tavolo: una per i romanzi l’altra per gli scritti politici. In Grossman questa separazione non c’è.
Qual è il rapporto fra David Grossman e il nostro Paese?

Al Salone del Libro di Torino, dove è stato ospite e dove il pubblico gli ha tributato il caloroso benvenuto, Grossman ha detto che nel nostro Paese si sente a casa. In effetti ha un rapporto molto stretto con l’Italia, credo che la ami. Al Salone di Torino c’è stata una specie di abbraccio del pubblico a uno scrittore che ama. C’era un calore umano attorno a lui che, nei tempi che viviamo, non era scontato.
Molte volte negli ultimi anni ci si è interrogati su cosa abbia determinato il successo mondiale della letteratura israeliana fra gli anni 90 e il primo decennio del nuovo secolo. A tuo giudizio ci sono delle ragioni che spiegano la popolarità che ha raggiunto?
Credo che le ragioni siano più d’una. Una strana costellazione. È successo che più o meno contemporaneamente, in un paese sono emersi tre grandi scrittori, tutti e tre giganti della letteratura. Erano molto differenti nello stile tra loro , e Grossman era, rispetto a Amos Oz e Abraham Yehoshua, il più giovane. E tuttavia tra loro si è cementata un’amicizia solida e sincera. Non solo si incontravano regolarmente, ma leggevano reciprocamente i loro manoscritti. In effetti, quel periodo è stata un’esperienza davvero unica.
Grossman, insieme a Yehoshua e Amos Oz, per oltre una generazione ha rappresentato il meglio della letteratura israeliana, oggi penso che molti lettori abbiano letto i loro libri immaginando o sperando di accompagnare anche un momento storico che avrebbe portato alla pace in Medio Oriente. Oggi, che è rimasto solo Grossman, dobbiamo registrare la fine di quella stagione di speranza?
È così. C’era una speranza di cui loro erano portatori, erano portatori di un messaggio di pace. Non solco degli accordi di Oslo, ma anche di prima. È nel movimento di protesta iniziato con il 1982, con la guerra del Libano, che nasce la speranza. La prima intifada, iniziata nel dicembre 1987, è stato un fenomeno che ha convinto gran parte dell’opinione pubblica israeliana che bisognasse riconoscere i diritti dei palestinesi, compreso quello ad avere uno Stato. Grossman, Yehoshua e Oz sono andati oltre. Grossman in particolare voleva sentire i discorsi dei palestinesi, il loro punto di vista, aprirsi al racconto altrui.
Oggi in Israele Grossman è ancora una voce ascoltata?

In Israele esistono tante identità e visioni del mondo. Dietro quella maschera di ferro spesso liquidata in Italia come omogeneità, c’è una realtà di estrema frammentazione e polarizzazione della società. In un momento come quello che stiamo osservando è difficile capire da quanti viene ascoltato, ma per molti è un esempio di onestà intellettuale oltre a essere un grande scrittore.
Ci puoi dire qualcosa sull’uomo Grossman?
Ancora una volta devo ricordare la sua straordinaria sensibilità. Grossman è un uomo che prende terribilmente sul serio la letteratura e la scrittura. La sua vita è strettamente intrecciata alla letteratura non solo quella per adulti. Bisogna ricordare le tante opere scritte per bambini e per ragazzi. Sono opere nate innanzitutto per i suoi figli, che poi ha proposto al pubblico quando ha visto che i suoi figli le apprezzavano. Quanto a me, posso dirti che è stato fondamentale l’incontro con una delle sue prime opere, “Vedi alla voce: amore”.
Perché?
