Contro le colonne infami
l’Editoriale di giugno
Nel momento in cui scriviamo, a poche ore dalla possibile (probabile) firma del memorandum tra Stati Uniti e Iran, gli osservatori più attenti hanno contato oltre quaranta volte in cui Donald Trump ha dato per imminente, praticamente ormai certo, un accordo con l’Iran per mettere fine al conflitto aperto assieme a Israele il 28 febbraio scorso.
Ora però sembra che si arriverà davvero a un memorandum, che però non sarà in grado né di assicurare un vero cessate il fuoco (la tregua durerà sessanta giorni, il tempo di consentire a Trump d presentarsi da vincitore alle elezioni di metà mandato in autunno), né una soluzione sull’uranio arricchito che serve all’Iran per avere l’arma atomica, né garantisce una definitiva libera (e gratuita) circolazione nello stretto di Hormuz, per non parlare della spietata dittatura imposta dai pasdaran agli iraniani.
Verrebbe da citare l’aforisma di Karl Marx, per cui “tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte (…): la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.
Non è forse una tragica farsa quella che ci sta presentando il presidente Trump, tornato a guidare il Paese più forte del mondo pretendendo il Nobel per la pace (chi lo ricorda più?) e passato in pochi mesi a bombardare il Venezuela, il Sudan, la Somalia, la Nigeria, lo Yemen, l’Iran, e a minacciare di fare altrettanto con Cuba?
E non è una farsa ancora più drammatica quella che Benyamin Netanyahu, a capo di un governo radicale e suprematista, inscena dal 7 ottobre 2023, quando invece di riconoscere le proprie responsabilità per non aver assicurato la sicurezza ai propri cittadini si è gettato in una guerra perenne in violazione dei limiti posti dal diritto internazionale e che, ci auguriamo, forse si arresterà solo con il risultato del prossimo voto politico (al momento del tutto incerto)?
Viviamo tempi di grandi disordini, in cui assistiamo alla crisi pare irreversibile del modello che ha consentito all’occidente di assicurare, almeno all’interno dei proprio confini, stabilità e pace per oltre mezzo secolo. E non sembra dubbio che a causare tale disordine siano le destre: quella americana MAGA (Make America Great Again) e quella israeliana su tutte.
Anche in casa nostra le destre non scherzano. Ne ha dato una prova Roberto Vannacci nella costituente svolta a Roma lo scorso fine settimana, con cui il suo partito, Futuro nazionale, è nato ufficialmente per presentarsi al voto del 2027.
Se ne parliamo qui, su una rivista dedicata al mondo ebraico italiano, è perché forse non dovremmo sottovalutare alcune frasi che il leader del nuovo partito ha pronunciato verso coloro che ebrei non sono, ma che in fondo non ci sono del tutto indifferenti.
Additando gli immigrati irregolari come un pericolo da risolvere con le remigrazione, Vannacci ha utilizzato in uno studio televisivo la parola “deportazione”, concedendo la possibilità di rimanere solo a coloro che dimostreranno di essere in grado di “assimilarsi”.
“Deportazione” e “assimilazione” sono due termini che storicamente hanno sempre intersecato, prima o poi, le vite degli ebrei della diaspora. Nel primo caso portando dritti alle rampe dei campi di sterminio della Shoah, nel secondo imponendo agli ebrei la rinuncia alla propria identità pena la discriminazione e la persecuzione (e, spesso, perseguitando anche chi si era assimilato, come nel caso dei marrani nella penisola iberica nel XVI e XVII secolo).
Dunque anche nel caso di Roberto Vannacci dovremmo domandarci se la Storia si sta ripresentando nel nostro Paese come farsa, dopo il ventennio fascista scimmiottato dal leader del partito più a destra di quelli rappresentati in parlamento (dove Futuro nazionale sta facendo shopping presso Fratelli d’Italia e soprattutto la Lega). E dovremo anche chiederci che Paese potremmo diventare, laddove quelle idee trovassero spazio nella fila della maggioranza di governo che dovesse uscire dal voto dell’anno prossimo.
Certo non sarebbe una buona notizia per gli ebrei italiani, come per ogni altra minoranza.
Poiché però rifiutiamo l’idea che la Storia proceda per una serie di rapporti causali determinati, possiamo sperare che il voto non premierà chi soffia sul fuoco della paura, dell’intolleranza, del razzismo e dell’antisemitismo. D’altra parte, per evitare che questo accada, occorre non certo solo attendere che passi ‘a nuttata, ma essere vigili, denunciare ogni tentativo di sbrego all’impianto democratico della nostra Costituzione, senza fare sconti di comodo a nessuno.
Per questo, non è possibile tacere alcuni fatti di cronaca avvenuti in questo mese che sono anch’essi indizi della gravità del momento.
Li indico in ordine cronologico: l’attacco intollerante subito da Erri De Luca per aver affermato la sua idea che a Gaza, teatro di crimini gravissimi, non è tuttavia ravvisabile un genocidio, con l’effetto di essere stato di fatto escluso dal festival letterario di Salerno; le polemiche che hanno sfiorato Francesco De Gregori, che pur sollecitato si è rifiutato di dare un giudizio su quel conflitto; la decisione degli organizzatori del Roma Pride di escludere Keshet, l’associazione di ebrei LGBQT+, dalla sfilata di quest’anno; la petizione, firmata anche da amministratori locali e da un arcivescovo, per escludere lo scrittore israeliano Eskhol Nevo dal partecipare alla rassegna letteraria “Il libro possibile” a Polignano a mare.
Sono quattro piccoli indizi che non vanno trascurati, se è vero, come insegna Agatha Crtishie, che ne bastano tre per avere una prova. Ci mostrano un Paese che, se a destra inneggia al Duce del ventennio e all’intolleranza verso chi è diverso, a sinistra produce rigurgiti di intolleranza e di fanatismo non meno pericolosi.
In fondo non sorprende. Le ali estreme (anche quelle che indossano una fascia tricolore o un abito talare) attaccano sempre chi occupa una posizione moderata ed esercita il diritto a essere minoranza o a esprimere un dissenso. Nell’Italia del 2026, disorientata e impaurita da due guerre (non dimentichiamo quella in Ucraina voluta da Putin) e da una crisi economica e d’identità che si trascina da anni, le grida contro i presunti untori della purezza della stirpe, o delle idee, si moltiplicano.
Contro questi tentativi di erigere nuove colonne infami, occorre oggi più che mai tenere alta la guardia.