Luci e qualche ombra su una visita storica

Che valore storico ha avuto la visita di Giovanni Paolo II al Tempio maggiore? E in quale contesto è avvenuta? Ne parliamo con Guri Schwarz

La visita di Giovanni Paolo II nel Tempio maggiore di Roma il 13 aprile 1986 segna un passaggio storico nelle relazioni ebraico-cristiane. Mai prima di allora un pontefice aveva fatto ingresso in una sinagoga. Ad attenderlo c’era rav Elio Toaff, una figura di assoluto riferimento per il mondo ebraico italiano. Quale fu il suo ruolo di guida dell’ebraismo romano?

Guri Schwarz è professore associato di storia contemporanea all’università di Genova

Toaff aveva assunto un ruolo di assoluto rilievo come guida dell’ebraismo romano e italiano negli anni precedenti. Nei mesi tesissimi della prima guerra del Libano, (la cosiddetta operazione Pace in Galilea nel 1982, n.d.r.) giocò un ruolo chiave come interfaccia delle istituzioni e dei partiti e come soggetto protagonista di dibattiti e polemiche sui media italiani, ma anche come figura capace di tenere a bada e di governare le emozioni della sua comunità. Un ruolo che sarebbe proseguito anche negli anni successivi. L’immagine dell’abbraccio tra Rav Toaff e Giovanni Paolo II, trasmessa dalle televisioni, ha avuto un forte impatto nel segnare l’immaginario, rappresentando un momento simbolico che sembrava suggerire il superamento di tensioni teologiche di lunghissima durata. L’incontro col Papa rese la figura del Rabbino Capo di Roma ancora più visibile presso la società italiana. Negli anni successivi, con l’inizio della prima Intifada e fin dentro gli anni Novanta in occasione dei nuovi e ripetuti allarmi per manifestazioni di antisemitismo – almeno fino all’approvazione della Legge Mancino nel 1993 – continuò ad essere un punto di riferimento, spesso intervistato e sollecitato a prendere parola. Per molti versi, il suo carisma e la sua autorevolezza gli consentirono di svolgere un ruolo di ausilio, e talora di vera e propria supplenza, rispetto alle istituzioni comunitarie nel rapporto con i partiti, le istituzioni della Repubblica, il sistema della comunicazione.

Rav Elio Toaff (1915-2015)

Giovanni Paolo II ha sempre avuto un legame particolare con l’ebraismo, anche perché, provenendo dalla Polonia, conosceva bene gli effetti della Shoah nel suo paese. Qual era l’obiettivo che il suo pontificato si prefiggeva con quella visita?

Giovani Paolo II, pontefice dal 1978 al 2005

Non ho elementi per parlare del suo legame con l’ebraismo, tuttavia è chiaro che quella storica visita, che introduce un precedente poi ripetuto dai pontefici successivi, si inserisce in un percorso di evoluzione dei rapporti non tanto e non solo con l’ebraismo italiano, quanto nei rapporti tra la Chiesa Cattolica e il mondo ebraico. A sua volta questo processo va letto come elemento di particolare rilievo, data la centralità dell’ebraismo per la Chiesa, in un contesto più ampio che investe la politica ecumenica e di dialogo interreligioso portata avanti da Wojtila.

La visita si svolse mentre in Israele governava un laburista, Shimon Peres,  e in Italia Bettino Craxi, socialista, in ottimi rapporti con Arafat, capo dell’Olp. Solo pochi mesi prima, nell’ottobre 1985, c’era stato il dirottamento della nave da crociera Achille Lauro da parte del Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP) al largo dell’Egitto con l’assassinio di Leon Klinghoffer, cittadino americano di origine ebraica, e la crisi di Sigonella, quando il governo italiano si rifiutò di consegnare gli autori del dirottamento e dell’omicidio di Klinghoffer, agli Stati Uniti. Quale fu dunque il contesto storico e politico in cui avvenne l’incontro?

il dirottamento dell’Achille Lauro avvenne il 7 ottobre 1985

Ritengo che, più che collegare quella visita a fenomeni politici specifici, essa vada letta nel quadro delle scelte compiute sotto quel pontificato nel rapporto con altre fedi. La visita alla Sinagoga Maggiore di Roma del 13 aprile 1986 va innanzitutto vista insieme all’incontro ecumenico di Assisi del 27 ottobre dello stesso anno. Sono due momenti, benché distinti, di una comune linea volta a una forma di mutuo riconoscimento simbolico, in cui però le posizioni restano naturalmente distinte, e anche inevitabilmente e necessariamente distanti. L’incontro alla Sinagoga segnava una tappa di un percorso avviato con la Nostra Aetate, (la dichiarazione fondamentale del Concilio Vaticano II, promulgata da Paolo VI il 28 ottobre 1965, n.d.r.), volto a riconfigurare il rapporto della Chiesa Cattolica con l’ebraismo, non tanto con gli ebrei ma con l’ebraismo come sistema e categoria teologicamente rilevante per la Chiesa stessa. L’altro incontro ad Assisi è invece un gesto simbolico, in cui sono coinvolte rappresentanze di una moltitudine di tradizioni religiose, non solo le tre religioni monoteistiche, in un comune momento di preghiera per la pace (ciascuno secondo il suo rito e le sue modalità). L’obiettivo non era negare o superare le differenze in modo sincretico, bensì dare un segnale di rispetto e convivenza.

Più in generale, che rapporti tenne Giovanni Paolo II con il mondo ebraico?

l’incontro davanti al Tempio maggiore (1986)

Vari elementi suggeriscono come furono anni di tensioni, e non solo di aperture. Non fu un rapporto semplice, né sempre pacifico. Dobbiamo ricordare che nel corso del viaggio in Polonia del 1979 il Papa aveva compiuto una storica visita ad Auschwitz-Birkenau, anch’essa poi entrata nel novero delle pratiche poi ripetute dai successori, e che negli anni successivi portò avanti una particolare politica della memoria, viste spesso con un certo disagio da varie istituzioni ebraiche a livello internazionale. A titolo di esempio, ricordiamo il 10 ottobre 1982la canonizzazione di Padre Kolbe, morto ad Auschwitz ma di cui sono note posizioni antisemite; la polemica sulle carmelitane nel campo di Auschwitz che comincia nel 1984 (per l’apertura  di un convento da parte di suore carmelitane nei pressi del Blocco 11 ad Auschwitz, n.d.r.), la visita in Vaticano del Presidente austriaco  Kurt Waldheim, di cui era stato reso noto il passato nazista e per il cui isolamento internazionale si erano attivati diversi organismi ebraici, nel 1987; nello stesso anno la beatificazione di Edith Stein, uccisa in camera a gas ad Auschwitz-Birkenau nel 1942 celebrata come martire cattolica, ma che era anche un’ebrea convertita. Tutti elementi che testimoniano di uno sforzo della Chiesa di misurarsi sul piano della memoria, suscitando spesso reazioni critiche da parte del mondo ebraico. In quel quadro, la visita alla Sinagoga Maggiore aveva una funzione distensiva, ma è appunto una tappa di un percorso, in cui da un lato ci sono riconoscimenti e dall’altro restano forme di competizione e attriti.

Il 9 ottobre 1982 in quella stessa sinagoga c’era stato l’attentato organizzato da un commando palestinese legato al gruppo di Abu Nidal, con bombe a mano e mitra, durante la festività di Sheminì Atzeret. Che causò la morte del piccolo Stefano Gaj Taché, di due anni, e circa 40 feriti. L’attentato segnò anche una cesura profonda tra gli ebrei italiani e il resto della società, in particolare con  mondo della sinistra. Quella visita aveva anche l’obiettivo di ricucire lo strappo con la società italiana? E ci riuscì?

Roma 9 ottobre 1982. Attentato alla Sinagoga di Roma da parte di un commando palestinese.

Stento a riconoscere nessi diretti tra i due momenti. Può darsi che abbia avuto quel tipo di significato simbolico per segmenti del mondo ebraico italiano, ma per quanto riguarda l’intenzione del papato credo che l’orizzonte da considerare sia un altro. Peraltro, quello è un passaggio che – se letto con attenzione – rivela tutta la complessità e le ambiguità dei rapporti ebraico-cristiani. Infatti, se è vero che in quell’occasione il Papa si esprime chiaramente prendendo le distanze dall’odio antiebraico, d’altra parte la celebre formula “fratelli maggiori” conteneva in sé un implicito rinvio a una tradizione che stabiliva una gerarchia, e in questa declinazione non favorevole all’ebraismo. Come noto è il minore, Giacobbe, a ricevere eredità e benedizione del padre, e attraverso di lui si sviluppa l’Alleanza. A questo passaggio e alle sue implicazioni ha dedicato alcune pagine acute Carlo Ginzburg. Non possiamo infatti dimenticare che non solo i mondi cristiani sono strutturalmente in un rapporto complesso e spesso competitivo con l’ebraismo per ragioni teologiche profonde, ma che certe logiche e tradizioni culturali hanno una durata lunghissima.

Oggi di nuovo gli ebrei italiani avvertono un disagio, se non un’ostilità, da buona parte della società italiana, a causa della guerra a Gaza successiva al 7 ottobre 2023. Vedi più analogie o differenze con l’avversione che si respirò nel 1982 a seguito della invasione israeliana del Libano?

numerose, dal 7 ottobre 2023, le manifestazioni contro Israele con slogan antisemiti. E in aumento i casi di antisemitismo

Difficile improvvisare, ma alcune osservazioni si possono fare. Intanto evidenzierei le differenze strutturali. La prima riguarda le forme della comunicazione e della mediazione politica e culturale: non ci sono più i partiti organizzati come c’erano allora. Ruolo e peso dei media tradizionali sono molto ridimensionati a favore di altre piattaforme dove le funzioni di intermediazione, filtro, orientamento ed educazione non ci sono, o sono meno evidenti. Il PCI fece un intenso lavorio sui militanti dopo l’attentato del 9 ottobre 1982, per educare, per insegnare a distinguere tra ebrei e Israele, tra critica a Israele e retoriche antisemite. Oggi non ci sono più strutture capaci di fare un lavoro simile.

E la seconda differenza?

Riguarda la violenza: l’Italia dell’82 conosceva ancora la presenza di gruppi eversivi armati, alcuni dei quali agiscono violenza, sebbene con atti simbolici che colpiscono edifici vuoti, nel corso dell’82 (i COLP, [Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria, una formazione terroristica italiana attiva negli Anni Ottanta e Autonomia., n.d.r.]  a Milano, Autonomia Operaia a Roma). E poi ovviamente c’era il terrorismo palestinese che prima, durante e dopo compie vari attentati contro ebrei in Europa. Oggi quel contesto di violenza non c’è, le minacce terroristiche sono di altre matrici.

Più in generale, qual è il rapporto oggi tra le forze politiche italiane e il mondo ebraico?

il parlamento italiano

Questo è un altro dato, che il mondo ebraico tende a non vedere: dagli Anni Novanta, cioè dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica e in concomitanza con l’avvio del processo di pace in Medio Oriente., il sistema politico si riorienta rispetto a Israele. Le posizioni politiche formulate dalle rappresentanze parlamentari negli ultimi trent’anni, e anche nell’ultimissima fase, sono nel complesso più favorevoli a Israele di quanto non fossero quelle dei principali partiti italiani (DC, PCI e poi PSI) nel corso della storia repubblicana. L’82 rappresentò una svolta perché condusse segmenti del mondo ebraico italiano, ma anche componenti della cultura, dell’informazione e della politica della società maggioritaria a interrogarsi in modi nuovi sull’antisemitismo in Italia, la sua storia passata e il suo funzionamento nel presente. Oggi non vedo, magari perché non ancora riconoscibili, spunti o iniziative che da parti diverse portino a un ripensamento critico, che si interroghino per esempio sul rapporto tra le retoriche che hanno animato piazze e università e oltre due decenni di politiche della memoria. Mi sembra di scorgere piuttosto un ansioso e ossessivo riproporre vecchie risposte a interrogativi non meno datati. Il dibattito intorno al disegno di legge sull’antisemitismo mi pare si riduca a battaglie strumentali e di bandiera, in cui nessuno sembra davvero mettere in discussione la cornice complessiva, che è quella costruita proprio dai tardi anni Ottanta in Italia e in Europa, basata sull’intreccio tra pedagogia (leggi memoriali) e repressione (norme contro i razzismi).

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