Contrastare l’antisemitismo? Serve cultura, formazione, risorse
Milena Santerini, pedagogista e prima coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo, interviene sul dibattito circa una legge specifica
Milena, a che livello è arrivato l’allarme antisemitismo nella nostra società?

L’evoluzione del fenomeno mi sembra caratterizzata da due aspetti. Il primo è che esso procede secondo un andamento costante, ossia per picchi, ossia per crescita e successiva diminuzione. A determinare i picchi c’è stata solo la guerra a Gaza, che certamente ha avuto un effetto preponderante, ma ancora prima, negli anni precedenti, la pandemia, e ancora prima le due intifade. D’altra parte, oggi siamo a un livello mai raggiunto prima, molto più esteso, con un senso di ostilità diffuso che in questi due anni si è saldato anche con vecchi stereotipi antisemiti e che ha trovato giustificazione in alcuni casi anche sul piano politico. Da un lato, quindi, l’antisemitismo segue questo andamento oscillante, ma dall’altro i picchi sono molto più elevati: se prima del 2023 avevamo una media di 250 denunce all’anno, oggi esse appaiono triplicate.
Quali dovrebbero essere le misure più adeguate per contrastare l’antisemitismo, oggi?
Sicuramente occorre lavorare sulla formazione e sulla cultura. La priorità non è quindi quella di fissare nuove sanzioni penali, ma modificare la mentalità dei singoli e quella della società. Occorre approntare una reazione collettiva contro tutti gli stereotipi tradizionali contro gli ebrei. E soprattutto corre promuovere un lavoro educativo con i giovani, non soltanto nelle scuole.
C’è anche un allarme islamofobia in Italia?

Una nuova legge contro l’antisemitismo è necessaria?
Non ne sono sicura. Vorrei ricordare che in Italia e presente una strategia nazionale contro l’antisemitismo, elaborata dal coordinatore nazionale, che descrive in modo capillare tutte le azioni da intraprendere per contrastare l’odio contro gli ebrei. Rimango convinta che oggi le priorità siano quelle di rafforzare l’ufficio del coordinatore nazionale, innanzitutto dotandolo delle risorse necessarie per attuare la strategia nazionale. Occorre inoltre agire presso l’amministrazione pubblica: i ministeri, le scuole, gli enti locali. E promuovere il dialogo interreligioso. Queste sono le priorità di azione che servono per un’efficace contrasto all’antisemitismo.
Se il parlamento decidesse di votare una legge contro l’antisemitismo, che caratteristiche dovrebbe avere?

A mio avviso la legge dovrebbe rafforzare e consentire l’attuazione delle azioni descritte dalla strategia nazionale contro l’antisemitismo. Certamente non serve una legge punitiva, perché l’antisemitismo non si combatte attraverso il diritto penale, ma con una capillare operazione culturale e formativa. Puntare a un inasprimento delle pene, che peraltro già esistono, non sarebbe un modo né efficace né serio di combattere l’antisemitismo.
C’è un problema di risorse economiche per rendere efficace il contrasto ed i discorsi d’odio contro gli ebrei?
Certamente c’è anche questo aspetto. Come ho detto prima è necessario rafforzare innanzitutto l’organigramma del coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. Ma a me sembra che occorra, ancor primo, affrontare un altro aspetto.
Quale?
A volte è netta la sensazione, che io stessa ho sperimentato esercitando le funzioni di coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo, che a parole si dichiari di essere contro ogni forma d’odio, ma poi non si sia coerenti. In parlamento, ad esempio, è stato bocciato un emendamento a un testo volto a regolare l’intelligenza artificiale il quale avrebbe vietato di usarla per scrivere discorsi d’odio. In Europa tempo si possano ammorbidire i limiti alle piattaforme digitali, favorendo così l’ulteriore diffusione dei discorsi d’odio. Infine, per quel che riguarda le vicende italiane, si è mai vista una partita di calcio interrotta per sanzionare striscioni o cori antisemiti?
Tra pochi giorni si commemorerà il Giorno della memoria, che da anni pone una questione di fondo a istituzioni, storici, pedagogisti, educatori: come preservare la memoria dopo l’ultimo testimone: quale soluzione è possibile?

Io credo che occorra evitare sia l’eccesso di memoria che la mancanza di memoria. Mi spiego: innanzitutto va escluso che il commemorare ogni 27 gennaio la Shoah abbia avuto l’effetto di aumentare l’insofferenza verso gli ebrei e dunque l’antisemitismo. Al tempo stesso, se il Giorno della memoria viene vissuto dalle istituzioni e dalle scuole come un momento retorico, come un dovere burocratico, oppure se si continuano a proporre ai giovane narrazioni dal forte impatto emotivo, che puntano tutto sulla sofferenza della vittima, a volte in modo quasi morboso, oppure si fa della memoria della Shoah un terreno di lotta politica, ad esempio affermando che i viaggi della memoria sono organizzati e strumentalizzati dalla sinistra, allora è evidente che non avremmo saputo costruire una cultura della memoria adeguata.
Cosa proponi in alternativa a queste storture?
I giovani vanno stimolati e interessati. Ad esempio, bisognerebbe descrivere loro la macchina della distruzione, innanzitutto quella propagandistica. Come fu possibile, ad esempio, che in Italia di colpo milioni di persone accettarono senza protestare che una parte di loro venisse perseguitata e deportata verso i lager? Quale sistema propagandistico il regime fascista realizzò? Spiegare i meccanismi che hanno prodotto la Shoah è un modo non solo per comprendere storicamente quello che è accaduto, ma anche per evitare che gli stessi meccanismi possano in futuro ripresentarsi. Evidenziare come si costruisce la figura del nemico e la si disumanizza è un aspetto che ancora oggi ci può aiutare a comprendere come funziona la propaganda antisemita. Non bisogna dimenticare le sofferenze delle vittime, ma affiancare a tale ricordo la comprensione dell’organizzazione che rese quelle violenze possibili.
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