L’ebraismo italiano visto da Israele
Il rinnovo del consiglio Ucei, con la scelta di un nuovo presidente, è un momento importante per tutto l’ebraismo italiano, ma non solo. Gli ebrei della diaspora sono soprattutto oggi un interlocutore privilegiato per Israele. Abbiamo così chiesto a tre figure note, tre ebrei italiani che da tempo hanno deciso di vivere in Israele, come vedono l’ebraismo italiano a cui rimangono legati da una radice profonda.
Michael Ascoli è ingegnere e rabbino. Per alcuni anni è stato assistente del rabbino capo di Roma. Oggi vive ad Haifa con sua moglie, Paola Abbina.
Anche se ormai la tua vita è in Israele, avete mantenuto salde radici in Italia, dove torni regolarmente. Che impressione ti dà l’ebraismo italiano da Israele, oggi?

L’ebraismo italiano è vivace e dotato di maggiore consapevolezza ebraica che non in passato. Dall’altra parte, è fortemente condizionato dalla sua crisi demografica, che colpisce in modo particolare le piccole comunità, ma che non lascia indenni neanche le grandi. L’effimera consistenza numerica è tangibile e incide sulla stessa definizione identitaria degli ebrei in Italia, mettendo in seria difficoltà quella peculiarità dell’ebraismo italiano di cui pure siamo giustamente fieri. Non tutto il calo demografico è dovuto ad ebrei persi: ce ne sono anche tanti che hanno fatto la Alyà, o che si sono trasferiti altrove. Ciò comporta una maggiore consapevolezza di cosa sia l’ebraismo nel mondo, connette in maniera più forte che in passato con le altre comunità del mondo, ed ovviamente in modo speciale con quelle israeliane. Se si vuole preservare la peculiarità dell’ebraismo italiano, è urgente rafforzare in modo organizzato le strutture dell’ebraismo italiano in Italia come in Israele, rafforzare le sinergie. L’ebraismo italiano deve trovare la forza nella sua storia e tradizione. Può farlo solo guardando oltre i propri confini senza paura che la diversità ne minacci le fondamenta. Per fare questo, deve rimanere solido e accrescere lo studio della propria tradizione.
Dal 7 ottobre in poi, l’ebraismo italiano è comprensibilmente spaventato. Sono risultate evidenti le fratture con la società circostante e sembra che la necessità di combattere l’antisemitismo assorba tutte le energie dell’ebraismo italiano, lasciandolo incapace di sviluppare un sereno dibattito interno rispetto a ciò che succede in Israele.
E il continente? Come si guarda all’Europa, oggi, in Israele?
Israele ha tradizionalmente un atteggiamento supponente nei confronti della diaspora: ne vuole o perfino ne pretende l’appoggio, ma non ne vuole sentire la voce critica, non ne riconosce fino in fondo né la legittimità né l’importanza. E nemmeno dimostra comprensione per le esigenze e per il sentire dell’ebreo europeo. Talvolta gli organi governativi finiscono perfino per guardare ai guai della diaspora con soddisfazione, come a una risorsa che consentirà un aumento della Alyà. È un atteggiamento decisamente disdicevole, che per altro non tiene conto, o rifiuta di considerare, non solo le difficoltà di assorbimento degli olym (le percentuali di immigranti che poi tornano delusi al paese di origine sono sempre state molto elevate), ma anche il disagio che molti ebrei europei percepiscono rispetto a una visione oscurantista dell’ebraismo che è sempre più chiassosamente alla ribalta in Israele. Occorre anche dire che molti israeliani guardano increduli all’attaccamento eccessivo che gli ebrei europei dimostrano per le istituzioni internazionali, per la cultura e gli atteggiamenti occidentali, proprio quelli che hanno così fortemente tradito il popolo ebraico dopo il 7 ottobre.
Il 14 dicembre si terranno a Roma le lezioni per il rinnovo dell’Ucei. Hai qualche auspicio da formulare per la nuova consiliatura? Dei temi che secondo te il nuovo consiglio dovrà trattare, quale vedi con maggiore urgenza?
Priorità ai giovani, rafforzare l’identità ebraica dei ragazzi e sostenere quella delle famiglie lontane, senza forzatura. Lo studio dell’ebraismo e dei testi tradizionali ebraici va rafforzato. Nonostante l’antisemitismo dilagante, rimane forte l’interesse per l’ebraismo da parte di molte persone, domanda a cui gli esigui mezzi dell’ebraismo italiano non riescono a dare risposta adeguata. Vanno cercate sinergie laddove possibile. Il futuro dell’ebraismo italiano ha una sua componente importante nelle comunità italiane in Israele. Il legame fra ebrei italiani che vivono in Israele e quelli che vivono in Italia va rafforzato e istituzionalizzato, l’ebraismo italiano stesso va approfondito. Dobbiamo essere capaci di recepire stimoli esterni ed elaborarli all’interno della nostra tradizione. È, prima di tutto, una sfida culturale.
Angelica Calò Livne
Angelica Ester Calò Livne, ebrea romana, vive in Israele da molti anni, con suo marito Yehuda, i figli e i nipoti. Si è sempre dedicata all’arte e al teatro, coinvolgendo ragazzi ebrei, arabi, drusi. Tutto il suo percorso artistico è all’insegna del dialogo e della pace.
Anche se ormai la tua vita è in Israele, hai mantenuto salde radici in Italia, dove tornare regolarmente. Che impressione ti dà l’ebraismo italiano da Israele, oggi?
L’Ebraismo italiano sembra diviso, impaurito, catapultato 90 anni indietro nel tempo. L’Islam fondamentalista è uno spettro minaccioso, alimenta una propaganda menzognera che attanaglia, paralizza e sgomenta. La generazione dei nostri genitori sta scomparendo e coloro che, come me, sono cresciuti con storie di fughe, rifugi sui monti e nei casolari, affamati e perseguitatati, riescono solo ora a riprendersi, a organizzarsi, a preparare una difesa. L’odio antiebraico si percepisce in ogni angolo: nei mercati, nelle scuole, nei media. Noi abbiamo i missili e gli ebrei italiani sono bombardati ogni giorno da parole malvage, da accuse che sconvolgono l’animo. Siamo noi qui e voi lì, nello stesso vortice.

E il continente? Come si guarda all’Europa, oggi, in Israele?
In Israele c’è molta preoccupazione, molto stupore per l’antisemitismo divorante. Molti capiscono che le decisioni e le dichiarazioni del nostro Governo sono un danno pericoloso per gli ebrei israeliani e di tutto il mondo.
Il 14 dicembre si terranno a Roma le lezioni per il rinnovo dell’Ucei. Avete qualche auspicio da formulare per la nuova consiliatura? Dei temi che secondo voi il nuovo consiglio dovrà trattare, quale vedete con maggiore urgenza?
Il punto più importante è il dialogo tra tutti noi. L’unione. Mettere da parte l’ego, i diverbi, la gara a chi fa “di più” e agire insieme, con saggezza. Nel corso dei secoli sono sorti nemici che volevano annientarci ma il coraggio, la fede, la tradizione e la caparbia ci hanno aiutato a superare ogni male. Dobbiamo essere orgogliosi dei nostri valori e trasmetterli alla generazione che sta crescendo. Rimanere chi siamo, affrontare la tempesta turbinosa che ci sta travolgendo restando uniti, noi e voi. Fidandoci gli uni degli altri, sostenendoci, diffondendo insieme, religiosi, laici, falchi, colombe, destra e sinistra, in tutti i modi, in tutti i canali la nostra verità e il nostro amore per la vita. L’amore ebraico per la vita.
Sergio Della Pergola
Sergio Della Pergola è un demografo e statistico di fama internazionale, che anche di recente si è occupato dei numeri relativi all’ebraismo italiano. Attento osservatore del nostro Paese e di Israele, anche a lui abbiamo chiesto un parere sul prossimo rinnovo dell’Ucei.
Anche se ormai la tua vita è in Israele, hai mantenuto salde radici in Italia, dove tornate regolarmente. Che impressione ti dà l’ebraismo italiano da Israele, oggi?

L’ebraismo italiano è vivo oggi più che mai, con una grande quantità di attività culturali e sociali, ma anche con un senso di inquietudine quasi senza precedenti a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. La crisi in Israele – innanzitutto il crollo dell’apparato di sicurezza il 7 ottobre 2023, ma anche la crisi politica interna – è stata letteralmente esportata e l’ebraismo italiano la vive drammaticamente come propria. Alludo anche a certe divisioni interne che in parte scimmiottano i dibattiti in corso in Israele, senza però possedere la massa critica e il potere di determinazione politica che danno ben altro senso ai conflitti di opinione in Israele. L’antisemitismo, in particolare nelle sue forme narrative mediatiche e accademiche, ha raggiunto in Italia livelli documentabili senza precedenti, e questo causa in molti ebrei italiani un alto livello di allarme e disagio.
E il continente? Come si guarda all’Europa, oggi, in Israele?
In realtà i problemi dell’ebraismo italiano sono condivisi da tutte le comunità del continente, con variazioni locali, ma con caratteristiche simili. Molti in Israele sostengono la semplicistica opinione che la soluzione sarebbe quella di emigrare in massa in Israele. È vero che molti ebrei in Europa oggi vorrebbero emigrare, ma non sanno bene dove. Si sentono come in gabbia. Purtroppo Israele, sotto l’attuale gestione politica settaria e dottrinaria, ha perso molta della forza di attrazione e perfino del suo fascino di centro ispiratore che ha portato tanti a questa scelta, al di là delle considerazioni di carattere puramente economico. L’impatto negativo della guerra non è ancora risolto. La aliyah dai paesi dell’Europa occidentale ondeggia oggi fra i minimi storici e valori medi. Non si vede certo l’ondata preconizzata da molti. Manca soprattutto a livello governativo la capacità di aprire un vero dialogo bilaterale e paritario con le comunità europee.
Il 14 dicembre si terranno a Roma le lezioni per il rinnovo dell’Ucei. Hai qualche auspicio da formulare per la nuova consiliatura? Dei temi che secondo te il nuovo consiglio dovrà trattare, quale vedete con maggiore urgenza?
Il Consiglio UCEI uscente ha svolto un ottimo lavoro di rappresentanza e di mediazione in condizioni molto difficili. Ma l’ondata di odio anti-israeliano, e oramai inequivocabilmente anti-ebraico, ha superato i consueti livelli di guardia. Credo che la prima priorità sia quella di ristabilire la piena legittimità della presenza ebraica in Italia di fronte ai detrattori, senza temere un confronto più deciso con il sistema politico locale che va inchiodato alle sue responsabilità. A più lungo termine è inevitabile guardare con realismo alle alternative. È essenziale esigere dalla parte israeliana un dialogo alla pari con gli ebrei della diaspora, senza vergognarsi di criticare il governo di Israele laddove questo compia azioni o affermi principi incompatibili con gli interessi dell’ebraismo italiano.
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