Noi accademici israeliani contro la guerra e contro il boicottaggio

Claudia Rosenzweig descrive la situazione che il mondo accademico israeliano vive, stretta tra l’opposizione al governo e il boicottaggio degli atenei europei

Professoressa Rosenzweig, da circa 20 giorni Israele vive una tregua incerta e fragile dopo due anni di guerra a Gaza. Come vive secondo lei il paese questo momento?

Vorrei dire innanzitutto che la mia opinione personale è che la guerra a Gaza e tutto ciò che ne è derivato è la conseguenza delle politiche del governo Netanyahu.

Cosa intende?

Claudia Rosenzweig

Che il governo oggi in carica in Israele si caratterizza per essere un esecutivo radicale, di estrema destra, che ha trascinato lo Stato ebraico, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, in una guerra multipla e lunghissima, senza nessun piano su cosa fare di Gaza – a parte occuparla completamente –. A mio parere questi due anni di guerra sono il risultato della stessa politica che, nel 2022, si voleva realizzare con la riforma della giustizia, ossia esautorare gli altri poteri dello Stato, innanzitutto quello giudiziario, aumentare il controllo sui media, trasformare il corpo della polizia in un ente direttamente al servizio del ministro degli interni (Ben Gvir). Il governo Netanyahu è un governo che persegue un modello autocratico, in cui l’unico obiettivo non è curare l’interesse pubblico, ma accentrare il potere. In questo programma, di progressivo attacco alle regole democratiche, iniziatosi ben prima del 7 ottobre 2023, si è inserita la guerra a Gaza. Intendo dire che tutto quello che sta succedendo, sia a Gaza, sia nei territori occupati, sia dentro al paese, deriva dallo stesso disegno.

Adesso sembra però che ci sia la possibilità di una soluzione.

Oggi fortunatamente non viviamo più l’angoscia di questi due anni, perché a Gaza non muoiono più centinaia di persone ogni giorno. Resta però il problema di un governo come quello che ho descritto, che si sta preparando alle prossime elezioni. L’atmosfera politica è violenta, perché in realtà ci troviamo già in una campagna elettorale che porterà al voto un paese profondamente diviso.

Oggi ricorrono i trent’anni dall’assassinio di Yitzhak Rabin, un altro elemento che mi sembra divida anziché unisca unire il paese Israele.

l’università di Bar Ilan

È davvero difficile provare a rispondere a quale sia stata l’eredità dell’assassinio di Yitzhak Rabin. Certo l’uomo è stato un personaggio politico molto complesso, cui va tuttavia riconosciuto il passo coraggioso compiuto con gli accordi di Oslo. Detto questo, la sua morte si deve senz’altro all’opposizione che una parte della società e della politica israeliana hanno espresso in modo radicale e velenoso contro gli accordi di Oslo. Il fatto che oggi a guidare il paese siano gli eredi di quella stagione di odio e in alcuni casi gli stessi protagonisti di quella stagione dimostra che quell’assassinio in realtà non è stato di alcun monito al paese, che non vi è stata una vera e propria riflessione.

Lei insegna Yiddish antico all’università di Bar Ilan. Le sarà noto che in Italia, e non solo, si è diffuso un forte movimento nelle università per il boicottaggio degli atenei israeliani. Qual è il suo giudizio a riguardo?

Da israeliana, ritengo che il boicottaggio e l’odio contro Israele sono un fenomeno che purtroppo il governo israeliano con i suoi comportamenti ha fatto di tutto per alimentare. Quanto a noi accademici, da circa due anni abbiamo prodotto appelli, dichiarazioni, azioni che hanno fermamente condannato prima la riforma della giustizia e poi la guerra a Gaza, in cui abbiamo espresso tutta la nostra contrarietà e opposizione al governo Netanyahu e alle sue politiche. Il boicottaggio universitario ci colpisce in un periodo in cui anche il governo ci attacca ripetutamente e taglia significative risorse economiche in origine destinate all’istruzione superiore. Israele sta precipitando in un fondo dal quale, posto che ce ne sarà la possibilità, ci vorrà molto lavoro per risalire. Questo è vero in tutti i campi, dall’amministrazione dello Stato alla sanità. Il risultato – per quanto riguarda gli accademici – è che ci si trova tra l’incudine e il martello.

Sono assolutamente contraria ad ogni forma di boicottaggio delle Università. Si dice che il boicottaggio serva a colpire il governo israeliano. E forse è solo questo che importa, anche se ci sono i palestinesi di cittadinanza israeliana che ne pagano il prezzo insieme a tutti gli altri cittadini.

manifestazione ProPal a La Sapienza

Perché?

Tutte le università israeliane hanno un’alta percentuale di popolazione palestinese che le frequenta e tanti sono i progetti congiunti con diverse università nel mondo. Il boicottaggio, dal mio punto di vista, forse può dare sollievo e soddisfazione a chi lo promuove e mette in atto, ma certo non colpisce in nessun modo il governo, al quale da anni dell’istruzione superiore – e dell’istruzione in generale – non importa nulla. Importa solo quello che aiuta la coalizione a sopravvivere. Noi veniamo rimproverati per non aver fatto abbastanza, ma rispondo: che altro avremmo dovuto fare oltre che scrivere lettere, appelli, condannare, denunciare, fare scioperi? Dovremmo fare forse come Ilan Pappé, che certo non è uno storico, piuttosto uno scrittore di romanzi, che ha lasciato Israele, e ora lancia le sue accuse dall’estero? C’è qualcosa di molto astratto nel boicottaggio accademico, che non tiene conto della realtà complessa della vita in Israele, che non tiene conto delle persone, e che sicuramente, come ho già detto – ma ci tengo a sottolineare – non ha nessun impatto sulla politica del governo, il quale da un lato sembra divertito dal fatto che gli accademici vengono ‘puniti’ dai colleghi stranieri – ce lo meritiamo! –, e dall’altro usano il boicottaggio per la loro nefanda retorica per cui gli israeliani sono vittime di un antisemitismo universale, totale.

Ha seguito l’episodio avvenuto all’università di Venezia la scorsa settimana, con l’aggressione a Emanuele Fiano, cui è stato impedito di parlare?

La contestazione subita da Emanuele Fiano all’università di Venezia

Non ho seguito i dettagli dell’episodio perché ero in Israele. Posso solo dire che conosco da molto tempo Emanuele Fiano cui va tutta la mia solidarietà. In generale, mi sembra che anche questo episodio si inserisca in quel clima di pregiudizio e di odio che le dicevo prima, che ha qualcosa di astratto e che impedisce di ascoltare, di imparare, che non vede gli esseri umani. E mi fa molto male che a farne le spese sia, nel particolare, proprio il figlio di un sopravvissuto alla Shoà. Vorrei infine aggiungere una breve considerazione.

Prego.

Per gli ebrei israeliani è molto importante avere la comprensione e il sostegno delle comunità della diaspora. Coloro che difendono questo governo, sappiano che sostengono chi vuole instaurare un regime non democratico, e che tanti ebrei israeliani ne soffriranno, così come i palestinesi. L’ebraismo tutto è in crisi, e lo sarà ancora di più quando capiremo cosa è accaduto a Gaza. Bisognerà rifletterci a fondo. E non sarà facile.

Leggi l’intero numero: Riflessi numero 7 novembre 2025

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