La Nostra Aetate compie sessant’anni

La dichiarazione voluta da Papa Giovanni XIII e approvata sotto Paolo VI indica la strada per la ripresa del dialogo ebraico-cristiano. Come spiega a Riflessi Giovanni Maria Vian 

Professor Vian, il 28 ottobre 1965 il concilio Vaticano II approvava la dichiarazione Nostra Aetate. Perché quel testo è ancora oggi così innovativo?

Giovanni Maria Vian, storico e giornalista, ha diretto l’Osservatore romano dal 2007 al 2018

Perché il documento è nato dall’esigenza di voltare pagina nel millenario rapporto dei cristiani, e in particolare dei cattolici, con gli ebrei: un’esigenza attuale. Per quasi venti secoli nel mondo cristiano vi è stato un sentimento antigiudaico, anche se non sono mai mancate nel cristianesimo importanti e tenaci correnti filosemite. La necessità di superare gli antichi pregiudizi e l’ostilità venne ovviamente accelerata dalla Shoah. Un primo passo positivo in questo senso fu l’incontro internazionale che si tenne nel 1947 a Seelisberg, in Svizzera, tra esponenti delle chiese cristiane e dell’ebraismo. Uno dei protagonisti fu lo storico francese Jules Isaac, pioniere del dialogo tra ebrei e cristiani. Due anni più tardi Isaac venne ricevuto da Pio XII, ma senza risultati. Molto diverso fu invece nel 1960 l’incontro con Giovanni XXIII.

Perché?

Papa Roncalli capì l’urgenza di superare almeno da parte cattolica l’antisemitismo. Questo, soprattutto a partire dalla fine del XIX secolo, aveva assunto forme nuove, razziste, fino alla sistematica persecuzione nazionalsocialista che ha causato la Shoah. Giovanni XXIII indirizzò Isaac da Augustin Bea, gesuita tedesco specialista della Bibbia ebraica che era stato confessore di papa Pacelli. Roncalli lo aveva fatto cardinale e nominato presidente di un piccolo organismo nuovo e rivoluzionario: il Segretariato per l’unione dei cristiani. Riconoscendo il legame specialissimo tra ebrei e cristiani, Giovanni XXIII, che aveva una sensibilità particolare per l’ebraismo, incaricò Bea di preparare lo schema per un documento del concilio sugli ebrei. Ma, iniziato il Vaticano II, il progetto non andò avanti, per la decisa opposizione dei patriarchi cattolici orientali e l’ostilità dei paesi arabi.

Come mai tali opposizioni?

Jules Isaac (1877-1963), ebreo, storico, ha avuto la famiglia sterminata ad Auschwitz

Le ragioni erano soprattutto di ordine storico e politico. La preoccupazione delle chiese cattoliche orientali è stata sempre quella di tutelare le minoranze cristiane nei paesi arabi e il rapporto fra i cristiani dei diversi riti orientali e gli ebrei è sempre stato complesso. Nel cristianesimo c’è una lunga tradizione antigiudaica sin dai primi secoli a causa di un rapporto fortemente competitivo sfociato in antagonismo e persecuzioni. Ma per decenni è una competizione tutta interna all’ebraismo: il cristianesimo nasce dall’ebraismo e fino alla metà del II secolo l’unica Scrittura dei cristiani è la Bibbia ebraica, che gli ebrei avevano tradotto in greco da tre o quattro secoli. La radice comune è chiarissima nell’ebreo Saulo di Tarso, l’apostolo Paolo: la chiama “santa”, e nell’anno 57 riassume questo legame e il “mistero” di Israele in tre densissimi capitoli della sua Lettera ai Romani, il nono, il decimo e l’undicesimo. Un testo breve che pochi cristiani e pochissimi ebrei conoscono davvero, ma che è sorprendente e colmo di passione.

Dunque, dicevamo, il cardinale Bea ha l’incarico di redigere un testo che superi il pregiudizio antigiudaico del mondo cristiano.

Proprio così. Bea e i suoi collaboratori si rendono però conto che un documento dedicato solo ai rapporti fra mondo cristiano ed ebraismo non sarà approvato, e allora si fa strada la soluzione di allargarlo alle altre religioni non cristiane. Ma la dichiarazione Nostra Aetate è soprattutto il tentativo di sanare lo scisma originario: quello interno all’ebraismo tra cristiani ed ebrei. Alla fine dell’età antica Girolamo, il santo patrono dei traduttori, traduce la Bibbia dall’ebraico senza passare dal greco, e soprattutto da allora si sviluppa un interesse per l’ebraismo, nuovo e intermittente, da parte di non pochi biblisti e teologi cristiani. Gli stessi dogmi del cristianesimo non sono estranei all’ebraismo, come un’antica tradizione e studi contemporanei, anche da parte ebraica, stanno mostrando.

il Concilio Vaticano II, evento che segnò l’avvio del dialogo interreligioso

Com’è strutturata la dichiarazione Nostra Aetate?

Il documento, breve e calibratissimo, è in cinque punti, caratterizzati tutti da toni aperti e positivi. Dopo l’introduzione, si accenna alle religioni non cristiane, in particolare all’induismo e al buddismo. Sono poi descritti più diffusamente i rapporti con i musulmani. Il numero 4, quello più lungo e centrale, tratta la speciale relazione con l’ebraismo. Qui le affermazioni fondamentali sono due: la prima ripudia l’accusa di deicidio, imputata per secoli agli ebrei, la seconda condanna “tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque”. Il termine “deicidio” però non compare e si preferisce usare il verbo “deplora”, ma per assicurare il consenso più largo possibile al documento, che infatti viene approvato a larghissima maggioranza: 2.221 voti a favore e 88 contrari. Poi l’ultimo punto condanna, “come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione o persecuzione”. La svolta è davvero storica.

Lei prima accennava alla sensibilità di Papa Roncalli, Giovanni XXIII. Mi piacerebbe conoscere la sua opinione sui suoi successori al riguardo.

Isaac con Giovanni XXIII

Paolo VI non aveva l’indole del suo predecessore, ma porta avanti la stessa linea ed è decisivo nel far approvare a larghissima maggioranza Nostra Aetate. Da decenni Montini era amico di Jacques Maritain, figura chiave nei rapporti tra ebrei e cristiani. Paolo VI nel 1964 è stato il primo papa a visitare la Terra santa e, incontrando a Gerusalemme il presidente israeliano Zalman Shazar, se non pronuncia il nome di Israele per salvaguardare i rapporti con gli Stati arabi, dichiara la sua emozione di essere nella “terra dove un tempo hanno vissuto i patriarchi, nostri padri nella fede”, là dove “è risuonata per secoli la voce dei profeti che hanno parlato nel nome del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Quando il Papa si congeda da Israele, e difende la memoria di Pio XII, manda il cardinale decano Eugène Tisserant, che sarà riconosciuto “giusto tra le nazioni”, a Yad Vashem, dove accende sei candele per onorare i sei milioni di ebrei uccisi durante la Shoah.

A Papa Montini, dopo il brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I, succederà il lungo pontificato di Giovanni Paolo II.

Per la sua origine e la sua storia Wojtyła ha un ruolo fondamentale nello sviluppo dei rapporti con gli ebrei: è il primo papa a visitare nel 1986 il Tempio maggiore di Roma, poi nel 1993 vengono finalmente stabiliti i rapporti diplomatici tra lo stato d’Israele e la Santa sede. Altrettanto fondamentale, o ancor di più, è il contributo di Ratzinger.

Può indicarci qualche elemento nel pensiero di Benedetto XVI?

Benedetto XVI

Nostra Aetate ha aperto la strada a testi molto importanti promossi da Ratzinger. Nella sua breve autobiografia pubblicata nel 1997 racconta di aver compreso da giovane studente il valore proprio delle Scritture ebraiche e scrive che il Nuovo Testamento “non è il libro di un’altra religione”. Questa autonoma importanza dei testi sacri ebraici è stata sviluppata dal cardinale Ratzinger come responsabile dell’organismo dottrinale della Santa sede. Due testi testimoniano questa attenzione: nel 1993 quello sull’interpretazione della Bibbia nella chiesa e nel 2001 uno molto più lungo sul “popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana”. Importante in questo senso è anche la sua trilogia su Gesù di Nazaret, scritta quasi tutta quando era papa. Dopo la rinuncia al pontificato Benedetto XVI ha continuato a lavorare sul tema, e nel suo libro postumo Che cos’è il cristianesimo ci sono scritti inediti sull’ebraismo e sul suo valore permanente, con una comprensione teologica anche della terra di Israele: una posizione nuova, se si guarda al passato.

Arriviamo così agli ultimi anni, segnati dal pontificato di Papa Bergoglio e ora di Papa Prévost.

Bergoglio proveniva dall’altra parte del mondo, l’Argentina, dove, nonostante la presenza di una folta comunità ebraica, la sensibilità verso l’ebraismo e la sua cultura è molto diversa da quella europea. Papa Francesco, gesuita conservatore, non aveva la stessa visione dei suoi predecessori europei, come dimostra la sua visita ad Auschwitz, quando paragonando la Shoah ad altri genocidi della storia ne nega di fatto l’unicità, come ha osservato Lucetta Scaraffia. I rapporti con il mondo ebraico progressivamente si raffreddano, sino a momenti di frizione espliciti, come avviene per l’uso ripetuto dell’aggettivo “farisaico” da parte del pontefice, che deriva da stereotipi antigiudaici. E la guerra di Gaza ha allargato la distanza.

Papa Francesco con il segretario di Stato, Parolin

Da quasi sei mesi c’è un pontefice statunitense, Leone XIV. Si può sperare in una ripresa del dialogo ebraico-cristiano?

Se Papa Bergoglio ha portato in Vaticano la sua storia e la sua cultura, com’è del resto ovvio, lo stesso vale per Prévost. Per esempio, in più occasioni Bergoglio si è dimostrato e dichiarato antiamericano. Leone XIV, che ha vissuto molti anni in Perù ed è dunque un papa “panamericano”, resta originario di Chicago. In generale Prévost appare più abile e cauto nella comunicazione e più attento ai rapporti con l’ebraismo. Così è riuscito a non farsi coinvolgere nel mostruoso gioco mediatico sulla definizione della tragica guerra di Gaza come genocidio. Ora, nel ricordare Nostra Aetate, ha ribadito la novità del testo e la cruciale importanza del rapporto tra cristiani ed ebrei. Nel suo primo viaggio arriverà anche in Libano e certo tornerà sulla situazione del Vicino oriente.

Posso chiederle un giudizio sulla guerra a Gaza?

Papa Leone XIV

È stato l’argomento più dibattuto e divisivo degli ultimi due anni, nonostante la presenza nel mondo di altre atroci guerre. Gli aspetti militari, politici e i retroscena del conflitto sono molto intricati, ma un dato è evidente: Israele, che ha vinto sul piano militare, ha perso la battaglia mediatica. Il contesto del Medio Oriente evolve rapidamente e in Israele l’opposizione al governo e il dibattito politico sono accesi e liberi, ma sono pericolose e inaccettabili le derive estremiste di alcune forze politiche. Altrettanto innegabile è la responsabilità principale e iniziale di Hamas: con la strage del 7 ottobre, la cattura e l’uso degli ostaggi, l’indifferenza nei confronti della popolazione civile palestinese. E sono agghiaccianti le dichiarazioni di esponenti di Hamas che senza mezzi termini di fatto auspicavano il maggior numero di morti palestinesi per vincere nell’opinione pubblica occidentale.

Per concludere, vorrei chiederle la sua impressione su come oggi gli italiani guardino in particolare all’ebraismo e ai loro connazionali ebrei.

rav Toaff accoglie Giovanni Paolo II nel 1986

La guerra e gli orrori hanno risvegliato un forte antisemitismo, con pregiudizi, diffidenze e ostilità nei confronti degli ebrei in quanto tali. È spaventoso. Spero che con il tempo si superi questa situazione angosciosa. I testi sacri ebraici e cristiani, su tutti la Lettera ai Romani di Paolo, aiutano a comprendere come ebraismo e cristianesimo siano strettamente legati. Ma da parte cristiana sono stati fatti molti passi indietro anche nella lettura dei libri dell’Antico Testamento. In particolare, in questi due anni ci sono state affermazioni, persino di cardinali, vescovi e di teologi, o ritenuti tali, che non permettono di essere troppo ottimisti: alcune mi hanno fatto rabbrividire per i luoghi comuni, gli stereotipi e l’ignoranza. Ma in generale anche nel mondo ebraico ci sarebbe bisogno di superare una complessiva indifferenza nei confronti dei rapporti con i cristiani, che risalgono alle origini di una storia che resta comune. È necessario conoscersi di più. Guardando appunto alla storia, anche a quella antica. Dove spicca l’importanza dell’universalismo dei profeti e poi di un fenomeno aperto come il giudaismo ellenistico. Senza l’ebraismo di cultura greca non ci sarebbe stato il cristianesimo come si è costituito, e allo stesso modo senza lo sviluppo del cristianesimo la Bibbia ebraica non si sarebbe diffusa così tanto nel mondo.

Leggi l’intero numero: Riflessi numero 7 novembre 2025

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