Israele, primavera 2025

Gloria Arbib testimonia lo stato d’animo del paese (e di chi proviene dalla diaspora) mentre appare ancora lontana la soluzione del conflitto a Gaza

Oggi in Israele è Yom Ha shoah (nell’immagine: cerimonia a Yad Va Shem)

Ultima mattina a Tel Aviv, mi sveglia un lungo suono di sirena, in casa regna ancora il silenzio ma sembra proprio essere un allarme. Vado in camera di mio fratello, chiedo conferma, anche lui è sveglio, mi dice “sì è un allarme” ma non si muove dal letto, così anch’io torno nel mio. Forse è per abitudine, chissà, o è fatalismo, magari per lui è fede in Hashem. L’allarme mi è sembrato lungo alcuni minuti ma chissà, potrebbe essere durato soltanto una manciata di secondi. In dieci giorni di permanenza non è il solo allarme in cui sono incappata. Qualche giorno fa ero nel centro di Neve Tzedek, a pochi passi da un rifugio, è suonata la sirena, ho visto mamme correre, in braccio i bambini spaventati, urlando parole che non ho saputo decifrare.

È festa, il tempo è bello, persone passeggiano lungo la Tayelet (passeggiata) sul mare, sulla pista ciclabile del nuovo parco Ha Mesila che corre lungo i vecchi binari del treno inglese che una volta portava da Yafo a Gerusalemme passano giovani e bambini in bicicletta, sembrano famiglie felici in vacanza. Almeno fino al prossimo suono dell’allarme. Tutti confidano nello scudo antimissile che però non sempre salva dalle schegge che deflagrano da tutte le parti. I più impauriti sono i bambini. Un’amica, da sempre impegnata per il dialogo e la pace con i Palestinesi mi dice che sua nipote, sette anni, le ha chiesto se fosse mai stata rapita. Gli adulti provano a difendere i bambini dalle cattive notizie ma l’atmosfera di angoscia, depressione, la percezione di avere perso qualcosa si legge in faccia a persone che conosci da tanti anni e sai da che parte si sono sempre schierate nel riconoscere i diritti dei Palestinesi.

Omri Miran è uno dei 59 ostaggi ancora prigionieri di Hamas a Gaza

Se devo descrivere il sentimento diffuso in una parte dei miei cari amici e parenti che sono venuta a trovare per la prima volta dopo il 7 ottobre, direi che ho trovato persone depresse, stanche, sfiduciate, disincantate. Se parli del futuro non vedono all’orizzonte niente di positivo, tutti sono concentrati sul danno enorme che il governo Netanyahu, con i suoi ministri di estrema destra, sta facendo al paese. Un governo corrotto, interessato solo a rafforzare il potere personale, che persegue la strada dell’autoritarismo prendendo a modello l’Ungheria di Orban o la follia egotica di Trump. Non viene prospettata nessuna visione futura rispetto all’evoluzione della società israeliana in cui i religiosi, che non lavorano e di fatto sono sovvenzionati dallo Stato crescono in numeri percentuali alla stessa velocità degli arabi palestinesi, nessuna riflessione sul fatto che oltre ottantamila israeliani produttivi in questo ultimo anno, hanno abbandonato lo Stato per emigrare in luoghi in cui il futuro appare un’ipotesi più praticabile. Tutto sembra lasciato al caso, solo la ferocia e gli interessi di potere guidano le azioni di questo governo. Controllare Gaza con quasi due milioni di Palestinesi arrabbiati da aggiungere a quelli della Cisgiordania mi sembra un piano folle. Anche il nuovo capo dell’esercito, appena nominato, ha lamentato la mancanza di soldati attivi; gli uomini adulti che prestano servizio di miluim (riserva dell’esercito per gli uomini dopo il tempo della leva obbligatoria di tre anni, della durata di un mese l’anno fino ai 40/45 anni) nella guerra a Gaza hanno combattuto per molti mesi, lasciando non solo le famiglie ma lavori, professioni, dipendenti, per non parlare poi delle mogli, che non fanno parte della riserva dell’esercito, che magari hanno perduto il lavoro, cui tocca  da sole la cura dei figli. Della crisi economica non si parla perché non ci sono energie per sopportare altre angosce, ma certamente l’assenza dovuta alla guerra di molti uomini attivi nel mercato del lavoro ha compromesso la tradizionale efficienza dell’economia di Israele.

Omri prima della cattura. Si ritiene che siano almeno 23 gli ostaggi ancora in vita.

I miei amici e parenti sono tutte persone che da giovani, se non addirittura giovanissimi, hanno creduto e contribuito al sogno sionista. Si sono trasferiti, mio fratello con un sentimento religioso di fratellanza e di identità con Erez Israel, altri in qualità di militanti della Hashomer Hatzair nel Kibbutz Sasa proprio di fronte al Libano da dove si scorge agevolmente il Monte Hermon in Siria, un confine certo non più tranquillo di quello al sud con Gaza. Il Kibbutz è stato evacuato per oltre un anno, a causa dei missili degli Hezbollah di cui si sentiva arrivare prima il colpo e dopo, solo dopo, l’allarme, tanto era vicina la stazione di lancio. Una vita sull’orlo di una crisi di nervi, eppure qui la popolazione sembra accettare questo destino difficile e un po’ crudele. I pacifisti sono coloro che sono stati più colpiti. Difficile oggi parlare di dialogo, la diffidenza ha preso il sopravvento. Nessuno dimentica che nei Kibbutzim del sud, colpiti il 7 ottobre, la popolazione era pacifista attiva, dava lavoro ai Palestinesi di Gaza, li aiutava a superare le difficoltà incontrate nei check point e si faceva carico di accompagnarli negli ospedali di Israele quando alcune particolari cure erano necessarie.

Il dialogo è morto, o forse sospeso. Molti dicono è necessario aspettare una nuova generazione, siamo tornati indietro di cinquant’anni, ai tempi prima di Rabin, quella sembra un’epoca da sogno, quasi un’utopia.

il Kibbutz Sasa, al confine col Libano

Il figlio di una cara amica di Sasa, ufficiale dell’esercito, quasi quaranta anni di età, il giorno dopo il 7 ottobre era a Gaza: il suo racconto è drammatico, persino assurdo, se si pensa che si tratta di uno degli eserciti ritenuto tra i più forti al mondo. Mancavano le autoblinde, i giubbetti antiproiettili – mi dice- i soldati sotto il suo comando all’inizio hanno usato le proprie automobili private per spostarsi da una parte all’altra ma l’aspetto più grave era che i soldati erano divisi in due fazioni e litigavano tra loro, incolpandosi vicendevolmente per la situazione, allo stesso modo in cui il paese nelle piazze manifesta da oltre due anni. Prima contro la riforma giudiziaria, poi per la liberazione degli ostaggi come primo obiettivo della guerra a Gaza.

la guerra a Gaza continua dopo una breve tregua a inizio anno

Questo giovane ufficiale, responsabile di un battaglione, ha dovuto ricordare ai suoi soldati che in quel preciso momento, nel campo di battaglia, non c’era spazio per litigi, rancori e divisioni, che si doveva essere tutti uniti, che il loro compito a Gaza era innanzitutto cercare di difendere il territorio di Israele dalle infiltrazioni dei terroristi e, ove possibile, individuare i nascondigli in cui erano stati messi gli ostaggi rapiti.

Ascoltando il suo racconto ho percepito che il dolore provocato dall’attacco del 7/10 continua con il comportamento irresponsabile di questo attuale governo, i miei amici i miei parenti, sono infatti tutti d’accordo, nel dire che questo governo rischia di far implodere Israele dal suo interno. Quale peggiore incubo potevamo immaginare.

 

8 risposte

  1. Tutte queste analisi politiche e sociali sono molto utili, io credo che i problemi politici sono l’effetto, e non la causa di una pressione psicologica e militare, materiale economica che va avanti da anni.
    Sarà banalizzare, ma “i capponi di Renzo nei promessi sposi docent”

  2. Toccante profondamente. Il racconto dell’ufficiale che “mette pace” fra i suoi soldati lascia sconvolti. Che angoscia.

  3. Grazie, Gloria. Un articolo bellissimo e molto utile per potersi fare almeno un’idea di una realtà di vita quotidiana che, per chi non vive in Israele, è difficile da immaginare.

  4. Brava Gloria. Non sono ebrea e neppure filopalestinese scatenata. So solo che soffro per quello che sta succedendo in Israele e capisco chi si sente lacerato. Purtroppo sono pessimista sul futuro che attende gli israeliani e sono molto arrabbiata per quello che stanno subendo i palestinesi. Come si esce da questo tunnel?

  5. Grazie Gloria, l’incertezza è terribile, eppure proprio da gaza: forse, molto forse, arriva un segno: finalmente dopo tanti anni, dopo il 7ottobre, c’è chi si è stancato del terrorismo, di fare da scudi umani, di scavare cunicoli, di vivere nella miseria per pochi dannati ricchi leader, di finalmente uscire dal loro tunnel orribilmente disumano. Forza israeliani, non siete soli!

  6. Grazie Gloria, leggo solo ora e capisco meglio la lacerante angoscia degli israeliani, che tu ci fai toccare con mano.

  7. Grazie Gloria, mi hai fatto riflettere, (riflessi), e avvicinarmi a comprendere il profondo sentire di tanti israeliani che vivono se stessi in questa lacerazione che sembra buia, spero, non fino alla prossima generazione, che questo tunnel scavi nelle menti e possa aprirsi a una condivisione anche tra gli “avversari” di oggi, e che il popolo israeliano scelga alle prossime elezioni di mandare a casa la compagine che ora “regna” senza pensare una strategia…grazie Glo. Danifi

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