Tre ordini di lacrime
Nel tempo che da Rosh ha Shanà porta a Kippur cosa ci insegnano i maestri sul nostro lutto e quello dei nostri nemici?


Nella derashà del primo giorno di Rosh ha-shanà il rabbino capo di Roma ha ricordato che la mitzwà del giorno, detto yom teru‘à o giorno del suono, è l’ascolto dello shofar, e che il suono dello shofar, tra i molti significati che i maestri indicano e spiegano, ha anche quello di sembrare un pianto. Il targum Onqelos traduce teru‘à con yevavà, pianto o gemito. E in effetti le diverse modalità di suonare, cioè di insufflare lo shofar, possono ricordare diversi tipi di pianto: quello forte e prolungato, ma anche quello sommesso a singhiozzo. Ora, in questi terribili giorni di guerra abbiamo tutti, almeno spiritualmente, emesso gemiti: di rabbia e di frustrazione, di dolore e di angoscia per quel che succede all’am Israel nello stato di Israele attaccato dai suoi nemici su tutti i fronti. Chiamerei naturale e doveroso questo primo ordine di lacrime: oltre le vittime del 7 ottobre, quanti giovani soldati di Tzahal hanno già dato la vita per la difesa di Israele, in ossequio all’amore per la terra di Israele e per la gente che la abita? Questi soldati sono eroi nel senso più naturale, nobile del termine. Piangerli e onorarli, ascoltando lo shofar, è inserirli nella lunga storia di dolore di Israele e sperare che la loro morte sia per la vita di Israele, la vita piena e non solo per la sopravvivenza. Il primo pianto è per i nostri morti, e fa eco al gemito di Sara quando vide tornare dal Morià il solo Avraham, senza Isacco, e capì, e ne morì. È il pianto di cui parla il profeta Yermyahu, il lamento amaro di Rachel che “piange i suoi figli ma non vuole essere consolata…” (cfr. Geremia 31,15). Chi avrà la chutzpà di proferire consolazioni meramente retoriche?

Ma esiste un secondo ordine di gemiti, che il nostro rav rashì ha ricordato, perché è fissato dalla tradizione talmudica (in Bavli, Rosh ha-shanà 33b): la parola gemito, yevavà, è la stessa che la Torà usa per la madre di Siserà, il quale era uscito in guerra contro le tribù di Israele al tempo della profetessa e giudice Debora e che venne ucciso da Ya’el. Leggiamo in Shoftim 5,28 che la madre di Siserà aspettava alla finestra di vedere il figlio tornare, ma gemeva (almeno, questa è una possibile traduzione di un verbo ebraico incerto) perché non lo vedeva. Ora, di tutte le potenziali esemplificazioni, perché citare il pianto della madre del capo dei nostri nemici? È come se il Talmud citasse, oggi, la madre di Nasrallah o di Haniyeh! Mettersi nei panni del dolore altrui, e segnatamente quello di una madre, qui senza nome, ossia di ogni madre orbata di figli in guerra… saper riconoscere anche il pianto di chi ci odia, è la lezione morale che viene dai maestri. L’etica ebraica non si compiace della morte del nemico, che siano i primogeniti (innocenti) degli egiziani (colpevoli) o un nemico dichiarato come Siserà, giustiziato con coraggio da Ya’el. L’ordine naturale della guerra non sopprime l’ordine culturale (e universale) di una moralità nella quale il dolore è tale in quanto umano. È dolore senza aggettivi e senza bandiere. D’altro canto, è vero anche che l’ordine etico non annulla le differenze storiche e le ragioni politiche per cui si è costretti a fare una guerra. Aver ricordato tutto ciò, a Rosh ha-shanà e nel Tempio maggiore di Roma, fa la differenza tra la cultura ebraica e molte altre che non sanno distinguere e discernere nella complessità degli affari umani.
