Rosh ha shanà: il legame tra shofar e teshuvà

rav Abram Kook (1865-1935)

Vi è un episodio che merita di essere collocato al centro di ogni riflessione su Rosh Hashanah nel pensiero di Rav Avraham Yitzchak HaCohen Kook. Siamo a Gerusalemme, nella Città Vecchia, il primo giorno di Rosh Hashanah 5694, nel 1933. La Germania da pochi mesi è in mano ai nazionalsocialisti, mentre in Eretz Israel arrivano immigrati dall’Europa centrale e crescono le tensioni tra la popolazione araba e il nascente insediamento ebraico. In questo scenario di luce e ombra sovrapposte, Rav Kook commenta, prima del suono dello shofar, [corno di ariete usato come strumento a fiato in lacune ricorrenze liturgiche, tra cui il Capo d’anno, n.d.r.]  la decima benedizione della Amidah, [la preghiera centrale e solenne della liturgia ebraica, n.d.r.] che chiede il raduno degli esuli: «Suona il grande shofar per la nostra libertà». Perché «grande»?

Rav Kook parte da una distinzione halakhica [normativa, n.d.r.], relativa allo shofar e la trasforma in una tipologia dei diversi «shofarot della redenzione». Il primo, quello ideale, è il corno di montone, che richiama la Akedat Yitzchak. [lett.: la legatura di Isacco, n.d.r.] Esso rappresenta il risveglio che nasce dalla fede, dall’aspirazione consapevole alla santità e al ritorno a Dio. Vi è poi un secondo shofar, quello dell’aspirazione nazionale: il desiderio naturale e autentico di un popolo di tornare alla propria terra e di assumere nuovamente la responsabilità del proprio destino. Rav Kook seppe riconoscere anche nei pionieri laici una scintilla di questo processo, pur quando mancava in loro una consapevolezza religiosa esplicita.

E poi vi è il terzo shofar. Secondo la testimonianza di chi era presente, a questo punto Rav Kook si interruppe, chinò il capo sul leggio e pianse. Quando riprese a parlare, descrisse la possibilità che Israele non ascolti né il richiamo della fede né quello della propria vocazione nazionale. In tal caso, può essere la storia stessa a trasformarsi in uno shofar: sono le persecuzioni e i nemici a costringere gli ebrei ad ascoltare ciò che non avevano voluto ascoltare spontaneamente. È il più doloroso dei risvegli. Rav Kook morì nel 1935 e non vide ciò che sarebbe accaduto pochi anni dopo; proprio per questo la sua riflessione va compresa non come una profezia retrospettiva, ma come l’intuizione di una dinamica storica: quando l’uomo non ascolta il richiamo del bene, la realtà può diventare essa stessa un richiamo.

shofar suonato al Qotel

Eppure anche questo risveglio, per quanto doloroso, non è privo di significato: anche un risveglio nato dalla paura può essere autentico. Ma non rappresenta ancora il compimento: è una teshuvah lett.: ritorno, sinonimo di restaurazione del torto commesso, n.d.r.] provocata dall’afflizione, non ancora una risposta libera e gioiosa alla chiamata del bene. Questa intuizione continua a interrogarci. Abbiamo visto, dopo il 7 ottobre, come la paura e l’insicurezza abbiano spinto molti ebrei a riscoprire la comunità, la propria identità e la propria appartenenza. Non dobbiamo disprezzare questo risveglio; dobbiamo però trasformarlo. La sfida è passare dalla paura all’aspirazione, dalla necessità alla scelta, fino ad ascoltare un giorno il «grande shofar».

Qui si comprende il secondo grande tema del pensiero di Rav Kook: la teshuvah. Nei suoi scritti, e in modo particolare in Orot HaTeshuvah, essa non riguarda soltanto il pentimento per colpe specifiche, ma esprime il ritorno della volontà al bene e, attraverso l’uomo, il ritorno della realtà alla propria radice. La teshuvah diventa così un principio di rinnovamento. Rav Kook legge il linguaggio di Rosh Hashanah alla luce dell’idea del rinnovamento: «Tiq‘u bachodesh shofar» — «Suonate lo shofar nel mese [nuovo]». Il suono dello shofar annuncia così non soltanto l’inizio di un nuovo ciclo, ma la possibilità stessa di un rinnovamento. Rosh Hashanah è il momento nel quale ciò che sembrava esaurito può tornare a vivere.

La teshuvah non si esaurisce perciò nell’introspezione individuale. Certamente essa richiede di riconoscere le proprie colpe e correggere le proprie azioni, ma implica anche una trasformazione della direzione della volontà: non soltanto «che cosa devo correggere?», ma «verso quale bene voglio orientare la mia vita?». Per Rav Kook, il risveglio della volontà del bene nell’uomo partecipa alla rettificazione della realtà stessa. In un’epoca segnata da guerre, polarizzazioni, crisi educative e sociali e dalla crisi ambientale, questa idea assume una particolare attualità: ogni riparazione esterna presuppone, in ultima analisi, una trasformazione della volontà umana.

Tra lo shofar e la teshuvah esiste dunque un legame profondo. Lo shofar è il risveglio; la teshuvah è ciò che facciamo di quel risveglio. Il terzo shofar può raggiungerci attraverso la paura e la crisi; ma Rosh Hashanah ci chiede di non rimanere prigionieri di quel livello. Il risveglio deve diventare desiderio, il desiderio volontà, la volontà azione.

Per questo la vera meta non è il terzo shofar, ma il grande shofar: quello che l’uomo impara ad ascoltare prima che la storia sia costretta a gridare. È la chiamata della libertà e della responsabilità, ascoltata non perché siamo minacciati, ma perché abbiamo finalmente riconosciuto ciò che siamo chiamati a diventare. Ed è forse questo il senso più profondo della benedizione: «Suona il grande shofar per la nostra libertà». Non chiediamo soltanto di essere liberati dalla crisi; chiediamo di diventare capaci di ascoltare una chiamata più grande della crisi stessa. Come conclude la profezia di Isaia: «Sarà suonato un grande shofar, e verranno gli smarriti nella terra di Assur (espressione geografica e storica utilizzata nella Bibbia e nei testi antichi per indicare l’Assiria, ndr) e i dispersi nella terra d’Egitto, e si prostreranno davanti al Signore sul monte santo, a Gerusalemme».

 

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