“Etty”, la nuova serie di Hagai Levi tratta dai diari
A Roma presentata la serie Tv su Etty Hillesum

Forse uno dei maggiori narratori dell’epica contemporanea – quella delle serie tv, vere e proprie costruzioni di miti, temi e motivi – è Hagai Levi, showrunner israeliano autore di In Treatment, The Affair e Scenes from a Marriage. La profondità con cui tratteggia situazioni al limite tra fragilità e patologia, il racconto tattile dei luoghi, lo sguardo attraverso il quale rivela il corpo a corpo con la vita, la precarietà delle relazioni e il terrificante confronto con sé stessi, ne fanno un maestro del racconto intimista, implacabile scrutatore delle dinamiche umane.
Con il suo ultimo lavoro, Etty, presentato alla 82° Mostra cinematografica di Venezia 82 e in anteprima romana al Nuovo Sacher il 6 e 7 maggio scorsi, il regista e sceneggiatore dà vita a un prodotto complesso, multiforme, in cui il campo della tematologia si interseca, inevitabilmente, con quello dell’immaginario. Scritta e diretta interamente da Levi, la serie tratta gli ultimi anni di vita di Etty Hillesum (1914-1943), autrice olandese di origine ebraica i cui diari, pubblicati in Italia da Adelphi negli anni Novanta, rappresentano una delle più sofferte, ancorché luminose e folgoranti, testimonianze dello sterminio degli ebrei in Europa durante il secondo conflitto mondiale.
Nulla di organicamente definito, perché gli scritti di Hillesum costituiscono un viaggio nelle profondità dell’esistenza, un percorso spirituale e umano che attinge la Storia passando attraverso la scoperta della propria identità femminile, delle urgenze della carne e di una tensione verso Dio che interroga i concetti di vulnerabilità e forza, in un mondo abitato dall’orrore e dalla necessità di trovare una maniera, qualsiasi mezzo, per contrastarlo. Mentre la furia nazista trascina l’Europa nel baratro, Hillesum cresce grazie al potere della parola, allo scavo interiore che implica tormento ed estasi come nelle sedute di psicochirologia (l’analisi della forma, delle linee e delle caratteristiche delle mani di un individuo per mapparne il profilo psicologico, il temperamento e il potenziale interiore, n.d.r.) con Julius Spiers, psicologo tedesco che esercita sulla donna un’attrazione fisica e mentale, in un cortocircuito che dà voce al rimosso meglio di qualsiasi chiarezza.

È qui che Levi sceglie di situarsi, in una zona che sembra connotarsi per un rapporto non pacifico con il reale, dove la messa in forma dell’esperienza – l’educazione etico-sentimentale della giovane e la grande Storia che scorre sullo sfondo – è volutamente deformata, non lineare, a cominciare dalla scelta di ricollocare la vicenda in una temporalità sospesa, in bilico tra passato e presente, a costeggiare da un lato la distopia (quanto c’è dell’oggi in questo universo dominato dall’odio?) dall’altro le zone dell’immaginario destinate alla costruzione di temi e forme che sappiano dar voce a ciò che non si riesce a narrare.
Come facoltà in grado di produrre miti, racconti, interpretazioni della realtà, il rapporto dell’immaginario con quest’ultima è giocoforza sfalsato, mai lineare, perché mentre tenta di assegnare una forma ne falsifica l’essenza, svelando e mistificando al tempo, scostandosi tanto dal simbolico – che è lacanianamente inconscio – quanto dal concetto di “irreale”. In questo senso, citando un eccellente studio dell’italianista Raffaele Donnarumma, «l’immaginario è una zona mista e di transizione, e agisce al modo in cui, per Freud, l’Io media fra l’Es e il Super-Io: più precisamente, condivide alcuni aspetti della logica inconscia e alcune caratteristiche del discorso conscio. Le formazioni dell’immaginario portano nel discorso pubblico, rivelandolo e occultandolo insieme, qualcosa di più profondo, che non può essere detto esplicitamente. Sono un modo per conoscere e per esorcizzare e, perciò, richiedono credito e sospetto» (Sto ria, immaginario, letteratura: il terrorismo nella narrativa italiana (1969-2010), in AA.VV., Per Romano Luperini, a cura di P. Cataldi, Palermo, Palumbo, 2011, p. 441).

L’Etty di Hagai Levi (interpretata dalla brava Julia Windischbauer) dipana lungo l’arco di sei puntate un discorso che ha il passo di una lunga seduta di psicoanalisi ma abbraccia con i gesti del corpo, con la “lotta” terapeutica ingaggiata con Spier (interpretato da Sebastian Koch) nella prima puntata, con gli sguardi lunghi, oltre un orizzonte che non si può individuare, un universo in cui le pratiche dell’odio si annidano negli individui e nelle società. In questo senso, l’evoluzione di Hillesum e il suo rapporto con l’ambiente circostante offrono strumenti interpretativi per il presente, esorbitando – come è proprio dell’immaginario – dall’ideologia o dalla politica strictu sensu.
Semmai è l’intento di Levi ad essere intrinsecamente politico, laddove ricorre alla lezione di Bergman e, soprattutto, alle teorie di Wilhelm Reich sulla repressione sessuale come fondamento della psicologia di massa del nazifascismo: conoscere sé stessi, “sbloccare” anche la tensione erotica – come avviene negli incontri di Hillesum con Spier – significa suggerire una strada per non soccombere, per svincolarsi dal gioco di potere di ogni apparato oppressione.
Le pagine della scrittrice assumono così una forza dirompente, laddove la trasposizione filmica diviene visualizzazione e insieme antidoto al cortocircuito delle coscienze. Una lezione universale, in un tempo sprofondato nel sonno della ragione.
Leggi il numero di Riflessi maggio 2026-2