Munich: il fantasma di un attentato

Mentre il bracere olimpico è stato appena spento, torniamo a modo nostro ai Giochi di Tokyo, che hanno ricordato l’attentato terrorista palestinese ai Giochi di Monaco. “Munich”, di Steven Spielberg, ricostruì quella vicenda

Gli atleti trionfanti tornano dalla fruttuosa trasferta a Tokyo, in una storica edizione delle olimpiadi, completamente rivoluzionate dal protocollo pandemico. L’Europa, così come l’Italia, incassa un risultato importante, ma proprio nel cuore dell’Europa, nel 1972 a Monaco, la storia è stata scritta con una pagina sanguinosa: l’attentato alla delegazione olimpica israeliana a opera del gruppo terroristico palestinese Settembre Nero.

Il bilancio sarà gravissimo, undici atleti israeliani sequestrati e uccisi, cinque feddayyin e un poliziotto tedesco morti nel fallito blitz all’aeroporto di Fürstenfeldbruck. Steven Spielberg nei primi anni duemila adatta il romanzo ‘Vendetta’ di George Jonas per il grande schermo, realizzando il film Munich (2005).

Quello che di fatto è stato il primo attentato coperto da una vastissima attività mediatica, che ha mostrato in diretta le angoscianti ore del sequestro degli atleti israeliani, nel film di Spielberg è solo l’incipit. La vicenda si concentra sull’operazione “Ira di D-o”, voluta dal primo ministro israeliano Golda Meir, che conta di eliminare undici alti esponenti del terrorismo palestinese, sotto la direzione dell’ufficiale del Mossad Avner Kauffmann.

Uno dei terrosti palestinesi si affaccia dall’appartamento del villaggio olimpico in cui sono tenuti ostaggio gli atleti israeliani (fotografia di Kurt Strumpf)

L’Europa è simbolicamente al centro del film: come l’attentato di Monaco ha un alto valore simbolico, perché è il primo realizzato in Germania, terra al centro del sentimento anti ebraico scoppiato durante la seconda guerra mondiale, così l’operazione del Mossad intende colpire i terroristi in Europa, quasi fosse la naturale conseguenza di quella escalation del terrore.

Spielberg, coadiuvato dagli sceneggiatori Tony Kushner e Eric Roth, realizza un film di spionaggio che si nutre del fantasma dell’attentato di Monaco. Mentre cresce il fitto intreccio che vede coinvolto il Mossad da una parte e la CIA e il KGB dall’altra, questi ultimi due servizi segreti preoccupati per la determinazione di Israele a portare a compimento l’operazione, cresce nella coscienza del protagonista, Avner Kauffmann, interpretato da Eric Bana, un conflitto morale. Nella mente di Kauffmann l’atto terroristico diviene allo stesso tempo il motore di una vendetta per cui è necessario non farsi troppe domande a favore di un’azione risoluta e la scaturigine di un dubbio atroce: i bersagli dell’operazione sono davvero gli ideatori dell’attentato?

I protagonisti del cast

La risposta è purtroppo ambigua, difficile da verificare, quel fantasma sarà quindi un compagno di vita, pronto a mettere in discussione il senso di appartenenza del protagonista che passa dal richiamo della vendetta al tormento del rimorso. Il film, per dare respiro a questo conflitto, si costruisce in due parti speculari: la prima descrive i successi dell’operazione, con l’uccisione di buona parte dei bersagli dell’operazione, la seconda ne mostra le crepe, con l’insinuarsi del dubbio accompagnato dall’uccisione degli stessi compagni di Kauffmann, per mano di un’operazione altrettanto segreta.

Ne deriva quello che forse può essere considerato il film di Spielberg più classico, più rivolto al grande racconto di spionaggio, decisamente vicino alla solidità di intreccio di molte opere di Hitchcock. Come quasi in tutto il cinema di Spielberg, alla solidità narrativa si accompagna la grande lucidità del linguaggio.

Golda Meir, nel film “Munich”

La camera si muove con carrelli diagonali, molto spesso con un punto di vista dal basso, che tiene i personaggi ancorati a terra, soprattutto quando descrive il gruppo di Kauffmann, quasi facessero parte di una volontà terrena, di un lucido desiderio di vendetta tanto forte da divenire per il primo ministro Golda Meir una ragion di Stato. Quando invece il dubbio comincia a insinuarsi nella squadra, la camera si sposta di asse, divenendo parallela ai protagonisti, uno specchio, di fatto, che interroga le loro coscienze.

Un semplice spostamento di asse diventa allora una rivoluzione copernicana. Spielberg ci ha abituati a questa assoluta convergenza di forma e contenuto, che rende grande il suo cinema, e lo iscrive in una dimensione naturalmente epica. Il fantasma gioca tra questi due estremi, l’inquadratura dal basso e quella parallela ai protagonisti, nella maggior parte dei casi affidati a cartesiani movimenti di carrello, irrompendo con la camera a mano, che non solo rende concitato l’episodio dell’attentano, ma gli dona la mobilità della memoria, e di conseguenza l’inafferrabilità. È come se quell’episodio non possa essere cristallizzato, e come ogni attentato non possa che sollecitare la coscienza all’infinito.

La vendetta diventa allora un sentimento non sufficiente a dare una forma e un nome a quell’evento, serve una pletora di sentimenti, tra cui la pietà e la giustizia. Uno dei protagonisti del film, il compagno di Kauffmann, Robert, afferma: “noi siamo ebrei, prima di tutto è nostro compito essere giusti”. Da quel momento in poi dalla dimensione politica ci si sposta in un luogo più misterioso, quello dell’anima, ed è proprio lì che il fantasma non dà più tregua.

Ancora una volta Spielberg si afferma come uno dei maggiori cantori dell’uomo.

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2 risposte

  1. 1) Notazione storica :
    inesatto affermare che “con la Seconda Guerra Mondiale” si scatenano in Europa sentimento antiebraici ….Terzo Reich dal 1933 ….
    2) Tecnica del film :
    interessante ricostruzione dei movimenti di macchina del regista
    3) Senso del film :
    Il fim è molto interessante poiché da una parte sta la posizione esemplificata dalla frase pronunciata dal personaggio interpretato da Daniel Craig in risposta a chi si domandava l’utilità di queste rappresaglie “ significa che non bisogna rompere il c….. agli ebrei” , e dall’altra sta il dubbio del protagonista Eric Bana il quale condivide ( con qualche ambiguità nella scelta di New York per strizzare l’occhio alla Sinistra ebraica USA ) l’antica saggezza che il fine è la pace ….meta da non abbandonare …

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