Raccontare il 7 ottobre e la guerra
Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, analizza le dinamiche della società italiana davanti al 7 ottobre e alla guerra che ne è scaturita
Dottor De Bortoli, come ricorderemo la data del 7 ottobre 2023?
La ricorderemo come un evento che ci ha precipitati nell’abisso e nell’inciviltà, un ritorno a una condizione quasi di contrapposizione tribale, in cui la vita è stata recisa senza alcun rispetto e con una ferocia e una crudeltà assolutamente indicibili. Purtroppo oggi il ricordo di quel 7 ottobre, soprattutto per responsabilità del governo Netanyahu – non certo dello Stato di Israele – è come se fosse molto più lontano nel tempo.

Cosa intende?
Oggi non sembrano trascorsi due anni da allora, ma molti di più, e questo a causa della sproporzione della risposta da parte del governo israeliano. La sofferenza quotidiana che proviamo nel vedere quanto di disumano accade nella Striscia di Gaza comporta la preoccupante sottovalutazione del significato storico del 7 ottobre. Mai avrei creduto che l’esercito israeliano, su ordine del suo governo, avrebbe prodotto una reazione così dura. Il risultato è che oggi assistiamo a una sorta di neo negazionismo a proposito degli eventi del 7 ottobre. È dunque ora di interrogarci su come rimettere al centro dell’opinione pubblica e del dibattito politico temi come il rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali. In particolare alla democrazia israeliana è richiesto uno sforzo supplementare per raggiungere, se non una pace, oggi oggettivamente quasi impossibile da immaginare, quantomeno una tregua.
Oggi le manifestazioni sono tutte contro la guerra e mettono Israele sul banco degli imputati. Anche dal punto di vista giornalistico, come trovare l’equilibrio tra la denuncia dei morti civili a Gaza e la violenza del 7 ottobre?
Oggi il discorso pubblico, impressionato dalle inaccettabili azioni dell’esercito israeliano ordinate dal governo Netanyahu, sembra aver derubricato o addirittura cancellato l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Io penso che dovremmo invece fare un grande sforzo di equilibrio nella narrazione di quel che accade, soprattutto separando i due fatti. Opporsi al governo di Gerusalemme non giustifica minimamente l’intolleranza verso il popolo israeliano e neppure contro le stesse comunità della diaspora. Sento in particolare il dovere di essere oggi vicino alle comunità ebraiche italiane. Dobbiamo evitare di identificare un governo con un intero popolo, una trappola infida nella nostra storia. Ciò richiede ai giornalisti uno sforzo di equilibrio nella narrazione e, se posso permettermi, anche la necessità di non farsi prendere troppo dalla emotività del momento. Le persone barbaramente massacrate da Hamas il 7 ottobre non hanno responsabilità con quello che poi ha fatto il governo di Netanyahu, per cui occorre conservarne il rispetto e la memoria. Per questo ritengo che il 7 ottobre debba essere una giornata dedicata al ricordo di quell’eccidio; naturalmente, dal giorno dopo occorre continuare a parlare di quel che accade ogni giorno a Gaza. Certo che dovremmo criticare la violazione del diritto internazionale da parte del governo Netanyahu – e lo dico con particolare riferimento al governo italiano –, ma non dobbiamo dimenticarci l’orrore del 7 ottobre, come a volte sta accadendo. Se ciò si verificasse davvero, allora avremmo scritto una pagina di vergogna nazionale.

Vede un rischio antisemitismo oggi in Italia?
Sono preoccupato. Vedo ad esempio che il numero dei visitatori del memoriale della Shoah qui a Milano sono crollati. E mi addolora vedere Liliana Segre accompagnata dalla scorta. Mi addolora anche che tra pochi giorni celebreremo il centenario dell’università di Gerusalemme, ma che non potremo diffondere l’invito a una platea vasta per motivi di sicurezza. Quando, ad esempio, ci troviamo di fronte a una platea come quella che a Reggio Emilia, che nel momento in cui il sindaco fa un giusto riferimento alla necessità di liberare gli ostaggi in mano ad Hamas, fischia tale richiesta, allora dobbiamo preoccuparci per un ritorno all’antisemitismo che non può avere alcuna giustificazione. Invece, a causa di quel neo negazionismo di cui parlavo prima, si diffondono narrazioni che mi addolorano, per cui il 7 ottobre sarebbe un atto addirittura paragonabile alla resistenza, una sorta di guerra di liberazione, indotto dall’occupazione israeliana. Questa dovrebbe essere la nostra missione oggi, indipendentemente dalle nostre idee e della indignazione per quel che avviene a Gaza. Dovremmo moltiplicare le occasioni di incontro e di confronto, per evitare quella separazione quell’indifferenza di cui si alimenta l’antisemitismo. Purtroppo oggi, nella reazione alla violenza che vediamo a Gaza, molte sono le risposte dettate dal pregiudizio, e quando si imbraccia in modo superficiale la bandiera palestinese per gridare “dal fiume al mare”, si apre la strada al ritorno dell’antisemitismo.
La novità di questi giorni è tuttavia la presentazione di un piano per la pace da parte di Donald Trump. Secondo lei il piano potrà risolvere il conflitto?

In generale io credo che un piano di pace abbia maggiori possibilità di successo se viene contrattato con il nemico e, per quel che riguarda il conflitto a Gaza, il nemico e Hamas, anche se mi ribolle il sangue a pensarlo. Per venire al piano Trump, certamente l’amministrazione americana ha compiuto uno sforzo significativo, e anche con tutti i suoi difetti credo che sia perlomeno una strada utile per arrivare ad un cessate il fuoco, a un armistizio, soprattutto perché esclude l’espulsione dei palestinesi da Gaza. Possiamo anche pensare il peggio di Trump, ma credo dovremmo riconoscere che oggi la sua sia l’unica strada concreta sul tappeto della diplomazia.
L’Europa che ruolo sta giocando nella crisi mediorientale?
L’Europa continua a essere fortemente divisa. Guardi le diverse posizioni assunte dai vari governi europei sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Le resistenze sono molte, anche per non intaccare il rapporto storico con Israele , che non può essere abbandonato, anche di fronte ai crimini del governo Netanyahu e all’estremismo di alcuni suoi ministri. Oggi quel governo rinnega la grande tradizione riformista e socialista del sionismo che ha fondato lo stato di Israele; ma l’Europa tentenna, ha una posizione ambigua, sia per motivi storici, in quanto avverte la propria responsabilità per quel che è avvenuto durante la Shoah, sia per che sul piano geopolitico oggi appare poco rilevante, cosa di cui gli Stati Uniti sono ben consapevoli.
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Una risposta
Quanto letto mi sembra sempre molto di parte e sottintende sempre il fatto che il popolo ebreo è il popolo eletto e quindi si trova ad essere al di sopra di elementari concetti di diritto internazionale di giustizia, di convivenza pacifica ed altro di umanità. Mi sembra che i soprusi subiti dai Palestinesi da parte degli Israeliani, ancora prima del 1948 non siano stati pochi. Terra, Acqua rubate. Villaggi ed abitazioni distrutti, colture sradicate. I coloni israeliani sono diventati degli occupanti malvagi completamente irrispettosi delle proprietà dei Palestinesi. L’esercito di difesa è diventato un esercito di attacco vigliacco. Facile uccidere donne, bambini, anziani, soprattutto quando cercano di prendersi qualcosa da mangiare. Molti in Israele (mi sembra il 70/80 % del popolo israeliano) sono favorevoli a questa mattanza ! Mi dite per cortesia cosa può pensare il resto del mondo ? Se l’antisemitismo è in forte crescita è responabilità di quel 70/80 % di israeliani che da suprematisti messianici divini continuano a sentirsi superiori a tutti gli altri uomini e soprattutto ai vicini di casa Palestinesi ai quali hanno portato via tutto … ma credo non ancora la dignità.