Purim, lezione “storica” di sopravvivenza ebraica
Mentre la realtà di queste ore sembra destinata a cambiare la storia del Medio Oriente, gli ebrei di tutto il mondo ricordano che l’odio antiebraico è antico (ma che la resistenza degli ebrei è superiore a esso)

Appartengo al novero di coloro che preferiscono occuparsi non di anti-giudaismo ma di giudaismo. Penso che il pregiudizio e l’astio contro gli ebrei e la loro cultura (religiosa e non) siano spesso frutto di ignoranza e vadano combattuti, in positivo, con la diffusione di una conoscenza più precisa e profonda di quella cultura, con lo studio delle fonti ebraiche debitamente tradotte e commentate e con una seria de-costruzione storica degli stereotipi e dei testi che li veicolano.
Tuttavia, ogni anno, grazie al lunario che ritma la vita ebraica, arriva la festa di Purim a ricordarci che l’odio antisemita – o meglio, anti-ebraico – esiste da sempre e che già nel Tanakh, nella meghillat Esthèr, è messo a fuoco come un problema esistenziale vero per il popolo ebraico.

Gli slogan e i gesti contro Israele di questi tempi, almeno dopo il 7 ottobre 2023, non sono che una delle multiformi manifestazioni di tale odio, che nella vicenda ambientata è Shushan in Persia prende plasticità quasi teatrale, da mashal o da apologo. Anche la sua “storicità” passa in secondo piano rispetto alla sua “paradigmaticità”, per così dire. Almeno una volta all’anno, a Purim, l’anti-semitismo non è un problema degli antisemiti, ma dell’intero popolo ebraico, perché la meghillà ruota attorno alla minaccia di uno sterminio fisico di ebrei, che si capovolge sì nel suo contrario, in una netzach (nome della settima sefirà dell’albero sefirotico, che indica una vittoriosa resistenza e continuità temporale), ma non senza aver lasciato sull’am Israel le cicatrici dell’angoscia e di un’altrettanto perpetua incertezza esistenziale. A quanto pare, ciò vale sia per gli ebrei della diaspora sia per quelli che vivono in eretz Israel.
Si tratta dunque di una vera e propria lezione di sopravvivenza ebraica. Così la pensa rav Joseph B. Soloveitchik, quando descrive questa storia, narrata nella meghillà per antonomasia, come «il ritratto dell’instabilità e dell’incertezza che governano il destino dell’ebreo». Ovvio che instabile e incerto sia il destino di ogni essere umano, come individuo; ma qui non si tratta solo dell’ebreo come singolo, ma dell’am Israel, la cui esistenza è oppressa da “briganti professionali”: ieri Amaleq e i suoi discendenti (tra cui il perfido Haman) e oggi gli odiatori seriali, alcuni alla tastiera e altri nei cortei pubblici, nelle piazze, persino nei corridoi delle università. Proprio le paradigmatiche vicende connesse a Mordechai ed Esthèr insegnano, afferma ancora rav Soloveitchik, che «l’odio per l’ebreo emerge da qualsiasi posizione politica e economica». Nell’antica Persia gli ebrei credevano di essere amati, perché ben integrati e generosi nel contribuire al benessere di quel paese (come appunto fu Mordechai, in difesa del “suo” re, Achashverosh); ma un giorno si scoprirono odiati e persino condannati a morte, come popolo. Si chiede il Rav: «Come si spiega tutto questo? Non esiste una risposta: è una situazione assurda che ha accompagnato l’ebreo fin dagli albori della sua storia. I nostri saggi suggeriscono che questo è in qualche modo legato al singolare destino religioso che ci è stato assegnato sul monte Sinài (cfr. Shabbat 89b)».

In altre parole, il Rav di Boston ci sta dicendo che, più che un “mistero di Israele” (espressione cristiana, rilanciata nel XX secolo da Jacques Maritain), esiste un “mistero dell’odio contro Israele”, il quale si attiva a prescindere da quel che gli ebrei fanno o non fanno, dicono o non dicono; si attiva per il solo fatto che esistono gli ebrei con la loro vita e il loro (spesso implicito) messaggio di irriducibilità a ogni cultura e religione circostante. Ecco perché l’ebreo non deve farsi illusioni: che si nasconda cioè si assimili oppure si palesi come tale, spesso la sua mera esistenza irrita, provoca, dà fastidio. Va pur detto: alcuni, pochi, ne vengono attratti. Ma in ogni caso, secondo rav Soloveitchik, è sempre al messaggio della Torà, alla sua forza anti-idolatrica e al suo messaggio di giustizia, che quell’odio e tanta avversione rimandano.

In un’intervista del 1992, svoltasi a Gerusalemme, al famoso professor Yeshayahu Leibowitz venne chiesto se fosse preoccupato della «recrudescenza di antisemitismo nel mondo»… nel ’92! La sua risposta, salace e controintuitiva come sempre, fu: «Dai tempi di Abramo nostro padre, gli ebrei non hanno mai goduto di tanta sicurezza come oggi. A dire la verità, l’unico luogo in cui la loro esistenza resta precaria è proprio qui [in terra di Israele]. L’unica comunità ebraica realmente minacciata è la comunità ebraica in Israele. È il prezzo che dobbiamo pagare per la nostra indipendenza. E noi vogliamo essere indipendenti per due ragioni: perché gli uomini hanno diritto di essere responsabili delle loro stesse follie e crimini, e perché hanno diritto di lottare contro le proprie follie e crimini nel quadro della loro indipendenza».
Il “capovolgimento delle sorti” è, oggi, anche in queste pesanti parole la cui forza ogni commento rischia di sminuire. Chag Purim sameach.
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