ostaggi 7 ottobre

Perché il mondo ha dimenticato? 

Per riposarci un po’ da questi tre ultimi anni di incubi, di amarezza e apprensione abbiamo scelto Budapest. Era l’unica capitale d’Europa che non avevamo ancora visitato.

il kibbutz Nir Am, uno di quelli devastati da Hamas. Qui le vittime sono state 20

Proprio davanti al nostro hotel, lungo il Danubio, sempre circondata da decine di turisti silenziosi, c’era la fila di sessanta paia di scarpe in ferro che ricordano le migliaia di ebrei fucilati sulla riva dalle Croci Frecciate, i nazisti ungheresi. Più in là, a piazza della Libertà, davanti alla statua di un angelo che vorrebbe essere un ossequio agli ungheresi che subirono gli orrori del nazismo, una mostra spontanea – il Living Memorial composto da fotografie, oggetti, documenti e ricordi di familiari di ebrei, assassinati, quasi 600mila per l’esattezza – ricorda che gli ungheresi non furono vittime ma complici dei nazisti. Poi la gita alla cittadina degli artisti Szetendre, dove c’è il più piccolo Beit a Knesset funzionante al mondo, costruito per ricordare le vittime di quel luogo e, vicino alla targa in marmo, dove appaiono i nomi delle vittime della Shoah, ce n’è un’altra, più nuova per ricordare le vittime del 7 ottobre in Israele e quella per May Naim, discendente di quelle famiglie ungheresi, trucidata nel Festival Nova da Hamas.

Qui mi sale il dolore, la rabbia, l’incredulità, la frustrazione: il grande, enorme stratosferico PERCHE’? Perché il mondo ha già dimenticato?  Il 7 ottobre 2023 non ha soltanto segnato una delle pagine più terribili della storia recente di Israele. Le atrocità perpetrate da Hamas quel giorno hanno avuto conseguenze che hanno oltrepassato i confini di Israele e del Medio Oriente. È come se, nel cuore dell’Europa, fossero stati riaperti i lucchetti e i chiavistelli di un antico maniero oscuro. Un luogo che credevamo chiuso per sempre, consegnato alla memoria del passato.  Da ogni pertugio sono uscite le streghe e le forze del male, del pregiudizio, dell’odio e della violenza e con loro sono tornati alla luce fantasmi che pensavamo di aver sconfitto: nel mio immaginario i Titani. Nei miei occhi, sulla pelle, nel cuore sento che i Titani sono tornati alla luce e non sono creature mitologiche che emergono dalle profondità della Terra ma idee, parole, comportamenti e pregiudizi che si sono impadroniti degli esseri umani e l’odio sta diventando normalità.  Nella mitologia greca, i Titani erano divinità primordiali, potenti e antiche. Dopo la loro sconfitta, furono relegati nelle profondità della Terra. Ma ciò che viene sepolto non necessariamente scompare.  Oggi i nostri Titani, ritornati alla luce, non camminano più sulla Terra con sembianze mitologiche: abitano le parole, i gesti, i preconcetti e, talvolta, l’animo degli uomini. Sono il pregiudizio che si traveste da opinione, l’odio che si presenta come giustizia, la discriminazione che cerca nuove giustificazioni, l’antisemitismo che riemerge proprio quando pensavamo che la memoria della Shoah avesse costruito intorno ad esso una barriera invalicabile.

Il 7 ottobre ha liberato un’immensa quantità di sofferenza, angoscia e disperazione. Ma ciò che inquieta i nostri giorni e le nostre notti è ciò che è accaduto dopo: il modo in cui la sofferenza degli israeliani e degli ebrei, delle nostre donne e dei nostri bambini, è stata relativizzata, negata, giustificata o trasformata in un pretesto per una nuova ondata di ostilità verso Israele e verso gli ebrei.  Un continente che ha conosciuto Auschwitz può davvero permettersi di non riconoscere i segnali del ritorno dell’odio?

La storia non si ripete mai esattamente nello stesso modo ma possono tornare gli stessi meccanismi: la disumanizzazione dell’altro, la demonizzazione del nemico, la generalizzazione della colpa, il silenzio davanti alla violenza, la trasformazione delle vittime in colpevoli.

I Titani furono sconfitti da Zeus ma non da solo. Per noi ebrei, per superare questo momento doloroso e oscuro c’è bisogno di fede, di conoscenza della Storia, delle nostre radici, c’è bisogno del nostro coraggio. Dobbiamo essere uniti, avere fiducia gli uni negli altri, non perdere nemmeno per un attimo la speranza e dare forza a giornalisti coraggiosi e a tutti coloro che diffondono a loro modo messaggi chiari sul pericolo del terrorismo, dell’intolleranza e della codardia di chi si accoda alla maggioranza ignorante e settaria.  L’importante è non abbattersi, non rinunciare ai nostri valori di umanità e luce perché ormai conosciamo la nostra storia, le nostre vittorie sui nemici che vorrebbero cancellarci dalla realtà. Dobbiamo trovare tutte le energie per risollevarci, difenderci e preservare il nostro diritto alla vita. E ricordare, come scrisse Meir Ariel, uno dei più amati cantautori di Israele: “Siamo riusciti a superare il Faraone, supereremo anche questo!

“!אבל עברנו את פרעה נעבור גם את זה”

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