La mia ermeneusi alla Torah è una lettura dei nostri tempi
Haim Baharier, psicanalista e interprete biblico, da anni commenta la torah ogni settimana attraverso un percorso ermeneutico originale fondato sulle riflessioni dei maggiori maestri del pensiero ebraico
Con che animo vive il terzo anniversario del 7 ottobre?

Si dice che la Shekinàh sia la presenza di Qadosh Baruch Hu [“Il Santo, benedetto Egli sia”, espressione di lode che indica la divinità, n.d.r.] in esilio, cioè la Sua presenza nel mondo. Io preferisco tradurre questa parola come “assenza clamorosa”. Direi cioè che ci sono momenti in cui, se prestiamo la necessaria attenzione al mondo, con la giusta sensibilità etica, possiamo percepire questa assenza clamorosa, questo clamore. Io credo che il 7 ottobre sia stata una data in cui abbiamo potuto percepire l’assenza clamorosa della Shekinàh. È ovvio che le categorie di assenza e presenza vanno bene interpretate, e che esse indicano soltanto la nostra percezione. Il 7 ottobre, dunque, può essere considerato un segnale di questa assenza, che ci sprona a chiederci cos’è che non va tra di noi; inoltre, essa ci interroga anche nel rapporto con noi stessi. Ho l’impressione cioè che gli eventi del 7 ottobre ci abbiano messo davanti alla consapevolezza della profonda frattura in corso all’interno del popolo ebraico, in cui una parte percepisce l’altra diversa, fuori dal percorso identitario. Si tratta di una contrapposizione che giudico gravissima.
Può spiegare meglio questa contrapposizione?
Quando recitiamo lo Shemà [“Ascolta”, una delle preghiere più note, n.d.r.] ogni giorno, ripetiamo il verso iniziale, in cui sì al proclama l’unicità di Dio. Tale unicità va intesa come la capacità del divino di restare uno, sia pure nelle manifestazioni più strane e diverse. Credo che questa Sua caratteristica, questa Sua capacità di manifestarsi in modo diverso pur restando sempre uno, ci interroghi. Voglio dire che a mio avviso il tema che oggi ci riguarda non è quello dell’essere o non essere osservanti delle mitzvot (i 613 precetti religiosi osservati dagli ebrei osservanti, n.d.r.), quanto quello di preservare l’identità ebraica, ossia la capacità di rimanere ebrei pur potendo esprimerci in tante forme diverse. Oggi ci troviamo di fronte ad una crisi perché si disconoscono quelle forme dell’identità ebraica che non riconosciamo uguali alla nostra. Aggiungo ancora una cosa. Quando si dice che il Creatore, nei giorni appena trascorsi, tra Rosh ha shanà (il Capodanno, n.d.r.) e Kippur (il giorno dell’espiazione, n.d.r.), si alza dal trono della giustizia (din) per sedersi sul trono della misericordia e della compassione, (rachamim), con la quale giudicarci, è chiaro che si tratta di un’immagine simbolica. In realtà il trono è uno solo, e in esso risiede sia l’aspetto della giustizia divina, sia quello della misericordia. Anche queste sono due manifestazioni della stessa unità. Quello dell’unicità e della molteplicità è un tema complesso, che evidentemente ancora non abbiamo compreso.
Israele oggi è un paese profondamente diviso, in cui è vivo ancora il trauma di quello che accadde tre anni fa. Lei è uno psicanalista affermato: come si cura il trauma di un’intera nazione?

È una domanda che, come recita un vecchio adagio, non ha risposta proprio perché è una buona domanda… ma tentando comunque di dire qualcosa, da psicanalista poco ortodosso quale sono, direi questo: sono i nostri maestri che dovrebbero cominciare a interrogarsi. Quando parlo di maestri non indico solo quelli di ebraismo, ma in generale tutti coloro che si percepiscono o vengono percepiti come maestri. È venuto il momento di interrogarsi sull’identità di Israele. Forse abbiamo perso qualche pezzo, non siamo stati capaci di far maturare qualche altro pezzo della nostra identità. È una questione che pone tante domande, io stesso faccio fatica a immaginare le risposte, forse perché non sono più giovanissimo. Mi aspetto però molto dalle giovani generazioni. Le racconto un piccolo aneddoto, di come i giovani possano sempre stupirci. Mio figlio Emànuel, che a breve compirà cinquant’anni, mi ascolta quando di frequente osservo che con la nascita dello Stato di Israele non siamo riusciti a liberarci dell’esilio che abbiamo vissuto per venti secoli. Lo abbiamo così portato anche in Israele nelle sue due forme più estreme: da un lato quella della ultra-ortodossia, una forma chiaramente diasporica, dall’altro con la forma che io chiamo “dei premi Nobel”, ossia nell’intelligenza ebraica esibita, di cui farsi vanto, a mio avviso una forma di esilio altrettanto radicale dell’altra. Ebbene, con una spiccata perspicacia, mio figlio mi ha fatto notare in dettaglio, che non avevo considerato: “Ma papà”, mi ha detto, “sono passati appena ottanta anni dalla nascita dello Stato ebraico, a fronte di venti secoli di esilio. Dai tempo al tempo”. Che dire? Touché.
È preoccupato dell’aumento dell’antisemitismo in Europa e in Italia?
Sono estremamente preoccupato. E il motivo è semplice: perché nessuno lo è a sufficienza. Quando trent’anni fa cominciai a parlare di antisemitismo, in Italia e in Europa, in una delle mie prime conferenze, sostenevo che bisognasse sfuggire la tentazione di credere che con la Shoah si fosse eliminato il rischio di un ritorno dell’antisemitismo in Occidente, perché sarebbe stato un errore madornale. Occorre comprendere che l’antisemitismo – o, come preferisco dire, la giudeofobia – è presente nell’umanità fin dai dai tempi della Torah (ne parlerò in una delle mie prossime conferenze). Io credo che, a saper interrogare la Torah, si possa comprendere che la ragione prima dell’antisemitismo è la nostra indifferenza.
Cosa intende?
Troppo a lungo abbiamo sottovalutato l’odio contro gli ebrei. Ci siamo assuefatti ad esso, lo abbiamo in questo modo giustificato. Questo odio si distingue in quello diretto propriamente contro gli ebrei e quello rivolto all’ebraismo, due percorsi paralleli, ma non coincidenti. Amalek (figura della Torah che attacca alle spalle gli ebrei appena usciti dall’Egitto, n.d.r.) è il prototipo di chi odia gli ebrei, mentre il cristianesimo a lungo ha odiato l’ebraismo. Io credo che contro questi pericoli occorra tenacemente parlarne. Dobbiamo tenere alta l’attenzione soprattutto quando nessun altro lo fa. Prenda il caso della Chiesa di Roma. Il nuovo pontefice, Leone XIV, che di recente ha avuto una trionfale accoglienza in Francia, non ha finora mai pronunciato una parola contro l’antisemitismo. È un silenzio estremamente preoccupante.
La prossima settimana riprenderà il ciclo annuale del suo commento, verso dopo verso, della Torah, organizzato grazie all’associazione “Lech Lechà” di Davide Assael. Quest’anno si prosegue con l’Esodo (Shemot). Cosa ci possono insegnare la lettura e l’interpretazione della Torah su di noi e sulla nostra vita quotidiana?
Le risponderò parlandole della mia modalità di studio e il mio approccio ermeneutico ai testi. Quando pratico l’ermeneusi, lo faccio profondamente convinto che essi debbano essere letti alla luce della nostra contemporaneità. E così, quando commento un verso, chiedo ai personaggi biblici, che sono i protagonisti delle storie che leggiamo, di venire a sedersi vicino a me e di dirmi, loro, come leggere oggi quel passo che li riguardava molto tempo fa. Gli chiedo, per così dire, di rendersi contemporanei.
Può fare un esempio?

Se leggo le vicende di Abramo, e di come, alla prima carestia in terra di Canaan, decide di andare in Egitto, e di nascondere la sua identità di marito di Sara, allora io gli chiedo: “Abramino, hai fatto tanta strada per arrivare in Israele e poi alla prima carestia te ne vai in Egitto?” Glielo domando, e lui mi deve spiegare, mi deve parlare di cosa lo ha spinto, dei problemi che ciò ha provocato con sua moglie, e di perché una semplice carestia lo abbia convinto a lasciare la sua terra. Come vede, in questo modo la storia del passato diventa estremamente attuale. Le racconto questa storia vera: un mio conoscente mi dice che, dopo il 7 ottobre, molti israeliani di origine italiana hanno lasciato il Paese, e sono andati a vivere nella provincia italiana, in Piemonte. All’inizio la popolazione locale li ha accolti con simpatia, ma poi le cose si sono complicate, i pregiudizi sono emersi, e ora molti non vogliono più quella presenza, che dà fastidio. E allora mi domando ancora: “Abramino, mi spieghi perché si può commettere un errore come questo? Lasciare la propria terra nei momenti di difficoltà?”. Ecco, in due parole, la mia ermeneusi. Se si pensa di leggere la Torah ottenendone qualcosa di utile, ci si sbaglia. La Torah non è utile, ma attuale, è importante per noi. È la nostra carta d’identità, in essa troviamo i caratteri della nostra cittadinanza, per così dire, di ebrei. La Torah è la nostra Costituzione, in base alla quale andrebbe costruita la nostra residenza nella terra d’Israele. Le faccio un altro esempio di ermeneusi. Quando gli esploratori furono mandati da Mosè in avanscoperta nella terra di Canaan (Numeri, 13, 1), ritornarono portando frutta rigogliosa. Ma perché agirono così? Volevano dimostrare che i popoli che abitavano quella terra, popoli di giganti e terribili, avevano edificato una società prosperosa e ricca. Gli esploratori si erano perciò convinti che fosse inutile costituire una società diversa da quella di quei giganti perché, così dissero al popolo, i giganti “sono più forti di Lui”. Naturalmente sbagliavano, perché quando poi gli ebrei in terra di Canaan ci arrivarono per davvero, scoprirono che la terra era molto meno fertile di quello che avevano sperato, e che in realtà, di per sé, è una terra arida, che però può diventare ricca soltanto se noi ebrei saremo in grado di costruirci sopra una società giusta, quella che io chiamo “l’economia di giustizia”.
Nelle sue lezioni partecipano molti studenti non ebrei. Secondo lei cosa li attira?

Una volta ho fatto la stessa domanda a mia moglie, che mi ha risposto: “è la tua voce che li attira”. Mi sembra quasi di ascoltare mio padre, quando, sorridendo e prendendomi un po’ in giro, commentava con il suo yiddish che dovevo essere molto bravo, se così tanti “gentili” (non ebrei, n.d.r.) seguivano le mie lezioni. A parte questa battuta, credo che in generale nel mondo esistano quelli che vengono chiamati Tzadikè haOlam, i giusti fra le nazioni del mondo. Ne abbiamo un cenno anche nella Torah. Quando, all’inizio del libro di Shemot (Esodo, 1,1), è detto ciascuno ebreo fece ingresso in Egitto “con la propria famiglia”, alcuni commentatori interpretano: “fecero ingresso con un aiuto”, ossia: stava per cominciare un tempo talmente duro per il nostro popolo, che Qadosh Baruch Hu ha aggiunto a loro sostegno i giusti tra le nazioni, che lo avrebbero aiutato a sopravvivere.
Come è possibile non perdere la speranza di fronte a tanto disordine?
Ecco un’altra buona domanda…non lo so. È difficile a volte non perdere la speranza. Dobbiamo sperare di incontrare questi giusti fra le nazioni. Un po’ ce ne sono, e se vuole le mie lezioni ne sono la prova, anche per la costanza con cui tanti non ebrei le seguono, nonostante che io qualche volta un po’ “maltratti” i miei studenti. D’altra parte, avvicinarsi al popolo ebraico significa accettare questo popolo. È quello che fa Ruth (donna moabita che rappresenta coloro che si convertono all’ebraismo, n.d.r.), la quale, nonostante le resistenze di sua suocera Noemi, le dice che le rimarrà vicina perché “il tuo popolo è il mio popolo”. Per prima viene la vicinanza al popolo ebraico, e poi la vicinanza al suo Dio. Se vogliamo concludere con una battuta di spirito, le confesso che quando vado nella sinagoga che frequento regolarmente, vengo spesso accolto con queste parole: “Lei per noi è una presenza importante, peccato che le persone che l’accompagnano spesso non ci aiutano a formare il minian…” (il minian indica il numero di dieci ebrei maschi necessari per pronunciare alcune preghiere, n.d.r.). Il fatto che ci siano non ebrei che vogliano seguire le mie lezioni e che si interessino della Torah in fondo è la nostra speranza: che ci siano ancora molti uomini e donne non ebrei che insieme a noi sperano in un futuro migliore.
Chi volesse avere informazioni sulle lezioni settimanali di Haim Baharier (sulla porzione di Torah e sul commento all’Esodo) può scrivere a: info@lechlecha.me
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