Cerca
Close this search box.

Il naso etrusco, Cyrano e Elly Schlein

Una frase estrapolata da un’intervista ha generato polemiche e critiche, che fanno perdere di vista un tema generale: il rischio degli eccessi identitari

 

Elly Schlein

Tutto ha inizio da un’intervista concessa da Elly Schlein a TPI, The Post Internazionale, che nelle intenzioni doveva servire a denunciare gli attacchi dei social contro il suo “naso ebreo Schlein”.  “Si è attivato un vero e proprio esercito di odiatori che parte dal mio naso e dal mio cognome per esprimere ignobili sentimenti antisemiti. Gli stereotipi sono quasi sempre ingannevoli”.

Posso dire che la risposta della Schlein non mi è piaciuta per nulla?

“Per quanto sia orgogliosissima del lato ebraico della mia famiglia paterna”, ha detto, “io non sono ebrea, perché come sapete la trasmissione avviene per linea matrilineare. Ma la cosa più folle è il dibattito sul mio naso. Perché non è un ‘naso ebreo Schlein’ che ho ereditato da mio padre, come scrivono i razzisti nella rete. È un naso tipicamente etrusco”. Invece di ignorarli o mandare a stendere gli odiatori con un moto di ribrezzo, la Schlein si è arroccata sulle posizioni della più ligia ortodossia, quando invece oggi sarebbe per tutti opportuno un passo in avanti nella battaglia contro gli eccessi identitari che affliggono non solo il nostro piccolo mondo ebraico. Il suo scivolone è stato male interpretato e altrettanto malamente contestato.

Golda Meir

A ciascuno il suo naso. Mio padre sorrideva del suo, dicendo che era “deragliato”. Gli assomiglia il mio, anche se per fortuna i segni del deragliamento sono meno vistosi. Del proprio naso ognuno ha diritto a sorridere, anche a parlarne male, per evitare che altri male intenzionati ne facciano un uso distorto, come capitò a Primo Levi in risposta a Natalia Ginzburg, dopo aver letto il suo improvvido articolo Ebrei scritto dopo l’attentato di Monaco e la decisione di Golda Meir di non trattare con i terroristi.

Il Cyrano di Gigi Proietti (1985)

In quell’occasione Levi si appellò all’ultimo verso del famoso monologo del Cyrano di Rostand, che io rileggo spesso sempre pensando alla meravigliosa interpretazione che ne ha dato Proietti e si può agevolmente riascoltare in rete. Vorrei che la Schlein rileggesse con me e soprattutto con Gigi Proietti:

CIRANO È assai ben poca cosa!
Se ne potevan dire… ma ce n’erano a josa,
variando di tono. – Si potea, putacaso,
dirmi, in tono aggressivo: « Se avessi un cotal naso,
immediatamente me lo farei tagliare!»
Amichevole: «Quando bevete, dée pescare
nel bicchiere: fornitevi di un qualche vaso adatto!»
Descrittivo: «È una rocca! … È un picco! …Un capoaffatto…
Ma che! l’è una penisola, in parola d’onore!»
Curioso: «A che serve quest’affare, o signore?
forse da scrivania, o da portagioielli?»
Vezzoso: «Amate dunque a tal punto gli uccelli
che vi preoccupate con amore paterno
di offrire alle lor piccole zampe un sì degno perno?»
Truculento: «Ehi, messere, quando nello starnuto
il vapor del tabacco v’esce da un tale imbuto,
non gridano i vicini al fuoco nella cappa?»
Cortese: «State attento, che di cotesta chiappa
il peso non vi mandi per terra, a capo chino!»
Tenero: «Provvedetelo di un piccolo ombrellino,
perché il suo bel colore non se ne vada al sole!»
Pedante: «L’animale che Aristofane vuole
si chiami ippocampelofantocamaleonte
tante ossa e tanta carne ebbe sotto la fronte!»
Arrogante: «Ohi, compare, è in moda quel puntello?
Si può infatti benissimo sospendervi il cappello!»
Enfatico: «Alcun vento, o naso magistrale,
non può tutto infreddarti, eccetto il Maestrale!»
Drammatico: «È il Mar Rosso, quando ha l’emorragia!»
Ammirativo: «Oh, insegna di gran profumeria!»
Lirico: «È una conca? Siete un genio del mare?»
Semplice: «Il monumento si potrà visitare?»
Rispettoso: «Soffrite vi si ossequii, messere:
questo sì che vuol dire qualcosa al sole avere!»
Rustico: «Ohé, corbezzole! Dàgli, dàgli al nasino!
E un cavolo gigante o un popon piccolino?»
Militare: – «Puntate contro cavalleria!»
Pratico: «Lo vorreste mettere in lotteria?»
Ecco, ecco, a un di presso, ciò che detto mi avreste
se qualche po’ di spirito e di lettere aveste.
Ma di spirito, voi, miserrimo furfante,
mai non ne aveste un’oncia, e di lettere tante
quante occorrono a far la parola: cretino!
Aveste avuto, altronde, l’ingegno così fino
da potermi al cospetto dell’inclita brigata
servirmi tutti i punti di questa cicalata,
non ne avreste nemmeno la metà proferito
del quarto d’una sillaba, ché, come avete udito,
ho vena da servirmeli senz’alcuna riserva,
ma non permetto affatto che un altro me li serva.

Anche Gerard Depardieu ha interpretato il personaggio immaginato da Edmond Rostand

In corsivo i due versi che Levi rinfaccia a Natalia Ginzburg e alle sue critiche contro Golda Meir, citandoli in francese:

“Je me les sers moi-même, avec assez de verve/ Mais je ne permets pas qu’un autre me les serve”.

Sul mio naso semi-deragliato rivendico il diritto di scherzare, ma, nel mio piccolo, mi arrabbio se qualcuno delega i discendenti degli etruschi di Volterra a risolverlo. Troppo comodo.

Delphine Horvilleur

Il problema, oggi, riguarda gli eccessi identitari di tutta la società e dunque non riguarda solo la Schlein, ma anche noi che la critichiamo e i molti che hanno intenzione di votarla alle primarie. In breve, il problema va reimpostato in modo diverso: la debolezza e anche l’assurdità della sua replica consistono nel suo rivendicare la matrilinearità che proprio in questi anni è ridiscussa. Oltre alla tirade du nez, se vorrà guadagnarsi consensi in un mondo ebraico-italiano purtroppo disorientato e lontano dalla vita comunitaria quanto gli italiani lo sono dalle urne, legga la Schlein, ma anche chi l’ha criticata in modo strumentale, Pseudo di Romain Gary e il libro ultimo che Delphine Horvilleur, la rabbinessa parigina a quel libro di Gary ha dedicato.

uno dei libri pubblicati in Italia dalla Horvilleur

La Horvilleur con l’entusiasmo di Bergerac si batte da molti anni contro tutti gli eccessi identitari. I suoi libri e le sue idee non sono conosciute in Italia, come dimenticata è la tirade di Rostand. Una battaglia che la Schlein dovrebbe imparare a fare sua, rivendicando in modo nuovo e politicamente salubre il naso etrusco e deragliato del suo Papà.

Sarebbero, per tutti, respiri di sollievo e di libertà.

***

 

(Nota della Redazione: per chi volesse saperne di più, pubblichiamo l’estratto dell’intervista concessa dalla Schlein a Luca Telese su TPI il 3 febbraio scorso:

Da dove iniziamo a raccontare la storia di Elly?

(Sorride). «Dal mio naso, direi, ti va bene?».

E perché proprio dal naso?

Stefano Bonaccini e Elly Schlein si contenderanno la segreteria del PD alle primarie del 26 febbraio

«Perché è senza dubbio una parte importante del mio corpo. E da quando mi sono candidata è diventato due cose insieme: prima un simbolo. E subito dopo un bersaglio».

«Naso giudeo», scrivono ossessivamente sui social. Lei sarebbe finanziata da Soros per scalare il Pd.

«Magari. La verità è più semplice».

Quale?

«Si è attivato un vero e proprio esercito di odiatori che parte dal mio naso e dal mio cognome per esprimere ignobili sentimenti antisemiti. Ma vuoi sapere la cosa più bella?».

Certo.

«Gli stereotipi quasi sono sempre ingannevoli».

Cioè?

«Per quanto sia orgogliosissima del lato ebraico della mia famiglia paterna, io non sono ebrea, perché come sapete la trasmissione avviene per linea matrilineare. Ma la cosa più folle come ti dicevo è il dibattito sul mio naso».

Perché?

«Perché non è un “naso ebreo Schlein” che ho ereditato da mio padre, come scrivono i razzisti nella rete».

No? E da dove arriva, allora?

«È un naso tipicamente etrusco».

«Etrusco»?

«Sì, ho le prove. Mi arriva, con la fotocopiatrice, da mia madre. È un naso toscano, come lei».

Adesso inizio ad essere disorientato: Schlein è un cognome ucraino naturalizzato americano. Suo padre è americano ma si è trapiantato in Europa. Sua madre è toscana di Siena, ma lei è cresciuta in Svizzera, per poi emigrare a Bologna.

«Hai ragione, è una storia bella appassionante e molto complessa. Ma è anche la storia che spiega meglio di ogni altra cosa chi sono io».

Ci arriviamo presto. Adesso ripartiamo dall’album di famiglia.

«È meno complicato di quello che sembra. Mio nonno veniva da Leopoli. Ma quando agli inizi del secolo scorso lui nacque, la città era ancora sotto l’impero austroungarico. Poi è diventata Polonia, oggi è Ucraina. Si chiamava Schleyen».

E poi cosa accade?

«Arriva da emigrante ad Ellis Island e gli americani gli cambiano il nome in “Schlein”, più facile.

Quindi lei, a proposito di cliché, non viene da una ricca famiglia ebraica.

«Macché! Mio nonno si è spaccato la schiena per dare un futuro migliore ai suoi figli ma è morto presto».

Cosa faceva?

«All’arrivo era sarto. E poi ha gestito un chiosco di generi alimentari vendendo caramelle e giornali. Quindi si è trasferito nel New Jersey. Non ha mia più rivisto i suoi parenti più cari».

Perché?

«Il resto della sua famiglia che è rimasta a Leopoli è stata sterminata dai nazisti dopo le leggi razziali».

Nessun superstite?

«Nessuno. Io e mio padre siamo andati nel 2018 in Polonia a cercarli con le loro foto e non abbiamo più trovato nessuno. Sono stati tutti spazzati via dall’Olocausto».

3 risposte

  1. Bravo Alberto! Ciò che scoraggia nelle parole della Schlein è la logica distorta che impiega per difendere il suo naso… e la sua arianità dai razzisti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi:

L'ultimo numero di Riflessi

In primo piano

Iscriviti alla newsletter