I “casi” De Luca e Nevo: contro le censure
Due episodi avvenuti nei giorni scorsi mettono al centro la questione delle intolleranze contro la cultura

Il 2 marzo 2022, una decina di giorni dopo l’attacco di Putin all’Ucraina, e l’inizio di una guerra che dopo quattro anni dura ancora, l’Università Bicocca di Milano aveva deciso di annullare il corso che Paolo Nori, scrittore ed esperto di letteratura russa, avrebbe dovuto tenere nell’ateneo su Fedor Dostoevskij. Di fronte all’ondata di polemiche scatenate dall’annuncio, l’ateneo ci aveva ripensato, anche per l’intervento del Ministero dell’istruzione, confermando il seminario. Nori, indignato, aveva comunque rinunciato. Era sembrato un incidente di percorso, Dostoevskij era morto da un pezzo e tirarlo in ballo, in quanto russo, era sembrato un accidente della cronaca, nemmeno degno di finire nella storia. Non ci si era accorti di cosa si stava profilando, tra gli effetti collaterali dei conflitti sulla scena dell’est europeo e del Medio Oriente.
Nel frattempo quanti avevano pensato di mettere la letteratura nel mirino per manifestare la propria scelta di campo tra i protagonisti delle guerre in corso avevano affinato la mira. E negli ultimi mesi, abbandonato forse per noia il fronte russo ucraino, si sono concentrati su Israele. Materia ce n’era, dopo la devastazione di Gaza, le imprese dei coloni messianici contro i palestinesi in Cisgiordania, le azioni militari in Libano contro Hezbollah e in Iran, le iniziative e le prese di posizione di Netanyahu e di membri del suo governo, Ben Gvir e Smotrich in particolare. Boicottaggi ne erano stati annunciati molti ma nessuna sanzione è stata in questi mesi adottata dalla Ue, non è mai cessato l’acquisto di armi e tecnologie militari da Israele. A farne le spese è stata invece la cultura, la libertà di espressione, la ricerca del mondo accademico. Stavolta non sono state più le opere di scrittori ormai scomparsi a finire nel mirino dei social e di movimenti di opinione vicini alla sinistra – la destra, si sa, è da sempre meno interessata alla cultura, a parte alcuni intellettuali di rilievo i suoi esponenti l’hanno vissuta con sospetto, come un’area sotto il governo “degli altri”; stavolta il veto si è spostato direttamente su autori vivi. Due in particolare, Erri De Luca e lo scrittore israeliano Eskhol Nevo.

De Luca, pur non credente, da anni è uno studioso della cultura ebraica, ha imparato da autodidatta l’ebraico antico e lo yiddish, ha tradotto vari libri dell’Antico Testamento e scritto numerosi libri di successo. Fino a poco tempo fa era un idolo dei lettori di sinistra. Fino a poco tempo fa, appunto. Fino a quando a maggio, in visita a Gerusalemme per partecipare all’International Writers Festival, in un’intervista a Israel Hayom, uno dei giornali più letti del Paese, ha detto che era improprio, una distorsione storica e verbale definire quanto accaduto a Gaza un “genocidio”, e che non aveva imbarazzo a definirsi sionista, precisando di intendere il sionismo come il riconoscimento del diritto di Israele a esistere come patria nazionale del popolo ebraico.
Immediatamente è scattato il fuoco di fila: De Luca è stato oggetto di minacce e insulti, sui social più d’uno, tra gli antichi estimatori, ha annunciato addirittura di voler bruciare pubblicamente i suoi libri. Non bastando, il carico ce l’hanno messo gli organizzatori del festival Salerno Letteratura, decidendo di non affidargli più la prolusione inaugurale, a causa – hanno spiegato – delle sue dichiarazioni, ritenute “divisive” rispetto all’identità culturale dell’evento. È scoppiata la polemica, alcuni scrittori hanno annunciato il loro ritiro dalla manifestazione in segno di solidarietà con De Luca, molti commentatori hanno parlato di censura, altri hanno difeso la scelta del festival.
Il polverone su questa vicenda non ha fatto in tempo a depositarsi che è scoppiato un altro caso. Protagonista involontario e vittima designata Eskhol Nevo, invitato a partecipare a metà luglio al festival Il Libro Possibile a Polignano a Mare, in Puglia. All’annuncio della sua presenza, è partito in rete un appello in cui è stata definita inconcepibile la decisione di “ospitare in una delle principali rassegne culturali pugliesi sostenute anche dalla Regione, un autore considerato vicino all’impianto culturale e politico del sionismo israeliano”. Di fronte al fatto che Eskhol Nevo sia sempre stato critico verso l’attuale governo di Benjamin Netanyahu i firmatari dell’appello hanno fatto spallucce, eh sì, ma “non ha mai condannato il genocidio di Gaza, il massacro di migliaia e migliaia di persone innocenti, la strage dei bambini”.

Nutrito e di rilievo, almeno per il territorio pugliese, il parterre degli aderenti all’appello: tra loro Laura Marchetti, antropologa, docente universitaria ed ex sottosegretaria all’Ambiente; Giovanna Iacovone, vicesindaca di Bari; Manuel Minervini, neo eletto sindaco di Molfetta; Vito Micunco, esponente della Rete dei comitati per la pace di Puglia. A suscitare scalpore anche la firma, accanto ad amministratori ed esponenti del mondo culturale regionale, di autorevoli rappresentanti della Chiesa come don Michele Stragapede, parroco di Terlizzi, e soprattutto padre Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo.
A nulla è servito ricordare a questi incrollabili censori che Nevo da anni scrive e manifesta contro il governo Netanyahu, sarebbe bastato scorrere il diario pubblicato dal novembre 2023 a puntate sul Corriere della sera .
Sarebbe bastato, almeno per l’arcivescovo, ascoltare Nevo, giorni fa, a Bologna, la sua critica aspra del Ministro della sicurezza Ben Gvir, quello che ha sbeffeggiato i militanti della Flotilla: “Voglio essere chiarissimo su quel video, che ho rivisto, non solo provo vergogna ma questo ministro non rappresenta né me né i valori del mio paese né l’ebraismo. Tra quattro mesi nel mio Paese si vota, farò tutto ciò che è nelle mie possibilità – sono solo uno scrittore – affinché questo uomo non faccia più parte del governo. Doveva essere licenziato all’istante”. Ecco, non è bastato all’arcivescovo e nemmeno ai suoi compagni di firma, per loro anche Nevo va licenziato all’istante. Per fortuna la direttrice del festival Rosella Santoro ha deciso di confermare la presenza dello scrittore israeliano. E questo rende onore a Nevo, uno dei più autorevoli scrittori contemporanei, che non ha, nel merito dell’appello, nulla da farsi perdonare. Da sempre fierissimo oppositore del governo Netanyahu, ha scritto articoli, tenuto conferenze e incontri pubblici, caratterizzandosi come una tra le voci più attive dell’opposizione democratica israeliana. Eppure su di lui si sono concentrate le richieste di revocare l’invito, come se tutto ciò che ha fatto contro il governo Netanyahu non fosse sufficiente a garantirgli il diritto a partecipare a una iniziativa culturale.

La sensazione è che in questa vicenda abbia pesato un terribile pregiudizio, una sorta di lettera scarlatta. Non è stato ritenuto sufficiente essere oppositore del governo di Israele, per i firmatari dell’appello pugliese un israeliano o un ebreo è sospetto a prescindere dalle sue idee, dalle sue scelte, dalla propria storia personale, sconta una responsabilità collettiva.
La libertà di pensiero e di opinione degli intellettuali dovrebbe essere un bene intangibile e invece da tempo si sta manifestando una tendenza preoccupante: se uno scrittore, uno studioso, un artista, non si allinea a un determinato orientamento, subito parte l’assalto a delegittimarlo, a denigrarlo e, se riesce il colpo, a impedirgli di parlare.
Occorre accendere i riflettori, illuminare le zone buie delle menti. La cultura, lo studio, la ricerca, l’arte, la scrittura, rappresentano le forme più degne della civiltà e del pensiero umano. Se arriva la ghigliottina della censura a soffocare, in nome delle ideologie, la pluralità intellettuale tipica delle società liberali sarà il trionfo della barbarie.
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