Ariela Di Gioacchino: un’italiana a capo degli studenti ebrei del mondo

L’ebraismo italiano mostra di possedere risorse e qualità per guardare con ottimismo al futuro

Ariela, da poche settimane l’assemblea generale del doppia WUJS ti ha eletto presidente dell’organizzazione mondiale degli studenti ebrei. Innanzitutto, parlaci un po’ di te.

Sono nata a Roma nel 1998. Ho acquisito una laurea triennale, a Roma, in Scienze dell’Amministrazione e relazioni internazionali, e una seconda laurea, in relazioni internazionali, a Bologna. Negli ultimi due anni e mezzo ho vissuto a Bruxelles, lavorando come Policy officer per l’European Union of Jewish Students (EUJS). Nel frattempo, nel dicembre 2023 sono stata eletta nel Consiglio Esecutivo dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia (UGEI) per il biennio 2024/25, svolgendo la  funzione di segretario. Nelle prossime settimane mi trasferirò a Tel Aviv per svolgere tempo pieno le mie funzioni di presidente di WUJS.

Di che si occupa questa organizzazione?

L’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei (World Union of Jewish Students, WUJS) esiste da più di 100 anni, e ha l’obiettivo di rappresentare gli studenti ebrei nel mondo. Attualmente opera in oltre 40 paesi, collaborando, in ciascuno di essi, con le organizzazioni nazionali presenti. In Italia, ad esempio, il punto di riferimento e l’UGEI. Insieme lavoriamo per promuovere i diritti dei giovani ebrei e favorire un dialogo sia volto a favorire la conoscenza reciproca, sia a sviluppare un maggiore dialogo tra Israele e diaspora. Il nostro obiettivo è anche quello di far sentire la nostra vicinanza a quegli studenti che, in giro per il mondo, vivono in realtà dove la presenza ebraica è minore. Infine, il Presidente della WUJS ricopre di fatto anche il ruolo di Vice Presidente del World Jewish Congress. Si tratta quindi di una responsabilità particolarmente rilevante, che implica il dovere di far emergere e difendere la voce dei giovani all’interno di contesti in cui, non di rado, rischia di essere del tutto marginalizzata o ignorata.

Tu provieni da una piccola realtà, quella del mondo ebraico italiano. Eppure sei riuscita a proiettarti fino alla Presidenza di un’organizzazione internazionale che ha rapporti in tutto il mondo. Ci spieghi come hai fatto a ottenere un successo così importante?

Innanzitutto ho fatto palestra dentro l’UGEI. Nonostante sia una piccola realtà, che opera con risorse molto limitate, in questi anni l’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia ha  saputo farsi conoscere ed apprezzare da tantissime organizzazioni sia a livello europeo che internazionale. Non parliamo solamente di organizzazioni giovanili, ma anche di partner strategici come il World Jewish Congress e l’American Jewish Committee. I risultati ottenuti  le hanno fatto acquisire un riconoscimento generale, al punto che oggi può competere con altre organizzazioni che, sia come membership che come risorse, hanno numeri molto maggiori di quelli italiani. Quanto a me, mentre ero nel Consiglio Esecutivo dell’UGEI, lavoravo in EUJS, l’organizzazione europea degli studenti ebrei. Si tratta di un contesto in cui gli ebrei italiani sono sempre stati estremamente attivi: ad oggi, ad esempio, Ioel Arturo Roccas (già Vice Presidente UGEI 2024-2025) ricopre la carica di Vice Presidente, mentre Joshua Bonfante (già Vice Presidente UGEI 2022-2023) lavora come Programme Officer. Per questo motivo, potendo contare sul supporto di organizzazioni così rilevanti nel contesto europeo e internazionale, una volta presentata la mia candidatura ho potuto contare sulla fiducia condivisa dei membri, venendo eletta all’unanimità.

Come guarda il mondo ebraico della diaspora a una realtà particolare e piccola come quella l’ebraismo italiano?

Ogni volta che entro in contatto con altre comunità ebraica della diaspora, in generale ricevo una grandissima attenzione e curiosità nei confronti del fatto che io sia una ebrea italiana. Molti ebrei dell’estero, infatti, non sono consapevoli dell’esistenza di un ebraismo italiano con una propria specificità storica e culturale: spesso non sanno, ad esempio, che l’ebraismo italiano possiede minhagim propri e che non è riconducibile né alla tradizione ashkenazita né a quella sefardita, ma rappresenta una realtà autonoma, con una propria identità. E poi, comunque, ci sono sempre le eccezioni, ossia giovani ebrei che conoscono molto bene la nostra realtà e che ne sono affascinati.

Oggi gli studenti ebrei, che studiano l’Italia, devono temere per la propria sicurezza?

Soprattutto negli ultimi due anni abbiamo riscontrato una serie di incidenti che non possono lasciarci indifferenti, situazioni nelle quali gli studenti ebrei hanno vissuto momenti di enorme stress ed hanno visto il loro diritto allo studio violato. Dopo il 7 Ottobre 2023, la vita quotidiana di molti studenti ebrei  è cambiata radicalmente perché il clima nelle Università è cambiato radicalmente. In alcuni casi le ragioni sono evidenti: basti pensare alle tante manifestazioni dove si inneggiava ad una resistenza “dal fiume al mare”, o alle campagne volte a minimizzare completamente il dolore provato dopo il massacro del 7 Ottobre 2023. E’ importante ricordarsi che quelle piazze non erano piene di persone lontane dal nostro mondo, ma da ragazzi che frequentano le nostre università e che, in molti casi senza esserne coscienti, si sono prestati a slogan che rievocano tempi bui. C’è poi anche un altro fenomeno, più silenzioso ma non meno grave. Mi riferisco a comportamenti spesso difficili da individuare e da contestare apertamente che possono provenire sia da studenti sia da docenti e che contribuiscono a creare un clima teso. Si manifestano, ad esempio, attraverso battutine che richiamano a stereotipi, l’imbarazzo davanti alla frase “sono ebreo”, e la chiusura nel trattare il tema di Israele da una prospettiva diversa da quelle offerte sui social media.

In generale, registriamo un fenomeno di progressivo isolamento degli studenti ebrei nelle università, che va monitorato con attenzione. Inoltre, vorrei segnalare che la stessa preoccupazione, se non maggiore, va rivolta agli studenti dei licei.

Quali sono le linee programmatiche della tua Presidenza?

Poiché WUJS rappresenta gli studenti ebrei in tutto il mondo e ha rapporti con le organizzazioni che operano sul territorio dei singoli paesi, le priorità sono numerose e anche diverse tra loro. Prima di tutto, dato che qui in Europa siamo molto fortunati a poter contare sull’European Union of Jewish Students, la mia priorità sarà guardare alle esigenze degli studenti ebrei che operano soprattutto fuori dall’Europa. Un altro obiettivo è quello di rafforzare la sua stabilità dell’organizzazione e garantirne una sostenibilità nel futuro. Infine, mi piacerebbe creare nuovi spazi (sia online che in presenza) in cui i ragazzi ebrei di tutto il mondo possano scambiarsi esperienze, condividere le loro tradizioni, il loro approccio all’ebraismo. In questo ambito, naturalmente, si colloca anche rapporto fra diaspora e Israele.

Questo è un tema delicato, perché, soprattutto negli ultimi due anni, molte volte abbiamo ascoltato voci che sostenevano che gli ebrei della diaspora non potessero criticare la politica di Israele. Qual è la tua opinione al riguardo?

La mia esperienza fuori dai confini nazionali mi ha fatto comprendere come le diverse comunità della diaspora interagiscano con Israele in maniera anche molto diversa. In alcune realtà ho percepito un clima in cui molti giovani della diaspora hanno sentito che il proprio sostegno alla società israeliana talvolta non fosse pienamente riconosciuto o valorizzato. Ne è derivata la sensazione che, pur condividendo la stessa tragedia, Israele abbia fatto fatica a riconoscere fino in fondo quanto quella ferita, sebbene vissuta da lontano. abbia attraversato anche le nostre vite… Io credo che, a livello politico, ogni comunità abbia diritto di agire e di esprimersi nel modo che ritiene più opportuno. Il mio obiettivo, come presidente di WUJS, è quello di cercare di ridurre questa distanza, in special modo avvicinando gli studenti in giro per il mondo alla realtà della società civile israeliana. Si tratta di lavorare perché due mondi, a volte molto diversi, tornino ad avvicinarsi.

E per quel che riguarda l’ebraismo italiano? Ritieni che le istituzioni ebraiche facciano a sufficienza per tutelare i giovani ebrei italiani?

Per la mia esperienza posso dire che le istituzioni ebraiche, sia a livello nazionale che locale, hanno un fortissimo e sincero desiderio di costruire un futuro ebraico per il nostro paese. C’è dunque molta voglia di fare. Purtroppo, conosciamo anche quali sono i nostri punti deboli. Nelle piccole comunità la presenza dei giovani è sempre più scarsa e anche le grandi comunità subiscono un calo demografico. In generale, il mio suggerimento è questo: occorre fidarsi di più dei giovani ebrei italiani. In fondo, se si vuole costruire il futuro, si deve necessariamente passare da loro.

Leggi tutto il numero di febbraio: Riflessi febbraio 2026 (2)

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