Il pericolo maggiore? Fare dell’antisemitismo un terreno di lotta politica
Gadi Luzzatto Voghera interviene sul dibattito su una nuova legge sull’antisemitismo
Gadi, a che livello è arrivato l’allarme antisemitismo nella nostra società?

I dati elaborati dall’osservatorio sull’antisemitismo costituito presso il Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec), che stanno alla base del prossimo rapporto che presenteremo alla fine di questo mese, mostrano ancora una crescita importante del fenomeno. I dati raccolgono le segnalazioni ricevute, che come sappiamo descrivono solo in parte la grandezza dell’antisemitismo; ciò nonostante, la crescita è evidente e visibile, tant’è che probabilmente questa evidenza ha dato vita ai vari disegni di legge oggi in discussione in Parlamento. Segnalo in particolare con preoccupazione la crescita delle aggressioni fisiche, che costituisce un assoluto inedito nel nostro paese. Per fortuna, per quel che riguarda l’Italia, abbiamo ancora violenze contenute, mentre altrove sappiamo che la situazione è molto peggiore; tuttavia i dati vanno letti con preoccupazione. In generale, il rapporto evidenzia anche una forte pressione che si esprime attraverso l’uso di un linguaggio antisemita in molte forme, e che ormai si fa difficoltà a contenere, nonostante da oltre un anno l’Italia si sia dotata di una nuova strategia contro l’antisemitismo. La mia impressione è che oggi si faccia fatica a contrastare il fenomeno perché innanzitutto non si sa come descrivere l’antisemitismo, una difficoltà che conseguentemente ne produce altre sul piano dell’impegno a lottare contro di esso.
Quali dovrebbero essere a tuo avviso le misure più adeguate da adottare per contrastare questo crescente antisemitismo?

Mi sembra che la strategia per la lotta all’antisemitismo che citavo prima, che ha un suo senso e la sua ragion d’essere, abbia innanzitutto bisogno di tempo per essere attuata, e di risorse per metterla in campo. Al contrario, essa sembra chiusa in un in un cassetto in qualche ufficio della Presidenza del consiglio. È stata emanata, ma non ha un proprio budget a disposizione, per cui gli attori istituzionali coinvolti dovranno lavorare presso i vari ministeri coinvolti, per sollecitarli a impegnare spese in tal senso. Ricordo che attualmente la strategia nazionale si compone di oltre 60 azioni di intervento: come si comprende delineano un impegno importante, che non può essere attuato senza adeguate risorse. E poiché le cose procedono a rilento, ecco che il legislatore deve essersi convinto di passare a una soluzione diversa, ossia di approvare una legge che riesca a realizzare quello che al momento la strategia fatica a ottenere.
A tuo avviso quindi una legge sull’antisemitismo oggi è necessaria?
A mio avviso no, non lo è. Poiché però ho pieno rispetto del Parlamento, se questo riterrà che l’antisemitismo sia un tema da affrontare attraverso una legge, allora credo che dovremo prenderne atto e dare il nostro contributo per fare in modo che la legge sia la migliore possibile.
Attualmente ci sono almeno tre disegni di legge a riguardo: a firma Gasparri, Scalfarotto, Del Rio. E un quarto è annunciato in arrivo da parte del partito democratico.
Tutti i disegni di legge depositati citano la strategia per la lotta all’antisemitismo elaborata dal coordinatore nazionale; ma la mia impressione è che nessuno di questi conosca in pieno ciò di cui parla. La strategia esiste, ma come ho detto prima non viene conosciuta e tantomeno studiata. Il risultato è che questi disegni di legge spesso prevedono sanzioni e azioni che si sovrappongono a quelle del coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo e al suo staff. Ho inoltre un’altra perplessità.
Quale?

Temo che, anche sulla base dell’esperienza passata, se in Parlamento non si formerà una volontà trasversale e condivisa, arriveremo al risultato di un’approvazione a maggioranza, ossia che sull’antisemitismo si possa innestare una lotta politica. È un rischio di cui non abbiamo assolutamente bisogno. L’emergenza antisemitismo c’è, l’ebreo come tale, o che è identificato come tale, oggi si sente a ragione minacciato. Non abbiamo quindi bisogno di assistere, su questo tema, a uno scontro verbale politico. Approvare un disegno di legge sull’antisemitismo senza aver raggiunto la condivisione ampia fra tutte le forze politiche può essere controproducente. Certo, non mi nascondo che tale rischio è alimentato anche dal fatto che a sinistra si litighi molto, al proprio interno, sull’opportunità di presentare un testo sull’antisemitismo e sul suo contenuto.
Un altro tema molto discusso e se un disegno di legge sull’antisemitismo debba fare propria la dichiarazione IHRA.
Anche qui dobbiamo fare chiarezza. La working Definition dell’IHRA, che io considero avere molti pregi e qualche difetto, si autodefinisce come una dichiarazione che non serve per essere tradotta in un atto normativo, cioè in una legge. Piuttosto, essa è uno strumento utile a comprendere e combattere il fenomeno dell’antisemitismo, e come tale è stata fatta propria dalla strategia europea contro l’antisemitismo e dalle varie strategie nazionali. Come vedi, la dichiarazione IHRA è sì importante, ma non perché recepita da un testo di legge.
Se alla fine il Parlamento arrivasse a votare una legge sull’antisemitismo, a tuo avviso che caratteristiche dovrebbe avere?

Voghera (Sugli ebrei, 2024m Bollati Boringhieri)
Ti dico innanzitutto cosa non dovrebbe prevedere. Una legge del genere non dovrebbe contenere nessuna sanzione penale. L’antisemitismo infatti va combattuto innanzitutto su altri piani. Inoltre essa dovrebbe prevedere un finanziamento adeguato. Non possiamo più continuare a ragionare sui massimi sistemi affidandoci alla buona volontà dei vari attori coinvolti. Dobbiamo invece investire sull’educazione, la formazione e la prevenzione e la prevenzione. Da questo punto di vista, il disegno di legge presentato dall’onorevole Del Rio, se non altro, individua due elementi interessanti. Il primo è quello che insiste sull’importanza di intervenire sul sistema educativo nazionale, anche a livello universitario. Questo significa, ad esempio, finanziare corsi di laurea e percorsi di conoscenza universitari, rompendo una tendenza che va nel senso della loro diminuzione. Il secondo elemento è lavorare contro la diffusione dei linguaggi di odio, soprattutto attraverso le piattaforme digitali. Anche qui, vorrei però denunciare un problema serio.
Quale?
L’ autorità che in Italia è preposta a combattere la diffusione dei linguaggi d’odio nel mondo digitale e l’autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCOM). Purtroppo, da oltre un anno la mia esperienza è stata che non solo l’AGCOM è inerte rispetto a tutte le iniziative che dovrebbe prendere al riguardo, ma essa è apertamente ostile a interventi diretti che combattano l’antisemitismo. Il Cdec, per esempio, ha chiesto più volte di essere accreditato come soggetto privilegiato nell’individuazione e nella segnalazione di tutti i linguaggi d’odio che corrono sul web; eppure non abbiamo ottenuto ancora alcun risultato. Non so quali siano le cause di questa avversione, ma registro che essa ha prodotto una immobilità pressoché totale.
In conclusione, da dove dovrebbe cominciare una seria azione di prevenzione e di lotta dei linguaggi d’odio e dell’antisemitismo?

Gli strumenti penali esistono, e sono quelli contenuti nel codice penale, così come modificato negli ultimi anni. Piuttosto ribadisco che l’urgenza è quella di rendere sensibili tutti quei soggetti che poi, nella vita quotidiana, hanno la responsabilità di combattere l’antisemitismo. Penso alle forze dell’ordine, alla magistratura giudicante, a quella requirente. Spesso tali soggetti non sono attrezzati in modo sufficiente per comprendere il fenomeno dell’antisemitismo e per reagire contro di esso. Le risorse di cui c’è bisogno, ad esempio, dovrebbero essere impegnate per corsi obbligatori che aiutino gli operatori della giustizia e della sicurezza pubblica a conoscere il fenomeno, a individuarlo e a combatterlo. Al contrario, oggi succede che spesso un discorso d’odio contro gli ebrei, se denunciato, porti a una sentenza che, nel migliore dei casi, derubrica il fatto a un’ipotesi generica di minacce, oppure a una archiviazione perché si ritiene che sia un’espressione della libera manifestazione del pensiero. È grave, in un paese che appena ottant’anni fa fece dell’antisemitismo una priorità dello Stato. Non dobbiamo dunque abbassare la guardia contro gli allarmi che ci arrivano sempre più numerosi. Un’azione culturale efficace è il primo impegno che dobbiamo prendere nella lotta all’antisemitismo.
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