Tre anni dopo
Siamo al terzo anno dalla più grande tragedia che abbia colpito il popolo ebraico dalla Shoah.
E tra poco si vota.
Nessuno di noi, qui in Israele, ha certo dimenticato quel sabato mattina. Lo sgomento. Le notizie che arrivavano una dopo l’altra. La sensazione che quello che stavamo vedendo non potesse essere vero.
A me è tornata in mente un’altra sera: quella dell’assassinio di Yitzhak Rabin.
Ricordo i ragazzi, giovanissimi, seduti per terra in Piazza dei Re d’Israele, il luogo del delitto, ad accendere candele e a piangere, disperati.
Era il 4 novembre 1995.
Un mese prima, il 5 ottobre, Benjamin Netanyahu aveva parlato dal balcone di Piazza Sion, a Gerusalemme, durante una grande manifestazione indetta contro gli accordi di Oslo. Nella folla circolavano anche immagini di Rabin in divisa delle SS.
Sette mesi dopo Netanyahu sarebbe diventato primo ministro.
Shimon Peres, che quella sera era stato sul palco con Rabin e con lui aveva cantato Shir ha Shalom, la Canzone della pace, aveva perso per un soffio le elezioni del 1996.
Sono passati trent’anni.
Netanyahu è rimasto, è caduto, è tornato. Sempre sicuro di sé, aggressivo, maestro del divide et impera.
La speranza di una pace possibile ha cominciato a spegnersi proprio in quegli anni, insieme al rallentamento del processo di Oslo.
Ho abbastanza anni per ricordare il Netanyahu degli inizi. Giovane, brillante, sicuro di sé, quasi una versione israeliana di Kennedy. Una giovane moglie, due bambini biondi, un’immagine perfetta.
Yitzhak Shamir, uomo della destra israeliana e suo predecessore alla guida del Likud, anni dopo lo avrebbe definito con parole durissime: «l’angelo della distruzione».
Aveva visto qualcosa del suo modo di fare politica, del suo straordinario potere divisivo.
Poi ci è piombato addosso il 7 ottobre.
Che Netanyahu sapesse o non sapesse esattamente quello che stava per accadere non è, per me, il punto centrale.
Il punto è che per anni il premier si era convinto che Hamas potesse essere contenuto. Che la calma potesse essere comprata. Che il denaro del Qatar destinato a Gaza servisse a mantenere un equilibrio. Che l’occupazione potesse continuare per sempre, gestendo il conflitto senza risolverlo.
Era una convinzione.
Ed era sbagliata.
Il 7 ottobre quella convinzione è crollata insieme a tutto il resto: civili e soldati uccisi, donne e uomini vittime di violenze sessuali, bambini, giovani e anziani rapiti e portati a Gaza.
Poi è arrivata la guerra. Una guerra di distruzione senza fine.
E con la guerra, anche un’ondata di antisemitismo nel mondo che non era certo nata allora, ma che ha trovato nuovi argomenti, nuove immagini, nuove giustificazioni.
Netanyahu non ha mai assunto la responsabilità politica di ciò che è accaduto. Non si è dimesso. E il suo governo non ha istituito quella commissione statale d’inchiesta che da anni viene chiesta dalle famiglie delle vittime, degli ostaggi e da una larga parte dell’opinione pubblica.
Eppure è ancora al potere.
Come può essere?
Me lo chiedo spesso.
Mi è difficile immaginare che possa vincere ancora e continuare a erodere ciò che resta della nostra già fragile democrazia, del Paese che abbiamo conosciuto.
Una delle spiegazioni è che intorno a Netanyahu sia cresciuto anche un mondo mediatico che lo descrive come un uomo indispensabile.
Pochi giorni fa la giornalista di Haaretz Yasmin Levy riportava le parole di Erel Segal, giornalista vicino a Netanyahu, che durante una trasmissione di Canale 14 ha dichiarato solennemente che il primo ministro è «il leader più importante di questo secolo» e che, se non vincerà, «l’Occidente non sopravviverà».
È questa la realtà parallela che viene costruita intorno a lui: Netanyahu come ultimo difensore di Israele, della civiltà occidentale, del mondo libero.
Intanto, proprio in questi giorni, i principali leader del cosiddetto blocco del cambiamento si sono incontrati per coordinarsi in vista delle elezioni. Hanno perfino costituito gruppi di lavoro comune per preparare la campagna e un possibile futuro governo.
Dicono di essere certi di poter vincere.
Io lo spero. Lo credo.
A volte mi sveglio di notte e penso a cosa succederà se Netanyahu vincesse ancora.
Ho paura.
E mi tornano in mente quei ragazzi delle candele.
Quelli seduti per terra in Piazza Rabin.
Oggi hanno quarantacinque, cinquant’anni. Sarebbe bello sapere per chi voteranno.
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