Contro il disordine mondiale una risposta è possibile
Alberto Pagani è docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna ed esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva
Da quasi cinque anni l’orizzonte geopolitico europeo è attratto suo malgrado dal conflitto russo–ucraino, mentre anche quello in Medio Oriente produce effetti diretti, sul piano energetico e commerciale, sulla nostra vita quotidiana. Siamo entrati in una stagione di guerra?

Sì, e credo sia utile dirlo senza giri di parole: la guerra è tornata a essere una dimensione ordinaria della vita internazionale, e l’Europa vi è già dentro, anche se non nella forma che la nostra memoria storica ci insegna a riconoscere. Siamo abituati a pensare alla guerra come a un evento che si dichiara, con un inizio e una fine, con fronti e trincee. Ma la guerra contemporanea si muove lungo un continuum che va dalla competizione alla coercizione, dal sabotaggio alla disinformazione, fino al conflitto armato vero e proprio. In quella zona grigia noi europei ci siamo da anni: la Russia conduce contro le nostre società una guerra ibrida e cognitiva fatta di campagne di manipolazione informativa, attacchi informatici, sabotaggi di infrastrutture, pressione energetica e strumentalizzazione dei flussi migratori. Il bersaglio non sono i nostri eserciti, ma la nostra coesione, la fiducia nelle istituzioni, la volontà di continuare a sostenere l’Ucraina. Poi c’è il Medio Oriente. La guerra contro l’Iran, iniziata alla fine di febbraio, è entrata nell’ottavo mese senza che si intraveda una soluzione diplomatica, e la chiusura intermittente di Hormuz ci ha ricordato che la globalizzazione poggia su pochi colli di bottiglia marittimi: quando uno di questi si chiude, il conto arriva alla pompa di benzina, nella bolletta, nei costi delle imprese. Per un Paese come l’Italia, che vive di trasformazione e di export e che sta al centro del Mediterraneo, non è uno scenario remoto. È la nostra quotidianità.
Fino a che livello noi europei potremmo esserne coinvolti?
Fino a che livello dipende soprattutto da noi. La deterrenza non è una questione di arsenali, è una questione di credibilità: funziona se l’avversario è convinto che siamo disposti e capaci di reagire. Il rischio più serio, oggi, è che Mosca interpreti la distrazione americana e le divisioni europee come una finestra di opportunità per mettere alla prova la solidarietà atlantica, magari con un’azione ambigua, sotto la soglia del conflitto aperto, ai confini orientali dell’Alleanza. Per questo la risposta non può essere solo militare. Serve un pilastro europeo della difesa dentro la NATO, ma serve anche la resilienza delle nostre società, che è la prima linea di difesa in una guerra che si combatte anzitutto nelle menti.
Gli Stati Uniti esprimono una presidenza che passerà alla storia, probabilmente non per le ragioni di cui si vanta Donald Trump: sotto la sua guida il disordine internazionale è aumentato, gli Usa si mostrano partner inaffidabili per l’Europa e anche per le monarchie del Golfo, lo storico legame con Israele sembra allentato, Trump non ha incontrato Netanyahu all’Onu. Che giudizio dai della presidenza Trump?

Credo che passerà alla storia come la presidenza che ha dissipato, in pochi anni, il capitale più prezioso accumulato dagli Stati Uniti in ottant’anni: la credibilità. La potenza americana dopo il 1945 non si è fondata soltanto sulla forza militare ed economica, ma su un sistema di alleanze nel quale gli alleati sapevano che cosa aspettarsi da Washington. Trump ha sostituito quella prevedibilità con una logica transazionale, in cui ogni rapporto è una trattativa e ogni impegno è revocabile. Il risultato paradossale di “America First” è un’America meno influente, perché un partner di cui non ci si può fidare viene trattato come un rischio da gestire, non come un alleato su cui contare. La guerra all’Iran ne è la dimostrazione più evidente. È stata avviata con obiettivi massimalisti, la decapitazione del regime e la sua caduta, ma senza una strategia di uscita. Il regime ha perso la sua Guida Suprema, eppure la struttura ha retto, e Teheran ha trasformato Hormuz nella propria principale leva negoziale. Dopo otto mesi Trump si avvicina alle elezioni di metà mandato con una guerra che non riesce a vincere né a chiudere. Le monarchie del Golfo, colpite da missili e droni iraniani, ne hanno tratto la loro conclusione: il patto di difesa collettiva firmato alla Mecca ad agosto da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan è, prima di tutto, un’assicurazione contro l’inaffidabilità americana. Quanto a Israele, la distanza presa da Trump nei confronti di Netanyahu all’Onu, a un mese dal voto, è un segnale politico che a Gerusalemme è stato letto con grande chiarezza. Non lo interpreterei però come una svolta strategica: è la conseguenza di un presidente che misura i rapporti sulla convenienza del momento e che, in questa fase, ha bisogno di chiudere fronti più che di aprirne di nuovi. Detto questo, sarebbe un errore per noi europei liquidare tutto come un’anomalia destinata a passare. Alcune richieste di Washington, a cominciare da quella di una maggiore responsabilità europea per la nostra difesa, sono precedenti a Trump e gli sopravviveranno. Il problema non è che l’America ci chieda di fare di più; è che lo faccia demolendo la fiducia che rende l’Alleanza efficace.
Tra poche settimane si vota per il rinnovo della Knesset, il parlamento israeliano. Sono le prime elezioni dopo il 7 ottobre del 2023. Come giudichi l’azione del governo Netanyahu negli ultimi tre anni?

Il giudizio non può che partire dal 7 ottobre. Quel giorno Israele ha subito il più grave fallimento di intelligence e di sicurezza della sua storia, e ogni democrazia, di fronte a un fallimento di quella portata, ha il dovere di chiedersi come sia stato possibile. Netanyahu ha fatto di tutto per evitare una commissione d’inchiesta statale indipendente, scaricando le responsabilità sui vertici militari e dei servizi, molti dei quali si sono dimessi assumendosi la propria parte. Lui no. Già questo dice molto del rapporto tra la sua sopravvivenza politica e l’interesse nazionale. Sul piano militare va riconosciuto che Israele ha ottenuto risultati tattici notevoli: Hezbollah è stato duramente colpito e la sua catena di comando decapitata, la capacità iraniana è stata gravemente ridimensionata. Ma la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, e qui sta il punto: a questi successi non è mai corrisposta una strategia politica. La “vittoria totale” promessa a Gaza non è arrivata, e la maggioranza degli israeliani, stando ai sondaggi, non crede più che arriverà. Gaza è stata ridotta a una catastrofe umanitaria che ha prodotto per Israele un isolamento internazionale senza precedenti, e ha consegnato a Hamas e all’Iran una vittoria sul terreno che conta di più nei conflitti contemporanei: quello della percezione e della legittimità. C’è poi la dimensione interna. Netanyahu governa grazie a una coalizione che dipende dall’estrema destra nazional-religiosa e dai partiti ultraortodossi, e questa dipendenza ha condizionato ogni scelta: l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, la resistenza sull’arruolamento degli ultraortodossi, il rifiuto di qualunque prospettiva per il “giorno dopo” a Gaza che contemplasse un’autorità palestinese. In questi tre anni la guerra è stata anche lo strumento con cui il premier ha rinviato il giudizio politico, e non solo politico, su sé stesso. In sintesi: un governo capace di vincere battaglie, ma incapace di trasformarle in sicurezza duratura.
Qual è, al momento, lo stato delle relazioni tra Israele e i Paesi arabi?
Sono relazioni attraversate da un paradosso. Sul piano degli interessi, Israele e buona parte dei regimi arabi sunniti condividono la stessa minaccia, l’Iran e la sua rete di milizie: la guerra di questi mesi, con i missili e i droni iraniani caduti sul territorio saudita e sulle infrastrutture del Golfo, avrebbe dovuto in teoria avvicinarli. Sul piano della legittimità, invece, Gaza ha reso la normalizzazione politicamente tossica per qualunque governo arabo che debba rendere conto, se non agli elettori, almeno alla propria opinione pubblica. Gli Accordi di Abramo formalmente reggono: Emirati, Bahrein e Marocco non hanno rotto con Israele, e la cooperazione di sicurezza e di intelligence prosegue con discrezione. Ma sono congelati. L’Arabia Saudita ha ribadito che il riconoscimento di Israele passa per uno Stato palestinese, e l’idea di Trump di far aderire in blocco tutti i Paesi della regione, Iran compreso, si è rivelata più uno slogan che una strategia. Il raid israeliano a Doha contro i dirigenti di Hamas, nel settembre dello scorso anno, ha inoltre incrinato la fiducia proprio con uno dei mediatori più importanti. Il dato strutturale più rilevante, però, è un altro: il mondo sunnita sta costruendo un proprio polo di potenza, autonomo tanto da Israele quanto dall’Iran. Il patto della Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan mette insieme le risorse finanziarie di Riad, il secondo esercito della NATO e l’unica potenza nucleare del mondo musulmano. Non è una “NATO araba”, non ancora, ma è il segnale che Riad non intende più affidare la propria sicurezza esclusivamente a Washington. E dentro questo polo c’è la Turchia, che oggi è il principale rivale regionale di Israele. Per Gerusalemme significa che la normalizzazione non può più essere ottenuta scavalcando la questione palestinese: chi vuole entrare nel nuovo ordine regionale dovrà, prima o poi, farci i conti.
Al momento i sondaggi rendono impossibile prevedere con certezza l’esito del voto. Che effetti avrebbe sul Paese, in riferimento alle relazioni internazionali e al conflitto con l’Iran, ma anche sulla gestione di Gaza e della Cisgiordania, la riconferma di Netanyahu?

Premetto che i sondaggi descrivono un Paese spaccato e lasciano intravedere uno stallo simile a quello vissuto da Israele tra il 2019 e il 2022, con cinque elezioni in meno di quattro anni. Ma se Netanyahu dovesse essere riconfermato, la parola chiave sarebbe continuità, e una continuità più radicale, perché un premier che sopravvive politicamente persino al 7 ottobre si sentirebbe legittimato a proseguire senza correzioni. Sull’Iran, Netanyahu ha sempre vissuto i cessate il fuoco imposti da Washington come interruzioni premature di un lavoro incompiuto. Una sua vittoria aumenterebbe la pressione per riprendere le operazioni su larga scala, proprio mentre Trump, alla vigilia del voto di metà mandato, ha l’interesse opposto: chiudere il conflitto e riaprire Hormuz. La divergenza tra Gerusalemme e Washington, già oggi visibile, potrebbe diventare il principale fattore di instabilità della regione. A Gaza la prospettiva sarebbe quella di un’occupazione senza orizzonte politico: il mantenimento delle cosiddette zone di sicurezza, il rifiuto di qualunque ruolo per un’autorità palestinese, nessuna governance credibile per il dopoguerra. È la formula perfetta per una guerra permanente a bassa intensità, che logora l’esercito e la società israeliana e alimenta la radicalizzazione dall’altra parte. In Cisgiordania il rischio è ancora più grave, perché la spinta degli alleati della destra nazional-religiosa verso un’annessione di fatto, attraverso gli insediamenti e la violenza dei coloni, troverebbe un governo rafforzato dal voto e meno sensibile alle pressioni esterne. Si aprirebbe così un terzo fronte, e si chiuderebbe definitivamente la porta alla normalizzazione con l’Arabia Saudita. Sul piano internazionale, infine, l’isolamento si aggraverebbe, anche in Europa, e il rapporto con gli Stati Uniti diventerebbe sempre più personale e sempre meno istituzionale. Che è esattamente il contrario di ciò di cui ha bisogno un piccolo Paese circondato da minacce.
E se invece Netanyahu dovesse essere sconfitto e sostituito da un’altra coalizione, ad esempio guidata da Eisenkot, si potrebbe immaginare una exit strategy rispetto ai tanti fronti aperti?

Una exit strategy è immaginabile, ma conviene non coltivare illusioni. Eisenkot non è una colomba: è un ex capo di stato maggiore, il generale cui si associa la cosiddetta dottrina Dahiya, cioè l’uso deliberatamente sproporzionato della forza come strumento di deterrenza, e in campagna elettorale ha criticato Netanyahu proprio per aver accettato i cessate il fuoco in Libano e con l’Iran. Come Bennett, ha inoltre escluso un’alleanza con i partiti arabi. Chi si aspetta un ribaltamento della linea israeliana rischia di restare deluso. La differenza vera, però, sarebbe di metodo, e in politica estera il metodo è sostanza. Eisenkot conosce i limiti dello strumento militare meglio di chiunque altro, ha pagato personalmente il prezzo di questa guerra con la perdita di un figlio a Gaza, e ha messo al centro del suo programma una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e il servizio militare universale, ultraortodossi compresi. Sono temi che parlano a un Paese stanco, che vuole sapere perché lo Stato ha fallito e chiede che i sacrifici siano distribuiti in modo equo. Un governo guidato da lui potrebbe soprattutto fare ciò che Netanyahu non ha mai voluto fare: tradurre i risultati militari in assetti politici. In Libano, consolidando l’intesa con lo Stato e con l’esercito regolare libanesi; a Gaza, accettando una governance transitoria sostenuta dai Paesi arabi moderati, con un ruolo per un’autorità palestinese riformata; sull’Iran, coordinandosi con Washington invece di forzarle la mano. E potrebbe ricostruire con gli Stati Uniti e con l’Europa un rapporto istituzionale che non dipenda dalla relazione personale tra due leader. Il grande punto interrogativo resta la tenuta della coalizione. Mettere insieme Eisenkot, Bennett, Lapid, Lieberman e la sinistra di Golan significa ripetere l’esperimento del 2021, che durò un anno. Un governo fragile non è in grado di compiere scelte difficili, e uscire da tre fronti aperti richiede precisamente scelte difficili.
Più in generale, il recente incontro a Washington tra Trump e Xi è sembrato quasi un passaggio di consegne tra la potenza calante e quella emergente. Cosa riserverà il futuro per noi europei? Saremo destinati, comunque vada, a essere il tacchino sul menu, come ci mise in guardia il premier canadese Mark Carney alcuni mesi fa?

Parlerei più di una tregua tra due potenze che di un passaggio di consegne. A Washington Trump e Xi hanno prorogato fino a gennaio la tregua sui dazi e hanno discusso di intelligenza artificiale, ma soprattutto hanno cercato stabilità, perché entrambi ne hanno bisogno: Trump è impantanato in Iran e affronta le elezioni di metà mandato, Xi deve gestire un’economia rallentata e preferisce che sia l’America a logorarsi nei conflitti altrui. La Cina ha imparato da tempo che non serve vincere una guerra quando si può lasciare che sia il rivale a perderla. Questo, semmai, è il vero segnale del declino relativo americano: non che Pechino sia diventata improvvisamente più forte, ma che Washington abbia scelto di consumare le proprie risorse in guerre senza strategia. Per noi europei il pericolo maggiore è proprio quello di un condominio a due, transazionale, in cui le grandi potenze regolano i conti tra loro e si spartiscono sfere di influenza, mentre l’Europa diventa il terreno del negoziato anziché uno dei negoziatori. Carney ha usato un’immagine efficace: in un mondo di potenze, chi non siede al tavolo finisce nel menu. È esattamente ciò che ci accadrà se continueremo a comportarci come un grande mercato privo di volontà politica, una potenza normativa in un mondo che ha smesso di rispettare le norme.
Siamo destinati a questa fine?
Non c’è nulla di ineluttabile. L’Europa ha le risorse economiche, tecnologiche e umane per essere un attore; le manca la decisione di esserlo. Questo significa costruire una difesa comune credibile come pilastro europeo della NATO, non in alternativa all’Alleanza; superare il diritto di veto in politica estera; investire sull’autonomia energetica e tecnologica, dall’intelligenza artificiale allo spazio; e proteggere il nostro spazio informativo, perché la prima cosa che i nostri avversari cercano di colpire è la nostra capacità di decidere insieme. Per l’Italia vuol dire anche assumersi una responsabilità nel Mediterraneo, che è la nostra frontiera e il luogo in cui convergono la crisi mediorientale, la presenza russa in Libia e le rotte energetiche. Il tacchino finisce sul menu perché non sa che cosa lo aspetta. Noi lo sappiamo. Se ci finiremo comunque, non sarà per destino, ma per una scelta. O, peggio ancora, per l’assenza di una scelta.
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