Netanyahu e Trump: una coppia inossidabile

Intervista a Moris Mottale

Morris Mottale ha insegnato a lungo negli Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna. È un esperto di relazioni internazionali, in particolare per quello che riguarda il Medio Oriente. Ha scritto libri su Israele, l’Iran, l’Islam.

Professor Mottale, la guerra combattuta da Israele a Gaza, a seguito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, si è trasformata in una tregua dagli esiti incerti. Innanzitutto, Israele è più forte o più debole dopo due anni?

Moris Mottale

All’inizio del conflitto pensavo che Israele non sarebbe riuscito a completare gli obiettivi dell’operazione militare: la sconfitta dell’Iran e dei suoi proxies. Tuttavia, l’evoluzione dell’area mediorientale cui abbiamo assistito in questi due anni, compresa la rivolta popolare in Iran, cambia a mio avviso la situazione. Oggi appare evidente che a essere sconfitti sono i Mullah con i loro alleati, il che ovviamente include anche Hamas. Seppure Hamas gode ancora nell’opinione pubblica araba e turca di ampi consensi, è un fatto che non possono più attingere ai contributi finanziari forniti dall’Iran.

A suo avviso, dunque, la posizione del premier Netanyahu si è rafforzata?

Credo di sì  E poi va ricordato che gli Stati Uniti di Trump lo appoggiano. La strategia ufficiale per la sicurezza nazionale varata dall’America di Trump per quel che riguarda il Medio Oriente si sofferma esclusivamente sugli interessi di Israele.

In effetti, Donald Trump si è dimostrato finora un solido alleato di Benjamin Netanyahu. Tuttavia, la scelta di aprire il board of Peace e in prospettiva il territorio di Gaza alle forze militari della Turchia e del Qatar è stato profondamente criticato dal governo israeliano. A suo avviso il piano Trump per tutta l’area mediorientale ha concrete possibilità di portare a un equilibrio geopolitico o è destinato a fallire?

Io non credo che il piano di Trump sia un danno per gli interessi di Israele. Naturalmente, Trump rimane un businessman, punta innanzitutto a un ritorno economico per il suo paese. Questo spiega il coinvolgimento di Turchia e Qatar. D’altra parte, il loro ingresso a Gaza li renderebbe entrambi dipendenti dal governo americano, perché sarà Trump ad amministrare, attraverso il Board of Peace, la striscia. Io credo piuttosto che la sua scelta si possa spiegare in un altro modo.

Quale?

Se gli Stati Uniti prevedono anche solo la possibilità di attaccare a breve l’Iran, allora si comprenderebbe la volontà di stringere rapporti con la Turchia e il Qatar contro il regime degli ayatollah. Insomma, mi sembra che l’amministrazione americana stia lavorando sottotraccia per non precludersi la possibilità di un attacco. Del resto, le notizie che arrivano dall’area mostrano come un’altra portaerei americana stia entrando nell’area; potrebbe essere una mossa volta solo a spaventare il regime iraniano, oppure no. La terza possibilità è che sia Israele a muovere l’attacco, con una copertura americana.

Lei crede che sia probabile un altro attacco all’Iran?

il sito nucleare iraniano di Natanz

Di certo il popolo iraniano se lo aspetta. Alla conferenza di Monaco si sono presentati migliaia di iraniani, provenienti da più parti d’Europa, così come è stato invitato il figlio dello Shà. L’obiettivo è stato quello di fare pressione verso il mondo delle diplomazie, mostrando come esista una forte movimento di opinione, fuori dentro l’Iran, ostile al regime.

Lei è un profondo conoscitore della realtà iraniana. Qual è la situazione al momento?

Il regime spiega questa rivolta, come del resto le precedenti, come un complotto israeliano, orchestrato dal Mossad. In effetti, sia in Iran che in generale nell’opinione pubblica araba il trucco di dare la colpa a Israele funziona sempre; d’altra parte, mi sembra che anche in Europa ci sia una larga fetta dell’opinione pubblica disposta a credere a questa teoria. Tornando all’Iran, ciò che è certo è che il popolo iraniano è ormai stremato e completamente ostile al regime. Numerose sono le fonti che attestano i massacri perpetrati nelle scorse settimane. Inoltre la classe media, soprattutto quella dei commercianti , non tollera più la situazione economica e politica che, con una inflazione sempre più alta, un regime violento, e un sistema di controlli asfissiante, restringe sempre di più i loro margini. C’è quindi una coalizione di interessi economici e ideologici che spinge per un cambio di regime: dalle classi più moderate ai giovani, il paese chiede un cambiamento.

La possibilità che il regime degli ayatollah venga sostituito sono concrete? L’amministrazione americana e Israele puntano ad un cambio di regime o a trovare un accordo con quello esistente?

Io credo che l’opinione prevalente sia per un cambio di regime. In ogni caso, Trump ha l’obiettivo di eliminare la capacità nucleare iraniana. In prospettiva ci troviamo di fronte al declino del regime, che arriverà al suo termine. Quello che non sappiamo e quando questo potrà avvenire, ma quel che è certo è che ormai nessun regime può sopravvivere, nell’età dei social media, alle immagini di migliaia di morti come quelle che abbiamo visto noi.

Si è appena conclusa a Monaco la sessantaduesima conferenza sulla sicurezza. Il Cancelliere Merz è sembrato annunciare una separazione tra gli Stati Uniti e l’Europa. Quali sono a suo giudizio gli elementi più importanti emersi?

La conferenza sulla sicurezza internazionale di Monaco

La mia impressione è che l’Europa è stata invita a una maggiore spesa per la difesa comune. Anche Zelenskj ha esortato gli europei a farlo. Inoltre gli Stati Uniti hanno ribadito che non vogliono tale separazione. Il Segretario di Stato Rubio ha parlato di una comune civiltà occidentale.

In tale civiltà rientra anche la gestione dell’immigrazione come abbiamo visto fare a Minneapolis?

Lì la situazione non è stata gestita bene. In generale non è che gli Stati Uniti siano ostili alla immigrazione, ma vogliono limitare quella irregolare. E poi non si dimentichi che sia Vance che Trump sono sposato a due donne immigrate.

Come giudica la scelta di Giorgia Meloni di dissertare Monaco per andare ad Addis Abeba?

L’Italia è un paese che resta il principale partner della Germania, per cui la sua posizione non sarà indebolita dalla assenza della premier. L’Africa è invece è un fronte aperto per il vostro Paese. Se Giorgia Meloni ha deciso di andare ad Addis Abeba, avrà avuto le sue ragioni.

In un periodo di così grande turbolenza come quello che stiamo vivendo, L’Europa a suo avviso riuscirà a darsi una politica estera comune e a fronteggiare le crisi in corso o è destinata a subire le pressioni che provengono dagli altri grandi player internazionali?

La mia idea è che l’Europa ha la capacità di resistere alle pressioni degli altri grandi attori internazionali soltanto se riuscirà a restaurare il sacro romano impero.

Mottale è un analista esperto dell’area del golfo Perisco

Cosa intende?

Serve l’azione trainante di Germania, Francia, Paesi Bassi e Italia. Se ci pensa, si tratta all’in circa degli Stati dove un tempo governava il sacro romano impero. Soltanto se questi paesi riusciranno a intraprendere un’azione comune, innanzitutto con una strategia difensiva adeguata, allora diventeranno una forza autorevole e ascoltata. In fondo, credo che questo sia ciò che chiede Trump all’Europa: che spenda di più per la propria difesa. È un tema molto risalente, pensi che il primo a porre la questione fu Kennedy negli anni 60.

Per restare l’Europa: lei teme non ondata di antisemitismo registrata in quasi tutti i paesi europei?

Il padre di Benjamin Netanyahu, che era un esperto di antisemitismo, soprattutto quello spagnolo, riteneva che l’antisemitismo in Europa proceda con un andamento ciclico. Oggi mi sembra che l’antisemitismo stia aumentando soprattutto nella sinistra politica, mentre a destra questo problema non c’è, o è molto minore.

Eppure anche a destra ci sono partiti estremi. Secondo lei un partito estremista come Afd, in Germania, se entrasse in una coalizione di governo non sarebbe un problema per gli ebrei?

Ho chiesto ai miei contatti in Germania di descrivermi la situazione. Innanzitutto è da escludere che possa governare il paese, mentre è possibile che entri in una maggioranza di governo. In generale, ritengo che i vertici di quel partito non abbiano sentimenti antisemiti, mentre è vero che nella loro base l’antisemitismo è presente. In ogni caso, credo che qualsiasi governo europeo dovrà rispettare le indicazioni che provengono dal contesto internazionale, innanzitutto dagli Stati Uniti. Per questo, il mio giudizio è che oggi gli ebrei europei debbano temere, più che le destre, l’immigrazione islamica.

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