Il voto al Senato è una sconfitta per tutti
Andrea Giorgis è il primo firmatario del ddl presentato dal Partito democratico, per la lotta a ogni forma di discriminazione e di odio
Senatore Giorgis, cosa è andato storto nel voto al Senato del 4 marzo, con cui è stata approvato il ddl sulla lotta all’antisemitismo?

Di fronte a un tema così delicato che dovrebbe unire ed essere affrontato senza nessuna cura delle possibili utilità politiche contingenti, la maggioranza purtroppo ha deciso di serrare i ranghi, di chiudere al confronto e a ogni approfondimento e di procedere su un suo testo presentato diversi anni addietro, violando in tal modo anche una consuetudine seguita fino ad ora in commissione, quando vi sono più proposte e si vuole giungere ad una soluzione condivisa, ovvero nominare un comitato ristretto che viene appunto incaricato di definire un testo base unitario. Anche in Aula non vi è stata nessuna apertura: neppure di fronte alle proposte che abbiamo avanzato insieme ad altri gruppi, proprio per cercare di arrivare a un voto favorevole, di non tradurre in norma giuridica una definizione di antisemitismo divisiva e foriera di incertezze interpretative che non giovano a nessuno e rischiano solo di indebolire, anziché rafforzare, il contrasto all’antisemitismo; o perlomeno di esplicitare la libertà di critica al Governo di Israele e a tutti gli altri governi. Credo che questo modo di procedere rappresenti una sconfitta, per tutti, e comunque un’occasione mancata.
Perché a suo avviso la dichiarazione dell’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, non poteva essere accolta?
Perché è una definizione che – com’è noto e ricordavo prima – ha suscitato critiche e perplessità in più studiosi ed esponenti dell’ebraismo e appare per alcuni versi datata, incapace di presentare quella chiarezza e, soprattutto, di suscitare quel consenso spontaneo che invece sarebbe stato necessario: da questo punto di vista non è irrilevante che a distanza di alcuni anni, nel 2021, sia stata proposta un’altra Dichiarazione, quella di Gerusalemme, proprio per meglio precisare cosa si debba intendere per antisemitismo, e distinguerlo dalla critica legittima alle azioni del Governo dello Stato di Israele.

Se questa legge dovesse essere approvata anche dalla Camera, sarà più difficile secondo lei criticare Israele? È a rischio la libertà di espressione?
Il ddl approvato al Senato, grazie anche al nostro impegno, non contiene più alcuna restrizione alla libertà di riunione e di manifestazione, né alcuna misura penale. Tuttavia temo che se non verrà ridefinito nel suo impianto complessivo e non verrà accompagnato da un adeguato investimento economico risulterà incapace di contrastare davvero il diffondersi dei fenomeni di antisemitismo.
Il suo testo di legge aveva l’obiettivo di contrastare ogni forma di odio. Secondo lei oggi c’è un’emergenza antisemitismo in Italia?
Sì, il moltiplicarsi di atti e discorsi di tipo antisemita è purtroppo sotto gli occhi di tutti, e penso occorra far fare al nostro ordinamento un salto di qualità per contrastare con efficacia tale recrudescenza. Con questa consapevolezza e con questo obiettivo abbiamo presentato un disegno di legge che provava ad offrire una risposta organica, costituzionalmente orientata e pienamente coerente con gli obblighi internazionali ed europei assunti dall’Italia. Una risposta non limitata a un intervento emergenziale, ma fondata su una visione complessiva, capace di tenere insieme prevenzione, educazione, monitoraggio e, soprattutto, responsabilizzazione dei diversi attori istituzionali e sociali.
Che obiettivi aveva il suo disegno di legge?

Era una proposta di legge con cui – facendo tesoro del documento conclusivo dell’indagine conoscitiva svolta in Senato nella XVIII legislatura dalla cosiddetta Commissione Segre – si cercava di suscitare e alimentare con soluzioni giuridiche innovative “attraverso la conoscenza, il riconoscimento reciproco, il dialogo, lo scambio di idee e di esperienze” una cultura refrattaria all’odio. Una cultura capace di far comprendere che gli ebrei, in quanto ebrei, non hanno alcuna responsabilità dell’orrore che si è consumato nella striscia di Gaza né delle violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania, che pure continuano a ripetersi con il sostegno del Governo di Israele; così come i musulmani, in quanto musulmani, non hanno alcuna responsabilità del pogrom del 7 ottobre compiuto dai terroristi di Hamas. Nulla può infatti giustificare le violenze, le intimidazioni, le limitazioni alla libertà di espressione o gli insulti che hanno subito nel nostro Paese cittadini ebrei, essenzialmente perché ebrei: penso per tutti all’amico Lele Fiano; così come nulla può giustificare la paura che molti cittadini ebrei hanno di manifestare pubblicamente la propria identità attraverso abiti o altri segni distintivi, come ad esempio la kippah. Con simile consapevolezza, e con l’obiettivo, ripeto, di promuovere e sostenere un impegno attivo dell’intera società, abbiamo proposto di inquadrare il rafforzamento degli strumenti di prevenzione e contrasto dell’antisemitismo in una cornice più ampia, che peraltro ricalcava quella già fatta propria dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, la cosiddetta legge Mancino – poi confluita negli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale – e quella seguita da molti Paesi europei. La scelta di non richiamare espressamente, nelle definizioni normative, singole categorie di odio non discendeva perciò da uno sminuimento della specificità dei singoli fenomeni, ma solo da una valutazione di efficacia e dalla necessità di scongiurare il rischio di una eterogenesi dei fini. L’antisemitismo nelle sue peculiarità storiche e fenomenologiche nel Novecento è culminato in Italia in una drammatica istituzionalizzazione attraverso le politiche razziali del fascismo; le diverse forme di discriminazione, pur caratterizzate da genealogie, matrici e manifestazioni anche profondamente differenti, condividono – ed è stato dimostrato – quadri concettuali comuni, quali la produzione e la normalizzazione degli stereotipi, i processi di disumanizzazione dell’altro e le costruzioni identitarie di tipo escludente. Per questa ragione, secondo molti studiosi, solo una strategia complessiva e integrata può risultare efficace nel contrastarle. Inoltre, come è stato fin da subito paventato da illustri esponenti dell’ebraismo italiano, una disciplina specifica per contrastare solo l’antisemitismo, e una disciplina che possa in qualche modo limitare o anche solo dare l’impressione di volere limitare la libertà di critica nei confronti delle politiche e delle azioni del Governo di Israele, anziché chiamare all’impegno l’intera società e l’insieme delle comunità civili e religiose, rischia di alimentare ostilità e fomentare ulteriori pregiudizi antisemiti.

Nella dichiarazione di voto a nome del suo gruppo, la senatrice di Fratelli d’Italia Ester Mieli, ha affermato che la sinistra sul tema dell’antisemitismo subisce i condizionamenti delle frange radicali che si ispirano alle posizioni di Francesca Albanese, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Cosa risponde?
Mi sembra un’accusa priva di qualsiasi fondamento, che purtroppo tradisce, e ciò mi amareggia molto, un cedimento alla tentazione della polemica politica contingente, più che la ricerca di soluzioni condivise e davvero efficaci.
I rapporti tra la sinistra e Israele sono difficili dal 1967, dalla guerra dei sei giorni. In Italia, dopo l’attentato del 1982 alla Sinagoga di Roma e l’uccisione del piccolo Stefano Taché, la frattura di un rapporto storico non si mai del tutto rimarginata, e anzi dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 sembra essersi ampliata. Anche nel voto al Senato, le opposizioni si sono divise (Italia Viva e Azione hanno votato a favore, M5S e AVS contro, il Pd si è astenuto ma sei senatori hanno votato a favore) mentre la destra ha votato compatta. Lei crede che la sinistra oggi abbia un problema nel riconoscere, al proprio interno, la presenza di un pregiudizio negativo nei confronti di Israele e degli ebrei?

Credo, anzi sono sicuro, che nel Partito democratico non via sia alcun pregiudizio negativo nei confronti degli ebrei: il contrasto a ogni forma di antisemitismo è parte integrante della nostra identità politica e culturale. Anche le critiche che abbiamo avanzato e continuiamo ad avanzare nei confronti delle politiche del Governo di Netanyahu, non hanno mai messo in dubbio il diritto all’esistenza, e in condizione di sicurezza, dello Stato di Israele.
Cosa succederà ora alla Camera? Il Pd confermerà la sua astensione?
Spero che alla Camera si apra un confronto più serio e si giunga a un ripensamento del complessivo impianto che faccia anche maturare la consapevolezza della necessità di un adeguato investimento economico. Senza alcuna innovazione nelle strategie e senza alcuna risorsa temo sia difficile contrastare il sempre più preoccupante diffondersi di atti ed espressioni di odio e discriminazione, e il parallelo dilagare di processi di radicalizzazione e di chiusura identitaria che rischiano di compromettere, oltre che l’effettivo esercizio di libertà fondamentali, le condizioni di fondo e i presupposti di una società e di una democrazia aperte e plurali.
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