AfD: cosa ne pensano gli ebrei tedeschi?

Philipp Dusse (Tuvia) lavora nel mondo della produzione musicale e del suono immersivo, fino a progetti multimediali interdisciplinari. Originario della Germania settentrionale, ha studiato alla London Metropolitan University e vive a Berlino da molti anni. È membro del consiglio direttivo di Sukkat Shalom, una sinagoga riformata ed egualitaria di Berlino, e partecipa regolarmente a eventi ebraici e programmi educativi a Berlino e oltre, compresi quelli organizzati da Hillel Deutschland. È inoltre membro attivo di Keshet Deutschland.

Tutta l’Europa sta osservando ciò che accade nel “laboratorio tedesco”. Dopo le ultime elezioni in Sassonia-Anhalt, nel Meclemburgo e nella città di Berlino, lo scorso settembre, sembra che due partiti radicali – l’AfD, di destra, e Die Linke, di sinistra – stiano guadagnando sempre più consensi. Come possiamo spiegare il repentino declino dei due partiti tradizionali, CDU e SPD?

   Il declino di CDU e SPD è meno improvviso di quanto possa sembrare: è il risultato di una più lunga erosione della fiducia nella politica e della fedeltà ai partiti. Le recenti elezioni hanno semplicemente reso questo fenomeno molto più evidente. Un elemento critico è la progressiva perdita di identità dei due partiti, ormai sempre più difficili da distinguere. Dopo i ripetuti governi di coalizione tra CDU e SPD, molti elettori faticano a percepire una chiara alternativa politica tra le due forze. Allo stesso tempo, l’attuale governo ha faticato a produrre cambiamenti visibili su questioni come economia, immigrazione, infrastrutture e servizi pubblici. Per la CDU questo si traduce in un problema a destra. Friedrich Merz ha promesso un profilo conservatore più netto, ma il partito ha faticato a trasformare questa promessa in una convincente alternativa politica all’AfD. La SPD ha un problema diverso. Nell’attuale coalizione con la CDU/CSU ha in gran parte perso il proprio profilo di tradizionale partito dei lavoratori. Per molti elettori socialdemocratici di lunga data, è sempre meno chiaro quale sia oggi l’identità politica della SPD e che cosa la distingua dal governo di cui fa parte, soprattutto sui temi della politica sociale, della redistribuzione e dei servizi pubblici. Il fattore comune è la debolezza del tradizionale centro politico. Questo spiega perché, contemporaneamente, possano trarne vantaggio partiti di opposizione molto diversi tra loro. L’AfD intercetta il malcontento concentrandosi sui temi dell’immigrazione, del nazionalismo e della critica all’establishment politico. Die Linke offre invece una risposta più esplicitamente redistributiva, incentrata sulla questione abitativa, sulle disuguaglianze e sulla sicurezza sociale.

L’AfD è il partito che sembra avere il successo più travolgente. Molti analisti prevedono che presto riuscirà a entrare in una coalizione di governo a livello nazionale. A suo avviso, questo rappresenterebbe una minaccia per la democrazia tedesca?

A mio parere, il sistema costituzionale tedesco è relativamente solido e dispone di forti garanzie contro uno smantellamento improvviso della democrazia. È invece il clima politico a essere molto più vulnerabile. Andare al governo non si traduce automaticamente nel controllo dell’ordinamento costituzionale. Anche con una maggioranza al Bundestag, le modifiche costituzionali richiedono i due terzi dei membri del Bundestag e i due terzi dei voti del Bundesrat. Il Bundesrat rappresenta i Länder e non rispecchia semplicemente la maggioranza federale. Alcuni principi fondamentali – tra cui la dignità umana, la democrazia, lo Stato di diritto e il federalismo – non possono essere aboliti nemmeno con tali maggioranze. Un’ulteriore garanzia è rappresentata dalla Corte costituzionale federale. Attraverso il controllo di costituzionalità può annullare leggi incostituzionali e pronunciarsi contro atti incostituzionali delle autorità pubbliche. Gli ostacoli formali sono dunque piuttosto consistenti. Ciò che non possono impedire è che un partito con una politica razzista o völkisch [con una visione della società escludente, xenofoba e basata sulla purezza etnica, n.d.r.] modifichi il clima politico attraverso la retorica, la definizione dell’agenda, le nomine e le priorità amministrative.

L’AfD è un partito razzista? E, in caso affermativo, può un partito essere razzista senza essere antisemita?

Bjiorn Höcke, dirigente di Afd, partito tedesco di estrema destra

Sì, definirei l’AfD un partito razzista, nel senso che le distinzioni etnicizzate e völkisch tra chi appartiene alla nazione e chi non vi appartiene sono centrali nella sua politica, soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione, l’Islam e l’identità tedesca. Razzismo e antisemitismo non sono la stessa cosa. Un partito può essere razzista senza fare dell’antisemitismo un elemento centrale della propria ideologia. L’antisemitismo funziona anche come una più ampia Weltanschauung, una visione del mondo o un modello esplicativo. Non si limita a definire un gruppo esterno considerato inferiore o minaccioso, ma attribuisce spesso agli ebrei un potere occulto, capacità di coordinamento e intenzionalità, utilizzandoli come spiegazione di più ampi sviluppi politici e sociali. Il razzismo non presenta necessariamente questa stessa struttura esplicativa di tipo cospirativo. Nel caso dell’AfD, stereotipi antisemiti e narrazioni complottiste ricorrono con una frequenza tale da non poter essere semplicemente liquidati come episodi isolati. Questo è particolarmente evidente nelle narrazioni sulle élite nascoste, sul controllo dei media, sulla censura, sull’influenza globale o sulla deliberata trasformazione della società tedesca. Queste idee non vengono sempre espresse con un linguaggio esplicitamente antisemita, ma spesso attingono a un vocabolario politico e ad immagini che hanno una lunga storia antisemita. Allo stesso tempo, importanti personalità ebraiche liberali in Germania sono state ripetutamente prese direttamente di mira nel dibattito pubblico e sui social media legati all’AfD. Questi attacchi sono spesso fortemente personalizzati e talvolta ripropongono in modo piuttosto esplicito stereotipi e immagini antisemite. La loro reiterazione, unita al largo consenso che spesso riscuotono nei dibattiti online, è un dato significativo. Non direi tuttavia che l’antisemitismo sia il principale motore della mobilitazione dell’AfD. L’immigrazione, il nazionalismo e il conflitto culturale sono più centrali. L’antisemitismo rimane però uno strato ideologico ricorrente all’interno di questa visione del mondo. E ciò non è in contraddizione con il dichiarato sostegno del partito a Israele. Un partito può presentarsi come filoisraeliano e allo stesso tempo riprodurre stereotipi antisemiti, soprattutto quando Israele viene sostenuto principalmente perché può essere integrato nelle narrazioni proprie del partito su confini, sicurezza e Islam. Quindi sì: un partito può essere razzista senza essere antisemita. Nel caso dell’AfD sono presenti entrambe le dimensioni, anche se non svolgono lo stesso ruolo né hanno lo stesso peso politico.

Le dichiarazioni dei principali esponenti dell’AfD sul conflitto in Medio Oriente esprimono ufficialmente sostegno a Israele. Del resto, dalla fine della guerra la Germania ha sempre sostenuto lo Stato ebraico. Ritiene che questo sostegno sia legato al governo estremista di Benjamin Netanyahu? E potrebbe esserci un cambiamento di posizione in futuro?

Non interpreto il sostegno dell’AfD a Israele principalmente come sostegno a Netanyahu o al suo governo. Credo sia più corretto comprenderlo come parte del più ampio posizionamento ideologico e di politica interna del partito. Nel discorso dell’AfD, Israele funge spesso da punto di riferimento geopolitico. Viene presentato come uno Stato che si difende dalle minacce islamiste, dall’immigrazione irregolare e dai vicini ostili. Questo è strettamente in linea con le narrazioni proprie del partito su immigrazione, sicurezza e su una presunta “islamizzazione dell’Europa”. Allo stesso tempo, questa solidarietà è fortemente selettiva e strumentale. L’AfD tende a proiettare su Israele un’immagine che si adatta alle proprie categorie politiche: quella di uno Stato-nazione forte, culturalmente o etnicamente omogeneo, definito da confini sicuri e da un approccio incentrato sulla sicurezza. Questa rappresentazione tralascia gran parte della reale complessità sociale di Israele e della sua specifica situazione geopolitica. A mio parere, dunque, il punto fondamentale è che Israele viene sostenuto nella misura in cui può essere integrato nella cornice ideologica dell’AfD. Gli interessi di Israele in quanto tali non sono la preoccupazione principale. Israele funziona piuttosto come uno strumento per legittimare determinate posizioni nella politica interna tedesca. Per questo descriverei il sostegno dell’AfD come condizionato e strategicamente strumentale, piuttosto che fondato su principi. Non è necessariamente legato personalmente a Netanyahu, anche se alcune componenti del suo governo possono adattarsi particolarmente bene all’attuale narrazione dell’AfD. E se questa convergenza dovesse cambiare, potrebbe cambiare anche la posizione dell’AfD.

Passando a Die Linke, questo partito sembra invece esprimere le posizioni più radicalmente critiche nei confronti di Israele. A suo avviso, queste posizioni rientrano nel legittimo diritto alla critica oppure è possibile individuare una componente antisemita? Come vede la sinistra tedesca il conflitto in Medio Oriente?

Non descriverei Die Linke nel suo complesso come un partito antisemita. La sua posizione ufficiale riconosce il diritto di Israele a esistere e respinge formalmente l’antisemitismo. Ma, a mio avviso, questo non è più sufficiente a proteggere il partito dalle accuse di antisemitismo. Il vero problema è che Die Linke non ha mai affrontato adeguatamente le correnti antisioniste presenti nella propria galassia politica. Non si tratta di divergenze teoriche marginali. Questo milieu è caratterizzato da frequenti scivolamenti verso posizioni apertamente antisemite. Soprattutto quando Israele viene considerato come unico Stato illegittimo, il sionismo viene definito una forma di oppressione, mentre organizzazioni come Hamas e Hezbollah vengono romanticizzate come forze della resistenza. Il partito non ha il controllo della situazione. Continua a tollerare persone che, all’interno o nelle vicinanze del partito, simpatizzano apertamente per organizzazioni impegnate nella distruzione di Israele e reagisce in modo decisamente troppo incoerente quando tali posizioni vengono espresse. Finché questo rimarrà così, Die Linke deve accettare l’accusa secondo cui l’antisemitismo non è semplicemente qualcosa che si trova ai suoi margini, ma costituisce un problema della sua stessa cultura politica. La tradizione antimperialista della sinistra tedesca costituisce un elemento cardine di questo quadro. Da lungo tempo tende a rappresentare Israele come un’estensione del colonialismo occidentale e a interpretare i suoi nemici principalmente attraverso il linguaggio della liberazione e della resistenza. Questa prospettiva non è semplicemente unilaterale. Ha prodotto ripetutamente doppi standard, demonizzazione e delegittimazione, e ha più volte superato il limite, sfociando in un aperto antisemitismo. La vicenda ha origini lontane. Dalla fine degli anni Sessanta, alcune componenti della sinistra radicale della Germania occidentale hanno progressivamente collocato Israele dalla parte “imperialista” di un conflitto globale e identificato i gruppi armati palestinesi con la liberazione anticoloniale. Questa lettura del quadro politico ha creato una notevole cecità nei confronti dell’antisemitismo e, in alcuni momenti, una collaborazione diretta con organizzazioni impegnate nel terrorismo contro israeliani ed ebrei. La RAF faceva parte di questo milieu, così come le Revolutionäre Zellen. Entebbe [l’Operazione Entebbe si riferisce al drammatico blitz antiterrorismo compiuto nella notte tra il 3 e il 4 luglio 1976 dalle forze armate israeliane (IDF) (n.d.r.] , nel 1976, rimane forse l’esempio più evidente: militanti della sinistra tedesca parteciparono insieme al FPLP al dirottamento di un aereo dell’Air France, durante il quale i passeggeri ebrei e israeliani furono separati dagli altri. A fare da filo conduttore in questa vicenda è anche una particolare fascinazione per la militanza in sé – una sorta di “Militanzfetisch”. Spesso ai gruppi armati viene riconosciuta legittimità politica per il solo fatto di presentarsi come movimenti di resistenza. La violenza viene quindi interpretata soprattutto in base allo status di chi la esercita come “oppresso”, mentre ideologia, metodi e obiettivi politici ricevono molta meno attenzione. Questo schema non è scomparso. È ancora visibile oggi quando Hamas o Hezbollah vengono descritti principalmente come “resistenza”, mentre il loro carattere autoritario, islamista ed esplicitamente antisemita viene minimizzato. La continuità non è organizzativa, bensì ideologica: una tendenza a dividere il mondo in oppressori e oppressi, ad attribuire di conseguenza una legittimità morale e a giustificare o romanticizzare la violenza quando proviene dalla parte identificata come oppressa. In Medio Oriente, questo quadro ha prodotto ripetutamente una particolare cecità nei confronti dell’antisemitismo e degli obiettivi apertamente eliminazionisti dei nemici di Israele. È anche per questo che sono scettico nei confronti di gran parte di ciò che viene presentato come “critica di Israele”. La critica ai singoli governi israeliani è ovviamente legittima. Ma quando si discutono l’occupazione, gli insediamenti o le operazioni militari escludendo sistematicamente il contesto nel quale si è sviluppata la politica di sicurezza israeliana – guerre ripetute, terrorismo e continui tentativi di distruggere lo Stato – quella critica diventa in breve strutturalmente distorta. Il risultato è una narrazione politica nella quale l’autodifesa israeliana viene considerata intrinsecamente sospetta, mentre le intenzioni e l’ideologia dei suoi nemici vengono minimizzate o ignorate. La sinistra tedesca è profondamente divisa su questo tema. Una parte rimane radicata nelle interpretazioni antimperialiste e, sempre più, postcoloniali del conflitto. L’altra parte prende le mosse dal presupposto che la sovranità ebraica e la capacità di Israele di difendersi non siano negoziabili. Questo contesto storico è importante perché il problema non è nuovo né ipotetico. La sinistra antisionista ha mostrato ripetutamente quanto facilmente il linguaggio dell’antimperialismo possa trasformarsi in un veicolo di politica antisemita. Die Linke ha una responsabilità particolare nel tracciare un confine molto più netto di quanto faccia attualmente. Finché esponenti che glorificano Hamas o Hezbollah, relativizzano il terrorismo antisemita o negano il diritto alla sovranità ebraica continueranno a godere di protezione politica dentro al partito o in ambienti vicini a esso, Die Linke non potrà limitarsi a respingere l’accusa di antisemitismo trincerandosi dietro le proprie risoluzioni ufficiali.

L’antisemitismo è in aumento in tutta Europa, mentre commemoriamo il terzo anniversario del 7 ottobre. Lei è una figura importante della comunità ebraica liberale di Berlino, una delle principali capitali d’Europa. Dal suo punto di vista, quale futuro attende gli ebrei europei?

La sinagoga di Berlino

Credo che il futuro della vita ebraica in Europa sia molto più incerto di quanto non fosse prima del 7 ottobre. Non perché le comunità ebraiche stiano scomparendo, ma perché molti di noi hanno perso fiducia nelle società che ci circondano. Ciò che è cambiato non è stato soltanto il numero degli episodi antisemiti. È stato il modo in cui l’odio è diventato rapidamente pubblico e socialmente accettabile in determinati ambienti. A Berlino abbiamo assistito a celebrazioni e giustificazioni del massacro, a intimidazioni e violenze contro gli ebrei, ad attacchi contro istituzioni ebraiche e a un clima culturale e accademico nel quale l’ostilità verso Israele si è trasformata facilmente in ostilità verso gli ebrei. Per molti di noi, la frattura più profonda è stata la reazione di persone e istituzioni di cui ci fidavamo. L’idea di appartenere pienamente alla società e che la società sarebbe stata al nostro fianco nel momento del bisogno è stata gravemente compromessa. A Berlino questo fa già parte della vita quotidiana. Oggi molti di noi sono costretti a valutare attentamente in quali situazioni e luoghi sia sicuro manifestare apertamente la propria identità ebraica, mentre sinagoghe e scuole sono costrette a dipendere costantemente dalla protezione della polizia e della sicurezza privata. Alcuni evitano di comunicare il proprio indirizzo o di essere accompagnati direttamente davanti a casa. Le organizzazioni ebraiche valutano con estrema cautela fino a che punto promuovere apertamente i propri eventi. La questione, dunque, non è se la vita ebraica in Europa continuerà. Continuerà. La questione è che tipo di vita sarà. Possiamo rafforzare le nostre comunità. Possiamo essere più uniti, più profondamente ebrei e fermamente decisi a rimanere presenti nello spazio pubblico. Ma la resilienza non è la stessa cosa della libertà. Se essere ebrei significa valutare costantemente i rischi, evitare determinate istituzioni e chiedersi se questo sia davvero il luogo in cui vogliamo che crescano i nostri figli, allora qualcosa di fondamentale è già cambiato. Per questo credo che sempre più giovani ebrei e giovani famiglie prenderanno seriamente in considerazione l’idea di andarsene, o almeno manterranno aperta questa possibilità.

(si ringrazia per la traduzione Anna Ballarin Denti)

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