Una legge sull’antisemitismo? Forse si può fare di meglio

Melissa Sonnino, esperta di lotta ai discorsi d’odio, interviene sul dibattito sull’antisemitismo

Melissa, da anni lavori in un’organizzazione non governativa internazionale – CEJI – A Jewish Contribution to an Inclusive –, che si occupa di contrastare i crimini e discorsi d’odio, soprattutto a livello europeo. Di che ti occupi in particolare?

Melissa Sonnino

CEJI è una ONG Europea, con sede a Bruxelles, nata più di 30 anni fa, il cui obiettivo alle origini era fare da ponte tra le istituzioni europee e le comunità ebraiche europee per poi divenire rappresentante in Europa dei programmi formativi elaborati dall’ ADL (Anti Defamation League). Oggi oltre all’ obiettivo di fare training e formazione, c’è anche quello dell’Advocacy, a supporto specifico delle istituzioni europee.

Potremmo definirla una attività di lobbying a favore degli ebrei?

No, o non del tutto. CEJI promuove un’Europa inclusiva in cui ogni tipo di diversità sia rispettata e valorizzata. Oggi siamo partner delle istituzioni tramite un Framework Agreement con il Direttorato Giustizia e Diritti Fondamentali della Commissione europea.  Supportiamo la commissione e altri stakeholder del settore nello sviluppo di politiche europee e nazionali sui crimini e discorsi d’odio, con un ruolo attivo nell’identificazione delle priorità da inserire nelle agende dei tavoli di lavoro europei. Infine ci occupiamo di ricerca qualitativa. Il nostro aspetto particolare è che abbiamo una forte identità ebraica, laica, ma ci occupiamo di ogni altra forma di discriminazione. Facciamo formazione a insegnanti, forze di polizia, in passato anche a organi giurisdizionali. Collaboriamo anche con OSCE, e il suo ufficio per i diritti umani, ODHIR, e con l’agenzia per i Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (FRA). Il nostro target è ampio, possediamo una visione allargata sui temi di nostro interesse.

C’è oggi un allarme antisemitismo nella nostra società?

Sicuramente assistiamo a un acuirsi del fenomeno. Dopo il 7 ottobre gli ebrei vivono sulla loro pelle un cambiamento di clima. Lo vediamo dai dati, dalle statistiche europee. Non so se è un allarme, ma certo c’è un’allerta, che riguarda in realtà tutti i continenti, se vediamo gli ultimi fatti di Sidney. È chiaro che il problema esiste.

L’antisemitismo è scollegato dai discorsi d’odio in generale? Per esempio, oggi c’è anche un allarme islamofobia?

Sono sempre un po’ scettica a usare la parola “allarme”. I dati che abbiamo sono utili per comprendere però un trend. Quello attuale segnala una crescita di ogni forma di discriminazione. All’indomani di ogni attacco grave contro gli ebrei, nei discorsi on line c’è una crescita di ostilità nei confronti di comunità ebraiche e musulmane. Questo è un dato oggettivo. In realtà però ogni forma di discriminazione è in crescita, come

segnalano le organizzazioni che con rigore raccolgono dati. Sappiamo anche che non avremo mai una descrizione esatta dei vari fenomeni, perché i sistemi di monitoraggio sono limitati e le denunce relative a singoli fatti è molto parziale: oltre il 90% di aggressioni motivate da odio antisemita e altre forme d’odio non vengono denunciate. Quello che cerchiamo di fare è connettere le varie strategie anti-odio.

Ce ne sono più d’una?

Certo. L’Europa ha una strategia antirazzismo, e da questa estate anche l’Italia. Da lì derivano le strategie per tutte le altre singole forme di odio e discriminazioni. Non c’è una gerarchia tra di esse, ma dovrebbero specializzarsi perché ogni forma di odio ha le sue caratteristiche. Bisogna dunque considerare l’antisemitismo dentro un contesto di odio razzista. Questa visione globale è importante. Se non si inserisce l’antisemitismo in un contesto più ampio, infatti, si rischiano contrapposizioni dentro la società civile, come quelle di oggi, per cui assistiamo a organizzazioni della società civile che attaccano Israele con espressioni antisemite e fomentano discorsi d’odio. Oggi si sono rotte quelle reti di solidarietà e alleanze che un tempo erano a sostegno anche degli ebrei.

Quali dovrebbero essere le misure più adeguate per contrastare l’antisemitismo?

il parlamento italiano

Oggi avvertiamo una situazione emergenziale, ma sappiamo che numerose sono state le vittime precedenti al 7 ottobre: Tolosa, Parigi, Bruxelles. Ciò è che è cambiato è il clima diffuso di odio, amplificato anche dagli istrumenti digitali, che crea un ambiente molto tossico per gli ebrei. Il 7 ottobre, con l’esplodere di sentimenti d’odio, ha accresciuto questo antisemitismo ambientale. Detto questo, il fenomeno è complesso, e non c’è una soluzione unica per affrontarlo. Quel che sappiamo è che dobbiamo preferire un approccio olistico, ossia complesso, con più attori in azione. Solo così è possibile ottenere risultati. Questo richiede che tutti i soggetti coinvolti devono essere coordinati, per risposte più efficaci. Al centro dobbiamo mettere le persone colpite, le comunità. La strategia europea per  il contrasto all’antisemitismo definisce già le varie aree di lavoro e menziona gli attori coinvolti e come dovrebbero agire; la strategia italiana, che riflette quella europea, pure menziona le azioni da svolgere e gli attori. Quello che manca sono i fondi. E poi manca anche comunicazione e coordinamento tra i vari soggetti coinvolti. Naturalmente ci sono buone pratiche, che dobbiamo capire come sostenere.

Una nuova legge sull’antisemitismo è necessaria?

Sicuramente la strategia nazionale è una guida molto importante per cominciare. Bisognerebbe capire cosa impedisce la sua attuazione piena; ripeto, credo ci sia un problema di fondi e di non perfetto coordinamento. Tra le varie proposte di legge, devo dire che quella Del Rio non aggiunge nulla rispetto alla realtà. Delibera aspetti che già ci sono nella strategia nazionale, mentre mancano assolutamente i fondi. Attualmente i vari ddl non aggiungono molto a quel che già esiste.

È una legge “liberticida”, come è stata accusata?

L’osservatorio antisemitismo opera all’interno del Cdec

No. La limitazione della libertà di espressione di cui è stata accusata in realtà fa rifermento a funzioni già svolte dall’AGCOM, sulla base di norme europee già approvate, sulla regolamentazione delle piattaforme che sappiamo promuovono algoritmi spesso border line e anticamera di situazioni illegali. Piuttosto credo che dovremo vedere quello che accade in altri paesi. Dopo gli attacchi di Manchester e Bondy Beach, ad esempio, si sta riflettendo a un provvedimento per contrastare contenuti on line che siano in grado, oltre una certa soglia, di fomentare violenza nel mondo reale.

Se il parlamento decidesse di approvare una legge, che caratteristiche dovrebbe avere?

Sicuramente c’è la necessità di stanziare fondi adeguati, e poi una importanza fondamentale è la formazione. In questi anni ho visto un percorso di miglioramento, per esempio 15 anni fa sarebbe stato impensabile che le forze di polizia ricevessero corsi di formazione sui crimini d’odio, e oggi è una realtà, grazie allo sforzo congiunto di istituzioni europee e nazionali. Qualcosa è stato fatto anche per la formazione di magistrati; in Italia con un progetto a cui ha partecipato anche il CDEC (progetto Hideandola). Renderei perciò la formazione più sistematica e forse obbligatoria. La legge potrebbe intervenire in questo senso. Importante è anche lavorare sulla prevenzione. E identificare bene ruoli e responsabili istituzionali.

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