L’accensione della Chanukkià in tempi di pericolo

Hanukkà prevede che le luci siano esposte in modo da essere viste dall’esterno. Ma che succede quando gli ebrei vivono in situazioni di pericolo?

Il terribile attentato contro le persone riunite per l’accensione delle luci di Chanukkà, a Bondi Beach in Australia, la sera dell’inizio della festa, costringe quest’anno a riflettere sul valore pubblico, ossia politico, di questa mitzwà istituita, com’è noto, dai maestri per celebrare un miracolo avvenuto nel Tempio di Gerusalemme, liberato e in fase di purificazione. Storicamente, sullo sfondo, ci sono la rivolta maccabaica contro Antioco IV della dinastia dei Seleucidi, ma anche i prodromi di una guerra civile tra gli ebrei difensori della tradizione e gli ebrei inclini all’assimilazione greca.

Eli Schangler z’l’ è il rav Chabad tra le 15 vittime dei due attentatori di Sidney del 14 dicembre scorso

Sebbene, all’apparenza, il miracolo (un nes gadol) fosse stato un evento “particolare”, interno al Tempio, di mera pertinenza dei sacerdoti addetti alla restaurazione dell’avodat haShem, contro l’avodà zarà (l’idolatria dei greci), i maestri di Israele, memori del valore “universale” del culto al Creatore del mondo, il Ribbonò shel ’olam, istituirono una festività il cui messaggio di liberazione e gioia fosse rivolto a tutta l’umanità, erga omnes. Questa duplice dimensione della festa – intima e politica, privata e pubblica – trova applicazione halakhica, ossia comportamentale, nell’obbligo della mitzwà della recita dell’intero Hallel e nella mitzwà dell’accensione della lampada a otto braccia, la chanukkià appunto, in luogo visibile dalla pubblica piazza o via. Entrambe le mitzwot vanno ripetute, nelle debite modalità, per otto giorni (una durata, stando al racconto del Secondo Libro dei Maccabei [10,6-7], modellata sulla festività di Sukkot, nella quale a sua volta la gioia individuale e comunitaria è comandata).

Orbene, come ci si deve regolare nel caso in cui quest’accensione erga omnes, a vantaggio pedagogico per l’umanità, per così dire, rischia di esporre gli ebrei che accendono la chanukkià a un qualche rischio fisico, personale o comunitario? Il timore di attentati antisemiti è da anni presente anche in Italia, ogni volta che i meritevoli chassidim della dinastia di Lubavitch, noti anche come ChaBaD, invitano a tale accensione pubblica (a Roma in piazza Barberini, a Milano in piazza San Carlo…) offrendo sufganyot e cantando Maoz Tzur. Vero è che le altrettanto meritorie “forze dell’ordine” vigilano sulla cerimonia; ma è nella natura di questi attentati di essere imprevedibili (come tutte le “forze del disordine” morale e materiale). Tuttavia il problema resta.

Moshè b. Maimon (1138-1204)

Ne era consapevole già Mosè Maimonide, che ne tratta, seppur succintamente, nel suo codice halakhico, il Mishnè Torà, nel III libro dedicato alle feste ebraiche. Infatti, vi leggiamo questa raccomandazione: «In tempi di pericolo, è possibile collocare la lampada di Chanukkà all’interno della propria casa, ed è persino sufficiente [ai fini del compimento della mitzwà] collocarla sul tavolo di casa. In tal caso, deve esserci un’altra lampada accesa ai fini dell’illuminazione dell’abitazione».

Questa annotazione del Rambam va compresa nella prospettiva dei tempi normali, quando non sussitono pericoli vitali. Infatti, solitamente la chanukkià va accesa in un luogo della propria abitazione che sia visibile dall’esterno, ossia da ogni eventuale passante. Molti, almeno in Israele, la pongono addirittura sulla soglia di casa. In cortile va benissimo, per chi ce l’ha. Negli appartamenti l’uso è di collocarla sul davanzale di una finestra grande. L’idea è che la luce del giudaismo debba risplendere nel mondo e fungere simbolicamente da insegnamento universale. Osando un poco, direi che è il massimo di proselitismo permesso… Ma tutto ciò in tempi normali, quando non vi sono rischi per l’incolumità di chi festeggia Chanukkà.

Se esistono pericoli reali, scatta il principio di piquach nefesh, dalla salvaguardia della vita, che ha di norma la priorità nella scala dei valori ebraici. Per questo Maimonide afferma che, «in tempi di pericolo» la mitzwà può (non dice “deve” ma “può”) essere compiuta senza esporsi all’esterno, senza dimensione pubblica/politica, va fatta cioè nell’intimità della propria casa. I lumi possono essere accesi anche sul tavolo di casa, lontano dalle finestre.

Non è, ovviamente, un invito al marranesimo, ma un’esortazione alla prudenza, alla sobrietà, alla “via media” (temporanea) tra l’ideale far tutto e il pavido non far nulla.

Le circostanze storiche in cui viviamo il nostro ebraismo vanno tenute in giusta considerazione e possono incidere sulle nostre abitudini; non serve fare gli eroi, sembra suggerire il Rambam; la mitzwà preserva tutto il suo valore “particolare” anche quando si è, per ragioni esterne di sicurezza, impossibilitati a rimarcare il suo valore “universale”. Importante, ribadisce il grande filosofo e halakhista medievale, è che i lumi di Chanukkà non servano da illuminazione ordinaria, quasi fossero normali candele usate quando non c’è luce, ma mantengano il loro significato simbolico-religioso, quale segno del nes gadol avvenuto a Gerusalemme.

Come a Sukkot non si mangia l’etrog, che serve soltanto a esaltare la dimensione estetica della festa, così le luci di Chanukkà devono servire soltanto a celebrare simbolicamente, nella gioia, la purificazione del Bet hamiqdash, del Tempio.

Chanukkà sameach, dunque, anche in tempi difficili.

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