Israele, Gaza e i media
Flavia Fratello, volto noto di La7, descrive i meccanismi mediatrici (e gli errori di Israele) che oggi condizionano la lettura del 7 ottobre e la guerra in corso
Qual è il sentimento dell’opinione pubblica oggi su Gaza?

Mi sembra evidente. La lettura assolutamente prevalente guarda a Gaza come una tragedia unica, che non ha precedenti, un evento catastrofico, che ha un solo e unico colpevole: Israele. Conseguentemente, è forte la convinzione che a Gaza sia in corso un genocidio, un giudizio questo senza sfumature. Naturalmente, non voglio assolutamente diminuire la gravità della guerra e i tantissimi morti che essa ha provocato. Ma oggettivamente nell’opinione pubblica sono pochi quelli chi si domandano quali siano, ad esempio, le responsabilità dei paesi arabi, degli stessi palestinesi, delle loro classi dirigenti, che si tratti dell’Olp, dell’ANP o di Hamas. Esistono però anche delle eccezioni. La prima riguarda coloro che non si accontentano di una lettura unilaterale, e cercano di farsi un’opinione anche esaminando altri punti di vista. E poi la mia impressione è che esista anche una piccola frangia sociale che rifiuta completamente quel racconto unilaterale, per porsi esattamente dalla parte opposta, negando il dramma di quel che avviene a Gaza. Questi tre orientamenti, dalle dimensioni ovviamente diverse, si nutrono, per così dire, di vissuti personali, di una memoria storica e politica nonché, da ultimo, della posizione dei partiti politici di riferimento.
Perché sull’Ucraina non c’è la stessa mobilitazione?
La vicenda dell’Ucraina per certi versi è speculare a quella che riguarda Israele. In particolare a sinistra del partito democratico, infatti, esiste una componente che valuta diversamente quel conflitto, ad esempio sottolineando la presenza di movimenti neonazisti in Ucraina, evidenziando le violenze contro la popolazione russofona nel Donbass fin dal 2014, e descrivendo Zelensky come un ex comico. Per un altro verso, l’Ucraina, a differenza di Israele, fin dall’inizio si è impegnata nella guerra della comunicazione. Zelensky ogni sera comunica attraverso i social l’andamento del conflitto, dando la sua lettura. Infine, in Ucraina, seppure a certe condizioni, i giornalisti possono entrare, mentre a Gaza no. Questa ritengo sia una differenza dirimente. È stato un errore, da parte di Israele, impedire alla libera stampa di entrare a Gaza, perché in questo modo le notizie che arrivano da lì provengono dall’unico network di comunicazione, ossia Al Jazeera.

Perché non c’è stata in passato per altre gravi crisi internazionali e umanitarie?
Il discorso è lungo e complesso. A volerlo sintetizzare, intanto occorre tener conto dell’influenza dei media. La copertura mediatica di quel che accade a Gaza è stata martellante fin dall’inizio. Questo naturalmente crea un clima di grande attenzione. Se prendiamo come riferimento la guerra civile in Siria, che si è protratta per anni causando oltre 400.000 morti, in gran parte civili, possiamo vedere come allora se ne parlò, ma molto meno, innanzitutto perché le immagini di quel disastro umanitario erano praticamente assenti. Inoltre, la questione siriana era molto più complessa da spiegare al grande pubblico, perché mentre su Gaza è passata la narrazione unilaterale, in Siria al dittatore Assad si opponevano diversi gruppi di orientamento diverso, tra cui estremisti islamici. Infine, diciamo anche un’altra verità: checché se ne dica, l’antisemitismo è una realtà presente nella nostra società. Quando si parla di ciò che riguarda Israele, dunque, occorre sempre tener presente che una parte dell’opinione pubblica è influenzata da un pregiudizio ostile contro Israele e gli ebrei. Ma non basta. Esistono anche altri fattori.
Quali?
Pensa al clamoroso errore di comunicazione di Israele. Fin da quando le operazioni militari a Gaza sono cominciate, Israele ha scelto di non comunicare, lasciando il campo libero ad Hamas, che invece – su questo non ho alcun dubbio – da tempo aveva preparato una campagna di informazione organizzata. Infine, occorre considerare la memoria storica e politica, come ti dicevo, radicata nel nostro paese.

Cosa intendi?
Anche se non mancano sinceri estimatori di Israele, dell’ebraismo e dei suoi valori, nel nostro paese sussiste un rapporto storicamente molto forte con la causa palestinese, sia a destra che a sinistra. È dunque evidente che, in un conflitto così lungo e drammatico, questo legame abbia progressivamente preso il sopravvento su ogni altro trascinando, per così dire, gran parte dell’opinione pubblica dalla sua parte. Secondo questo orientamento, i palestinesi sono gli ultimi della terra, un popolo di profughi, emarginati, oppressi da Israele dal 1982 e ancora prima. Questa memoria, presente soprattutto a sinistra del partito democratico, è sempre stata coltivata, seppure circoscritta. Adesso, con questa guerra, questa memoria è riemersa e ha preso piede in una fascia della popolazione cui guardano in particolare alcuni partiti, come M5S e AVS. Naturalmente, ripeto: non voglio sottovalutare il dramma che vivono i palestinesi, e il fatto che non abbiano ancora un loro Stato. Le sofferenze che soprattutto in questo momento stanno patendo sono evidenti. Tuttavia, in termini politici, questa lettura unilaterale del conflitto israelo-palestinese oggi prevale, e Israele diventa il capofila dell’occidente, di cui si contestano le ragioni, visto come uno Stato colonialista e capitalista.
Quanto influisce il dibattito politico sull’opinione pubblica a Gaza?
Inutile nasconderlo: se non ci fosse stata in questi due anni una spinta decisa delle forze politiche a tenere viva l’attenzione su Gaza e sul conflitto, questo probabilmente sarebbe passato progressivamente in secondo piano, come molti altri, come ad esempio la Siria che abbiamo citato prima.

Hai finora evidenziato il legame conflitto della sinistra italiana con le ragioni di Israele. Se guardiamo la destra, invece, sembra che il sostegno a Israele sia pressoché totale. Eppure, la destra ha un passato filopalestinese.
Se a sinistra e Israele è visto come l’esempio del capitalismo e del colonialismo trapiantato in Medio Oriente, c’è anche da dire che per un’altra porzione della popolazione italiana Israele possiede qualità ai loro occhi positive. Inoltre, si deve considerare che in politica gli spazi vuoti vengono rapidamente occupati e se la sinistra in questo momento sembra aver sguarnito la difesa di valori come quello della memoria della Shoah e della lotta all’antisemitismo, ecco che la destra si è offerta agli ebrei italiani come il vero difensore delle ragioni di Israele. In realtà, come ricordavi, la situazione è più complessa. Alcuni giorni fa lo ricordava Flavia Perina sulla stampa: negli anni ’70 e ’80 il Movimento sociale italiano era nettamente filopalestinese.
Possiamo dire che oggi la destra ha fatto i conti con me l’antisemitismo che storicamente ha a lungo coltivato al proprio interno?
È un discorso delicato. Certamente in quella parte del paese che si riconosce con la destra sono presenti ancora elementi di antisemitismo; al tempo stesso non possiamo certo escludere che ci siano a destra molti che sinceramente sostengono Israele.
Questo riferimento alla forza all’influenza dei social media mi porta a chiederti se oggi i media tradizionali, la stampa e la Tv, influenzano l’opinione pubblica o al contrario ne sono essi stessi influenzati.
Direi entrambe le cose. Quando prima mi riferivo agli errori commessi da Israele, pensavo anche a questo: all’influenza che una comunicazione unilaterale produce sul lavoro quotidiano di molti miei colleghi. Pensa, ad esempio, che dalle prime settimane di questa guerra ogni giorno poco dopo le 12 l’Ansa diffonde il bollettino dei morti a Gaza. La fonte è il ministero della salute, ossia Hamas, ed è correttamente riportata come tale. Ma se da parte israeliana non arriva alcuna informazione, si fa fatica anche a conoscere quanti sono i militari israeliani uccisi, e se aggiungi che tutto ciò vale anche con le immagini, perché quelle che ci arrivano dai circuiti internazionali, ossia da Associated press e Reuters, in realtà sono girate da Al Jazeera e da altri giornalisti collegati ad essa, è evidente che poi il racconto della guerra prenderà una piega determinata.

E per quanto riguarda i partiti?
Direi questo in generale: oggi tutte le formazioni politiche subiscono la pressione dell’opinione pubblica, che a sua volta si forma per lo più sui social. Questo spiega come da una parte alcuni partiti siano apertamente schierati a favore dei palestinesi, mentre chi finora ha dimostrato di difendere Israele potrebbe, sotto questa pressione, cercare un riposizionamento. Insomma, nella grande confusione dei tempi che viviamo, anche i partiti politici non è detto che manterranno in futuro le stesse posizioni occupate ora. Lasciami però ricordare che una piccola formazione politica, il partito radicale è da sempre dalla parte di Israele, pur naturalmente riconoscendo il dramma che oggi si vive a Gaza.
A tuo avviso oggi il rischio dell’antisemitismo in Italia è sottovalutato dalla dai media e dalle forze politiche?
Mi sembra di sì. Quanto alle cause, ho l’impressione che spesso nel trattare i fenomeni di antisemitismo si pensi che occorra usare lo stesso metodo che nei confronti dei suicidi: meglio non parlarne per evitare ulteriori atti di emulazione. Nel peggiore dei casi, invece, la lettura parziale del conflitto a Gaza, fa sì che nei media e in alcune forze politiche, si ritenga che il gesto anche grave di antisemitismo scolorisce se paragonato alle morti a Gaza. Quanto ai singoli quotidiani, anche qui occorre distinguere: mentre alcuni, come Libero, coprono le notizie sugli atti di antisemitismo in maniera puntuali, e altri, come il Corriere della Sera, tendenzialmente coprono ogni avvenimento, altri ancora, invece, tendono a sottovalutare i fatti di cronaca o addirittura a tacerle. Per i partiti mi sembra che il meccanismo sia lo stesso.
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