AfD: cosa ne pensano gli ebrei tedeschi?
Philipp Dusse (Tuvia) lavora nel mondo della produzione musicale e del suono immersivo, fino a progetti multimediali interdisciplinari. Originario della Germania settentrionale, ha studiato alla London Metropolitan University e vive a Berlino da molti anni. È membro del consiglio direttivo di Sukkat Shalom, una sinagoga riformata ed egualitaria di Berlino, e partecipa regolarmente a eventi ebraici e programmi educativi a Berlino e oltre, compresi quelli organizzati da Hillel Deutschland. È inoltre membro attivo di Keshet Deutschland.
Tutta l’Europa sta osservando ciò che accade nel “laboratorio tedesco”. Dopo le ultime elezioni in Sassonia-Anhalt, nel Meclemburgo e nella città di Berlino, lo scorso settembre, sembra che due partiti radicali – l’AfD, di destra, e Die Linke, di sinistra – stiano guadagnando sempre più consensi. Come possiamo spiegare il repentino declino dei due partiti tradizionali, CDU e SPD?

L’AfD è il partito che sembra avere il successo più travolgente. Molti analisti prevedono che presto riuscirà a entrare in una coalizione di governo a livello nazionale. A suo avviso, questo rappresenterebbe una minaccia per la democrazia tedesca?

L’AfD è un partito razzista? E, in caso affermativo, può un partito essere razzista senza essere antisemita?

Sì, definirei l’AfD un partito razzista, nel senso che le distinzioni etnicizzate e völkisch tra chi appartiene alla nazione e chi non vi appartiene sono centrali nella sua politica, soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione, l’Islam e l’identità tedesca. Razzismo e antisemitismo non sono la stessa cosa. Un partito può essere razzista senza fare dell’antisemitismo un elemento centrale della propria ideologia. L’antisemitismo funziona anche come una più ampia Weltanschauung, una visione del mondo o un modello esplicativo. Non si limita a definire un gruppo esterno considerato inferiore o minaccioso, ma attribuisce spesso agli ebrei un potere occulto, capacità di coordinamento e intenzionalità, utilizzandoli come spiegazione di più ampi sviluppi politici e sociali. Il razzismo non presenta necessariamente questa stessa struttura esplicativa di tipo cospirativo. Nel caso dell’AfD, stereotipi antisemiti e narrazioni complottiste ricorrono con una frequenza tale da non poter essere semplicemente liquidati come episodi isolati. Questo è particolarmente evidente nelle narrazioni sulle élite nascoste, sul controllo dei media, sulla censura, sull’influenza globale o sulla deliberata trasformazione della società tedesca. Queste idee non vengono sempre espresse con un linguaggio esplicitamente antisemita, ma spesso attingono a un vocabolario politico e ad immagini che hanno una lunga storia antisemita. Allo stesso tempo, importanti personalità ebraiche liberali in Germania sono state ripetutamente prese direttamente di mira nel dibattito pubblico e sui social media legati all’AfD. Questi attacchi sono spesso fortemente personalizzati e talvolta ripropongono in modo piuttosto esplicito stereotipi e immagini antisemite. La loro reiterazione, unita al largo consenso che spesso riscuotono nei dibattiti online, è un dato significativo. Non direi tuttavia che l’antisemitismo sia il principale motore della mobilitazione dell’AfD. L’immigrazione, il nazionalismo e il conflitto culturale sono più centrali. L’antisemitismo rimane però uno strato ideologico ricorrente all’interno di questa visione del mondo. E ciò non è in contraddizione con il dichiarato sostegno del partito a Israele. Un partito può presentarsi come filoisraeliano e allo stesso tempo riprodurre stereotipi antisemiti, soprattutto quando Israele viene sostenuto principalmente perché può essere integrato nelle narrazioni proprie del partito su confini, sicurezza e Islam. Quindi sì: un partito può essere razzista senza essere antisemita. Nel caso dell’AfD sono presenti entrambe le dimensioni, anche se non svolgono lo stesso ruolo né hanno lo stesso peso politico.
Le dichiarazioni dei principali esponenti dell’AfD sul conflitto in Medio Oriente esprimono ufficialmente sostegno a Israele. Del resto, dalla fine della guerra la Germania ha sempre sostenuto lo Stato ebraico. Ritiene che questo sostegno sia legato al governo estremista di Benjamin Netanyahu? E potrebbe esserci un cambiamento di posizione in futuro?
Non interpreto il sostegno dell’AfD a Israele principalmente come sostegno a Netanyahu o al suo governo. Credo sia più corretto comprenderlo come parte del più ampio posizionamento ideologico e di politica interna del partito. Nel discorso dell’AfD, Israele funge spesso da punto di riferimento geopolitico. Viene presentato come uno Stato che si difende dalle minacce islamiste, dall’immigrazione irregolare e dai vicini ostili. Questo è strettamente in linea con le narrazioni proprie del partito su immigrazione, sicurezza e su una presunta “islamizzazione dell’Europa”. Allo stesso tempo, questa solidarietà è fortemente selettiva e strumentale. L’AfD tende a proiettare su Israele un’immagine che si adatta alle proprie categorie politiche: quella di uno Stato-nazione forte, culturalmente o etnicamente omogeneo, definito da confini sicuri e da un approccio incentrato sulla sicurezza. Questa rappresentazione tralascia gran parte della reale complessità sociale di Israele e della sua specifica situazione geopolitica. A mio parere, dunque, il punto fondamentale è che Israele viene sostenuto nella misura in cui può essere integrato nella cornice ideologica dell’AfD. Gli interessi di Israele in quanto tali non sono la preoccupazione principale. Israele funziona piuttosto come uno strumento per legittimare determinate posizioni nella politica interna tedesca. Per questo descriverei il sostegno dell’AfD come condizionato e strategicamente strumentale, piuttosto che fondato su principi. Non è necessariamente legato personalmente a Netanyahu, anche se alcune componenti del suo governo possono adattarsi particolarmente bene all’attuale narrazione dell’AfD. E se questa convergenza dovesse cambiare, potrebbe cambiare anche la posizione dell’AfD.
Passando a Die Linke, questo partito sembra invece esprimere le posizioni più radicalmente critiche nei confronti di Israele. A suo avviso, queste posizioni rientrano nel legittimo diritto alla critica oppure è possibile individuare una componente antisemita? Come vede la sinistra tedesca il conflitto in Medio Oriente?

L’antisemitismo è in aumento in tutta Europa, mentre commemoriamo il terzo anniversario del 7 ottobre. Lei è una figura importante della comunità ebraica liberale di Berlino, una delle principali capitali d’Europa. Dal suo punto di vista, quale futuro attende gli ebrei europei?

Credo che il futuro della vita ebraica in Europa sia molto più incerto di quanto non fosse prima del 7 ottobre. Non perché le comunità ebraiche stiano scomparendo, ma perché molti di noi hanno perso fiducia nelle società che ci circondano. Ciò che è cambiato non è stato soltanto il numero degli episodi antisemiti. È stato il modo in cui l’odio è diventato rapidamente pubblico e socialmente accettabile in determinati ambienti. A Berlino abbiamo assistito a celebrazioni e giustificazioni del massacro, a intimidazioni e violenze contro gli ebrei, ad attacchi contro istituzioni ebraiche e a un clima culturale e accademico nel quale l’ostilità verso Israele si è trasformata facilmente in ostilità verso gli ebrei. Per molti di noi, la frattura più profonda è stata la reazione di persone e istituzioni di cui ci fidavamo. L’idea di appartenere pienamente alla società e che la società sarebbe stata al nostro fianco nel momento del bisogno è stata gravemente compromessa. A Berlino questo fa già parte della vita quotidiana. Oggi molti di noi sono costretti a valutare attentamente in quali situazioni e luoghi sia sicuro manifestare apertamente la propria identità ebraica, mentre sinagoghe e scuole sono costrette a dipendere costantemente dalla protezione della polizia e della sicurezza privata. Alcuni evitano di comunicare il proprio indirizzo o di essere accompagnati direttamente davanti a casa. Le organizzazioni ebraiche valutano con estrema cautela fino a che punto promuovere apertamente i propri eventi. La questione, dunque, non è se la vita ebraica in Europa continuerà. Continuerà. La questione è che tipo di vita sarà. Possiamo rafforzare le nostre comunità. Possiamo essere più uniti, più profondamente ebrei e fermamente decisi a rimanere presenti nello spazio pubblico. Ma la resilienza non è la stessa cosa della libertà. Se essere ebrei significa valutare costantemente i rischi, evitare determinate istituzioni e chiedersi se questo sia davvero il luogo in cui vogliamo che crescano i nostri figli, allora qualcosa di fondamentale è già cambiato. Per questo credo che sempre più giovani ebrei e giovani famiglie prenderanno seriamente in considerazione l’idea di andarsene, o almeno manterranno aperta questa possibilità.
(si ringrazia per la traduzione Anna Ballarin Denti)
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